L'indagine conoscitiva

Startup, Carabetta (M5S): “ecco come l’Italia può colmare il ritardo”

Conservatorismo, mentalità diffidente verso idee e persone nuove, propensione a vedere l’impresa come strumento di sfruttamento del lavoro, quadro normativo complesso e oneroso. Sono molti i fattori che gravano sull’iniziativa privata. Un’indagine parlamentare prova a porre le basi per sbloccare il potenziale del Paese

29 Giu 2018
Luca Carabetta

Coordinatore Transizione Digitale M5S

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Fino al 31 marzo 2019 la Commissione Attività Produttive porterà avanti un’indagine conoscitiva si svolgerà alla Camera dei Deputati – attraverso audizioni registrate e trasmesse in diretta tramite Web TV – e con visite nelle sedi di alcuni interlocutori, scelti per il valore aggiunto che porteranno all’indagine stessa.

Scopo dell’iniziativa è di comprendere le necessità dell’ecosistema, identificare le best practice internazionali e avviare misure atte a sviluppare gli investimenti e l’innovazione e a potenziare la filiera del venture business.

E’ già chiaro ora che è necessario un cambio culturale, nella politica centrale e territoriale, per fare dell’Italia un Paese favorevole alla startup. Finora gravate da una mentalità conservatrice, iper burocratica, con costi e oneri fiscali, contributivi eccessivi.

Le startup city di Israele e l’esperienza internazionale

L’evoluzione tecnologica nel XXI secolo ha assunto sempre più velocemente il ruolo di motore di sviluppo sociale e, nei luoghi in cui questa è trasformata in prodotto o servizio, in abilitatore di crescita, di creazione di posti di lavoro, di benessere economico.

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Israele ha dimostrato che si potevano replicare i modelli e gli schemi che ne erano tipici, ha velocemente iniziato a produrre delle “province”, delle “ Startup City” che hanno iniziato a punteggiare il mondo e al cui interno si costituivano delle filiere virtuali sul medesimo schema, filiere composte da operatori eterogenei ma accomunati da linguaggio e metodologie, note come “ ecosistema delle startup ” o anche “ filiera del venture business ”. Tali filiere sono specializzate nel produrre iterativamente un elevato numero di tentativi di impresa intorno a delle innovazioni di possibile successo, in settori verticali, e tentare di supportarli e investirvi per farli evolvere in imprese vere e proprie, che sono nativamente progettate per operare su scala globale. L’esperienza internazionale dimostra che in queste città, dall’attuazione di questo schema e da questo elevato numero di tentativi nasce, in via probabilistica, un medio numero di imprese di discreto successo ed un piccolo numero di “ Unicorni ”, come vengono definite le startup che superano la valutazione di un miliardo di euro, che diventano cioè dei leader nei loro mercati e delle nuove primarie multinazionali.

È quindi da questo modello che sono nate le varie Google, Amazon, Apple negli Stati Uniti, e poi le Skype, BlaBlaCar, Spotify, Deliveroo e tante altre in Europa.

Tale modello, dove attuato, è notoriamente vincente per gli imprenditori di successo, è complessivamente vincente per gli investitori, ed è vincente perfino per chi fallisce, perché l’esperienza acquisita consentirà di essere meglio valutati per il lavoro dipendente, o di ritentare il percorso con maggiore competenza.

I motivi del ritardo dell’Italia

In questo scenario l’Italia è rimasta strutturalmente e gravemente indietro a causa di molti motivi, alcuni facilmente intuibili ed altri meno. Molto hanno pesato la propensione culturale a vedere l’impresa come strumento di sfruttamento del lavoro anziché come organizzazione per creare valore e benessere sociale, e la radicatissima propensione al conservatorismo, a una mentalità ispirata alla diffidenza verso idee e persone nuove con cui entrare in affari.

Per questo vogliamo promuovere nella politica centrale e territoriale, e instaurare nelle pubbliche amministrazioni, la cultura dell’abilitazione e della facilitazione dell’iniziativa privata, nel rispetto delle regole, contrapposta a quella vincolistica e interdittiva attualmente prevalente.

Il mondo è ormai diviso in paesi che hanno compreso la portata strategica del sostenere la nascita di un altissimo numero di nuove imprese innovative, da supportare attraverso filiere di altri operatori economici che per mestiere ne mitighino e condividano il rischio, emulando il modello statunitense, e paesi che continuano invece a dedicarsi al mero sostegno dell’industria esistente, anche puntellando strutture scricchiolanti e tentando di preservarle a ogni costo dagli assalti dei nuovi operatori economici provenienti dall’estero.

I paesi del primo genere attraggono quotidianamente un flusso costante di talenti, proprietà intellettuale, imprese e capitali che vanno ad insediarvisi. Quelli del secondo perdono quotidianamente molti dei talenti umani sulla cui formazione hanno investito tanto, perdono imprese, perdono capitali che vengono più scaltramente investiti in economie concorrenti più dinamiche, e rimangono mercati di facile conquista per gli innovatori cresciuti altrove.

Il (desolante) quadro normativo italiano

Il quadro normativo italiano per le imprese, nonostante i benemeriti tentativi fatti con le norme sulle startup innovative e sulle PMI innovative, rimane nell’insieme desolante per complessità burocratica e per onerosità sotto i profili fiscali e contributivi, costituendo una barriera all’imprenditorialità che ha pochi uguali nei paesi OCSE . Tale scenario rappresenta un ostacolo oneroso ma affrontabile dalle imprese già esistenti, mentre è insormontabile per quelle nuove che, in fase di avvio, hanno risorse limitatissime.

È quindi urgente e fondamentale analizzare la situazione del settore in dettaglio per identificare tutte le problematiche e individuare le opportune linee di azione per mettere il paese in grado di dar vita a nuovi “campioni italiani” che conquistino i mercati nel mondo e che creino posti di lavoro di qualità in patria.

Disruption e nuovi modelli di business

È importante rilevare come l’industria dell’innovazione sia perfettamente trasversale e coinvolga potenzialmente ogni settore tradizionale, ridefinendolo e trasformandolo, e spesso facendo sparire dalla scena quelli che erano i leader tradizionali: energia, edilizia, trasporti, finanza, industria alimentare, moda, turismo, cultura: non c’è settore che sia immune alla disruption e che non sia espugnabile dai nuovi modelli di business di aziende neonate che giocano in attacco per conquistare il mercato.

È necessario riconoscere e investire nelle nuove tecnologie strategiche (fintech, Internet of Things, blockchain, manifattura digitale, robotica, automazione e intelligenza artificiale, guida autonoma, big data, nanotecnologie e scienze dei materiali, biotecnologie, realtà virtuale e realtà aumentata, cloud computing) giocando questa partita allo stesso modo, con le medesime armi e maggior convinzione, attraendo talenti, risorse ed investimenti come e più dei nostri paesi vicini, per recuperare il ritardo accumulato e non essere relegati a mero terreno di conquista per i nuovi mercati.

Con l’obiettivo finale da un lato di affermare nuovi role model culturali, dove l’essere imprenditori significa creare ricchezza ed essere responsabili verso la propria collettività ; dall’altro frenare il fenomeno dei cervelli in fuga, ed iniziare a nostra volta ad attrarre talenti facendo leva sui vantaggi competitivi dell’Italia. Stimolare l’esperienza all’estero dei giovani per arricchirne le competenze e per poi riportare tutto in Italia.

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