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i dati

Startup, perché la Lombardia (purtroppo) fa eccezione in Italia

di Luca Del Gobbo, Assessore Università, Ricerca e Open Innovation Regione Lombardia

05 Gen 2018

5 gennaio 2018

Da anni l’Italia dimostra di credere poco alle scommesse che le startup portano con sé. La Lombardia si differenza positivamente, come rivelano i numeri e i progetti avviati. Peccato sia un caso isolato

In questo fine 2017 la Lombardia si intesta un nuovo primato. Lo rivelano i dati del Ministero dello Sviluppo economico e di Infocamere che certificano la crescita del fatturato delle startup innovative lombarde, il cui valore raggiunge gli oltre 286 milioni di euro su un totale nazionale di 700 milioni (secondo e terzo trimestre dell’anno, con riferimento ai bilanci 2015 e 2016). Significa un aumento del 39,5 per cento rispetto al periodo precedente.

Sono numeri che indicano, ancora una volta, la dinamicità del settore produttivo lombardo e, in particolare, delle neo imprese, che evidentemente trovano qui terreno fertile per lanciare la propria sfida al mercato. L’attenzione verso l’apporto che le startup danno allo sviluppo in generale è in crescita da tempo. Da esse, infatti, si ottiene un tasso di innovazione tecnologica altrove difficilmente rintracciabile, garantito da un forte investimento in ricerca, da processi snelli e rapidi e da una continua capacità di sperimentare. Non è un caso, per fare un esempio, che la Commissione trasporti del Parlamento europeo, in collaborazione con alcuni grandi soggetti privati, abbia lanciato di recente un premio per selezionare le startup più promettenti in materia di mobilità verde. L’obiettivo è contrastare le problematiche ambientali nel vecchio Continente. Una lodevole iniziativa soprattutto perché vede in sinergia istituzioni pubbliche, attori economici del settore e startup votate all’innovazione.

E nel nostro Paese?

Da anni, purtroppo, l’Italia dimostra di credere poco alle scommesse che le startup portano con sé. Almeno non quanto altri grandi Stati esteri. Il cosiddetto venture capital, cioè quella forma di investimento ad alto rischio a cui si rivolgono proprio le neo imprese per dare linfa ai propri progetti, è una vera Cenerentola: nel 2015 negli Usa i venture capitalist hanno investito 60 miliardi di euro, qui da noi poco più di 100 milioni. Seicento volte meno. In Italia si ama ancora troppo poco il rischio sui ragazzi e sulle loro nuove idee.

In questo contesto poco roseo, la Lombardia fa di nuovo eccezione.

La bussola del capitale di rischio punta, tra i confini italiani, decisamente sulla nostra regione. Nella mappa delle operazioni tra il 2013 e il 2016 – come mostrano i dati Aifi, l’associazione italiana del settore – si mette ancora una volta in luce il territorio lombardo: su 480 operazioni di “early stage”, ovvero nelle prime fasi di vita di un’azienda, una su tre (160) è stata realizzata nel nostro territorio.

È sufficiente? Possiamo accontentarci? Certamente no.

In questa decima legislatura Regione Lombardia si è mossa con un approccio innovativo. Scardinando, cioè, il meccanismo per cui ogni pubblica amministrazione tende a riprodurre se stessa e a fare le cose “come si sono sempre fatte”, scegliendo invece di aprire spazi, creare dinamiche per cui i destinatari delle politiche non sono più destinatari, ma protagonisti, cioè con una propria voce in capitolo.

Qualche esempio è doveroso.

Con l’iniziativa “Open Power” abbiamo creato uno spazio, prima virtuale e poi fisico, per favorire l’incontro tra domanda e offerta di innovazione. Alcune grandi imprese (Tim, Fondazione Telethon, Sirti, Prysmian Group con Draka Elevators), attraverso la nostra piattaforma “Open Innovation”, hanno lanciato challenge su temi di assoluta attualità (dall’utilizzo dei Big data alle tecnologie guidate da intelligenza artificiale) rivolgendosi a startup e singoli innovatori. Una scommessa vinta perché si sono sondate competenze, prodotti e visioni già in circolo e si è capito come, eventualmente, integrarle. Tutto questo grazie al ruolo di “bridge” di Regione Lombardia, che ha messo a disposizione l’hub per connettere idee e imprese.

Un’altra misura promossa di recente – e proprio per incentivare il capitale di rischio verso le startup – è quella realizzata con Fei (Fondo Europeo per gli Investimenti) e altre regioni della Macroregione Alpina (Piemonte, Valle d’Aostra, Alto Adige). È nata così la piattaforma AlpGip (Alpine Growth Investment Platform) che ha l’obiettivo di selezionare una serie di Fondi specializzati in investimenti in startup innovative immettendovi risorse per generare un investimento raddoppiato sulle imprese dei territori coinvolti.

I fondi da gestire all’interno della Piattaforma ammontano a 50 milioni di euro (15 dalla sola Lombardia).

Si tratta di una iniziativa unica in Italia sul fronte del capitale di rischio per tre elementi distintivi. Per la prima volta si mettono in rete più regioni; per la prima volta anche il Fei stanzia risorse proprie (20 milioni dei 50 a disposizione della Piattaforma arrivano da lì) e crede a tal punto nel progetto da avere il coordinamento della Piattaforma stessa; tutte le operazioni che porteranno agli investimenti in start up avverranno a condizioni di mercato. Quindi nessuna procedura burocratica lunga e complessa come quelle previste nella gestione dei fondi europei. Fei e operatori dei Fondi selezionano le migliori aziende e lì investono le risorse. E’ uno strumento che sta al passo coi tempi delle realtà che intende supportare.

Insomma, progetti, opportunità, spazi e strumenti nuovi non mancano. Non vogliamo fermarci qui, naturalmente. In cantiere ci sono nuove e importanti misure per cercare di rendere sempre di più la Lombardia una terra dove scommettere sulle proprie idee innovative, non solo è possibile, ma conviene.

 

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