Startup, impariamo dai cugini europei: ecco le leve per svoltare nel 2021 | Agenda Digitale

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Startup, impariamo dai cugini europei: ecco le leve per svoltare nel 2021

Guardare a quegli ecosistemi maturi che da anni generano a ciclo continuo imprese tecnologiche a vocazione globale (Silicon Valley, ma anche Israele, Germania, Francia) per creare anche in Italia imprese innovative, e non Pmi. Esaminiamo le cinque componenti fondamentali che servono per far funzionare la macchina startup

13 minuti fa
Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur

L’ecosistema startup italiano ha superato il 2020 restando in piedi, grazie alla propria intrinseca resilienza e alla crescita vertiginosa dei servizi digital-nativi propri delle tech company trainati dai lockdown, e grazie ad alcuni interventi di sostegno da parte del Governo.

Ma arrivati al 2021, e vedendo in fondo al tunnel il ritorno alla normalità, è arrivato il momento di guardare alla scena nel suo insieme per progettare: occorre superare sia gli spazi vuoti dello startup act del 2012 che le stratificazioni normative intervenute fino ad oggi, per ragionare di una riforma organica.

Perché niente come l’evidenza della crescita insufficiente – misurabile dall’andamento degli investimenti in capitale di rischio messi a confronto con paesi a noi simili e vicini – può far capire che le cose non stanno andando come potrebbero e dovrebbero.

Startup, cosa andrebbe fatto: le esperienze da prendere a esempio

Per capire cosa andrebbe fatto occorre fare uno sforzo di astrazione dalla scena italiana, tornando alle spesso evocate ma poco praticate “best practices”, che altro non sono che le lezioni apprese dall’esperienza di quegli ecosistemi maturi che da anni generano a ciclo continuo nuove imprese tecnologiche a vocazione globale: un “club” di gemmazioni della Silicon Valley che si è distribuito in tutto il mondo con tempistiche diverse, a partire da Israele negli anni ’90, ed a cui si aggiungono progressivamente nuovi Stati – o più propriamente nuove aree metropolitane – ed a cui l’Italia non si sta ancora uniformando. Per troppi anni si è continuato ad ignorare questo mondo, liquidandolo con una presunta diversità dei paesi anglosassoni. La stessa presunta diversità la si è eccepita quando Israele ha dimostrato che delle politiche attive e organiche potevano generare lo stesso circuito virtuoso della Silicon Valley. Diversità si è eccepita anche verso Germania e Spagna, ma non si può più mettere la testa sotto la sabbia quando la Francia – che nel 2010 partiva più indietro dell’Italia – in pochi anni ha dimostrato che è possibile assumere la leadership con una comprensione chiara della strategicità del settore e con una serie di iniziative mirate al suo funzionamento.

Il problema della “diversità”, purtroppo, è che è un bias che quanto più lo si ritiene reale e ci si muove nel suo solco, tanto più questa si concretizza e porta a disallineamento e a conseguente fallimento delle azioni che sarebbero volte a promuovere il riallineamento. La sola diversità su cui dovrebbe fare affidamento l’Italia è il valore aggiunto che può offrire all’economia dell’innovazione, senza derogare però ai principi fondanti di questa e senza ibridizzazioni azzardate tra finanza tradizionale e venture capital, tra debito e capitale di rischio, tra pmi e startup, tra aziende tecnologiche e aziende abilitate dalla tecnologia, tra incubazione e accelerazione, tra mentor e consulenti.

Il (malinteso) ruolo dello Stato nell’ecosistema dell’innovazione

E ancor di più, andando ad analizzare il livello dello Stato, non si dovrebbe confondere il ruolo di questo che dovrebbe limitarsi ad abilitare il terreno di gioco, anziché giocare in prima persona. Purtroppo, la deriva culturale recente e frutto della distorsione del concetto di “Stato Imprenditore” è stata imboccata da troppi senza che questi abbiano compreso che la presunta imprenditorialità dello Stato non è mai stata intesa come creazione di nuove imprese di Stato che intervengano come attori economici sul mercato, bensì come investimento di lunghissimo termine su fattori abilitanti per l’economia privata quali, per esempio, monopoli naturali e ricerca su nuove tecnologie.

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La presenza dello Stato nell’economia dovrebbe limitarsi a questo, e al limite estendersi a partecipazioni di minoranza in aziende di rilevanza strategica per l’interesse nazionale. Tutti i paesi che stanno generando nuovi unicorni – il nome in gergo per le aziende tech che superano una valorizzazione di un miliardo – e che iniziano a essere tanti, hanno un approccio di Stato verso l’economia da abilitatore, facilitatore e garante del mercato, giammai da operatore e solo marginalmente e a posteriori come regolatore. L’esatto opposto dell’Italia, dove si regolamenta tutto prima che nasca – di fatto precludendo la fertilità del terreno – per poi arrivare a prendere atto del fallimento del mercato e passare quindi a rincorrere le altre nazioni creando aziende di Stato.

Startup, le cinque componenti chiave per far funzionare la “macchina”

Tornando a calare tutto ciò nell’ecosistema startup, è noto che per funzionare questo poggia sulla compresenza e la qualità di cinque componenti fondamentali:

  • Talento: ossia la capacità di formare, trattenere e anche di attrarre dall’estero individui altamente capaci in qualcosa – imprendere, comunicare, progettare, programmare, ricercare… – e qui l’Italia forma ma non trattiene talenti, e ne attrae ben pochi (la metà dei fondatori delle startup di maggior successo della Silicon Valley sono immigrati).
  • Cultura: la cultura dell’accettazione del rischio, dell’insegnamento dato dal fallimento, del ruolo sociale dell’imprenditore, la mentalità del give back, il perseguimento del miglioramento continuo attraverso la tecnologia, l’accettazione del cambio di paradigma. In sintesi, l’opposto della mentalità del “si è sempre fatto così” che massacra questo Paese.
  • Densità: l’abbandono del campanilismo spinto che fa sì che qualsiasi politico impieghi risorse pubbliche per aprirsi un hub nella propria cittadina e trarne consenso di breve, o che una fondazione bancaria butti dalla finestra decine di milioni di euro per far aprire un acceleratore fallimentare in una città priva di ecosistema. Tutte queste azioni così care alla cultura del campanilismo diluiscono e ritardano ulteriormente la crescita del comparto nel Paese.
  • Accesso al capitale: si intende la capacità per le nuove imprese di raccogliere equity – e non debito, non certo prima che l’attività sia stabilizzata – e di raccoglierlo nelle medesime condizioni e nell’ammontare che imprese omologhe raccoglierebbero in altri Paesi, perché la corsa delle tech companies è sul mercato globale e se quelle che nascono in Italia si trovano a competere con chi raccoglie il triplo dei soldi per un terzo delle quote di partecipazione al capitale sociale, significa che quelle italiane sono perdenti in partenza ed è inutile che gareggino. Ed investitori che si ritengono furbi nell’aver preso la maggioranza di una startup early stage che poteva scalare dovrebbero iniziare a realizzare che dovrebbero studiare o dedicarsi ad altri tipi di investimenti, anziché perseguire le proprie convinzioni perdendo soldi e facendo perdere anni di vita a giovani imprenditori.
  • Cornice legislativa: ovvero il set di norme che disciplinano il fare impresa, l’operare su un mercato, come anche il raccogliere e veicolare investimenti: come può pensare di generare molte nuove imprese un Paese in cui “tentare” di fare impresa richiede che i fondatori paghino l’INPS anche se lavorano senza pagarsi uno stipendio, o se devono versare migliaia di euro al commercialista per adempimenti che sono solo formali e perfettamente inutili finchè non stanno fatturando un centesimo, ed in cui un gruppo di amici che mettono insieme qualche decina di migliaia di euro da lasciar investire a quello più capace tra loro debbano conformarsi alle stesse norme che cadono in capo ad un fondo di investimento da decine di milioni di euro di gestione?

Non si può pensare di far funzionare la “macchina” della generazione iterativa di nuove imprese tech ad ambizione globale – cioè le startup – senza aver chiaro che si debba fare leva su tutti questi cinque fattori affinché l’ingranaggio produca imprese di successo.

Conclusioni

È il momento di acquisire quel senno di poi per prendere atto che l’attuale perimetro normativo italiano sulle startup sta generando niente altro che PMI che chiamiamo startup, e che è il momento di ragionare su una riforma sensata e basata sulle pratiche internazionali.

È il momento di prendere atto, imparando dagli altri paesi, che le ruote devono essere tonde, altrimenti arriveremo a queste conclusioni andando avanti per tentativi per altri vent’anni, ma sarà troppo tardi per non essere del tutto fuori dalla partita e marginali nell’economia globale.

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