l'analisi

Startup, ecco il principale problema che frena quelle italiane

Finora si è data colpa al mercato startup, ma per alcuni studiosi la colpa può essere la mancanza di mercati intermedi per la crescita e di mercati di sbocco. E senza una regia politica non sbloccheremo mai il problema

21 Feb 2018
Carmelo Cennamo

università Bocconi di Milano

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Startup è diventato oramai un vocabolo acquisito al panorama capitalistico italiano, e un asset class appetibile recentemente anche per investitori più tradizionali quali family office e private equity. Questo sembrerebbe segnalare una certa maturità del sistema startup, capace di generare non solo spinte innovative, ma anche vere e proprie aziende con una traiettoria di crescita e volumi di fatturato promettenti. Purtroppo, sebbene vi siano molti segnali positivi in questo senso, i numeri ci dicono che gli investimenti in startup non hanno registrato la svolta che ci si aspettava. Soprattutto da parte delle imprese già affermate, che ad oggi hanno usato e investito poco sulle startup come leva innovativa per rigenerare i propri modelli di business, linee di prodotti o processi di produzione e commercializzazione.

La valle della morte che uccide le startup italiane

Il rischio ad oggi più forte per le startup nel nostro Paese non è quello di mancanza di capitali per l’avviamento; ma di trovarsi in una possibile fase di stallo dopo esser riuscite a superare le prime fasi di crescita. È la cosiddetta “valle della morte”; la startup ha superato la fase iniziale di cosiddetta proof of concept and market fit, raggiunto un dimensionamento aziendale interessante grazie alla spinta degli investimenti iniziali, ma non tale da garantirle una crescita organica ed un’architettura aziendale che le permetta stabilità e continuità del business. Senza innesti di capitali forti, in questo stadio la startup può difficilmente fare il salto di crescita necessario per uscire dalla fase di startup ed entrare appieno in quella di crescita verso l’evoluzione e consolidamento in azienda.

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Ma come mai una startup promettente ed in crescita non dovrebbe trovare i capitali sul mercato per sostenere l’ultima fase di sviluppo o “l’ultimo miglio”?

La tesi avanzata dai più è che il sistema startup non è cresciuto in questi anni ai ritmi che ci si aspettava, e che, al di là del trend del momento, l’intero sistema è ancora in una fase embrionale. Corollario principale di questa tesi: mancano i capitali per sostenere la crescita delle startup. Ovvero, i capitali di rischio raccolti negli anni dagli investitori specializzati, venture capital e business angels, non hanno raggiunto dimensioni tali da poter sostenere la crescita delle startup. Ma è questa tesi plausibile?

Da una parte, confrontando i dati Dealroom dello European Venture Capital Report del 2016 (si veda grafici sotto) sulla raccolta di capitali con gli altri Paesi Europei più simili a noi (in quanto a PIL, tradizione manifatturiera ecc..), si nota come la crescita di fondi raccolti in Italia dai venture Capital sia stata pari a circa il 145%, con un numero di deals che è raddoppiato nel tempo. Ma in termini assoluti, siamo ancora molto distanti dagli altri Paesi a noi vicini. A fronte dei 3,2 miliardi di euro raccolti in U.K., 2 in Germania e 2,7 in Francia nel 2016, l’Italia si ferma a 162 milioni.  Questi dati sembrano in parte confermare la tesi per cui non vi sono capitali sufficienti per sostenere la crescita delle startup da parte di investitori specializzati.

Una causa (ignorata) che blocca la crescita startup

Ancorché in parte plausibile quanto all’effetto manifesto, questa tesi non spiega però come mai quegli investitori pur dotati dei capitali che servono, si pensi a private equity o medie-grandi aziende, non subentrano ai primi investitori, o si affiancano ad essi per traghettare la startup verso volumi di fatturato degni di nota. Una tesi alternativa può essere la mancanza di mercato, o meglio di mercati intermedi per la crescita e di mercati di sbocco (la cosiddetta “exit”) che limitano il potenziale di una startup, quindi il suo valore prospettico. Questo paradossalmente rende l’investimento più rischioso e, ex ante, il ritorno sull’investimento meno redditizio proprio quando la startup esce dalla fase di totale incertezza legata allo sviluppo iniziale e comincia a produrre uno storico di business quantificabile.

Mancando mercati liquidi di sbocco per la startup, gli investitori più strutturati (quali ad esempio private equity) hanno pochi incentivi a subentrare nella fase di crescita della startup; mancando mercati intermedi per la crescita (quali ad esempio scambi tra imprese consolidate e startup; corporate venture; o mercato delle risorse umane di livello manageriale), la startup difficilmente riesce ad uscire dalla “valle della morte”.

Guardando semplicemente ai numeri, l’ecosistema italiano non è poi così indietro rispetto ad altre realtà comparabili. Certo, altri paesi sono ad uno stadio molto più avanzato. Ma se prendiamo ad esempio la Francia, i cui recenti progressi hanno suscitato molto clamore, al di là del classico piagnisteo nazionalpopolare, su molte dimensioni la nostra situazione odierna non è dissimile da quella in cui si trovava la Francia qualche anno fa, quando ha cominciato ad investire sul mondo startup. Ad esempio, se guardiamo al 2011, i capitali totali (VC e Business Angeles) raccolti in Francia erano poco più di 300 milioni contro i 250 milioni (scarsi) raccolti in Italia ad oggi, il numero di “deal” e di “exit” degno di nota pressoché nullo, e fondi di investimento ed incubatori mediamente di piccole dimensioni e frammentati. Negli ultimi anni però la Francia ha registrato una spinta forte, raccogliendo solo negli ultimi due anni 5,4 miliardi di capitali, con lo Stato che ha giocato un ruolo centrale come “primo” finanziatore, ma ancor più nello sviluppo e nella valorizzazione dell’ecosistema interno (attraverso ad esempio la creazione de La French Tech che ha creato una rete di aggregazione e valorizzazione delle varie realtà locali). Ma soprattutto, sono state le grandi imprese a giocare un ruolo critico per lo sviluppo dell’intero ecosistema, rappresentando la categoria di investitori che è cresciuta di più in termini di capitali investiti in startup (stando ai dati del report di Dealroom sopracitato).

Il mercato deal imprese-startup

In Italia il mercato di deal imprese-startup è ancora tutto da svilupparsi. Ma forse, insieme al mercato dei “talenti”, è l’area più critica su cui intervenire con molteplici azioni concertate. I dati di Startup Heatmap Europe ci dicono che l’accesso al talento (ovvero risorse umane specializzate), la facilità e costo di fare business, e l’accesso alle risorse finanziarie sono i tre fattori più importanti per la crescita di una startup e ne determinano la scelta del Paese in cui fondare la startup. Mentre a livello legislativo sono state prese diverse misure per agevolare l’assunzione di personale, facilitare la costituzione e operatività della startup, e incentivare gli investimenti in iniziative di startup, a queste misure non si è accompagnato lo sviluppo vero e proprio di mercati intermedi di risorse umane e finanziarie.

Sul mercato dei capitali abbiamo già notato come il tallone d’Achille al momento è rappresentato dai capitali necessari a superare la “valle della morte”. Quanto al mercato dei talenti, vi sono due fattori strutturali che limitano la liquidità del mercato: accesso e mobilità. Quanto all’accesso, le figure più ricercate oggi dalle startup (fonte: Società Technical Hunter) sono ingegneri nel campo del software e web, oltre che digital marketing managers e business development manager. Tutte figure di cui vi è scarsa offerta ad oggi nel Paese, soprattutto in relazione agli altri Paesi Europei.

Sul fronte mobilità, nonostante sia stata prevista dal legislatore la disciplina per il work for equity, ad esempio, non vi sono state altre iniziative complementari volte a sviluppare un vero e proprio mercato di risorse umane qualificate e uno scambio in tal senso tra imprese e startup.

L’ecosistema c’è ma è frammentato; senza una regia capace di creare meccanismi di coordinamento che portino ad una “struttura di allineamento” tale da rendere la cooperazione fluida tra i vari attori, sarà difficile che questi mercati intermedi si sviluppino da soli, e che quindi le attività dei vari operatori diventino complementari e convergano verso obiettivi comuni di crescita. Nell’anno del premio Nobel per l’economia a R. Thaler, risulta forse scontato ma certo non ovvio concludere che forse, ciò che manca è una serie di iniziative di “nudge” da parte dello Stato, e degli operatori specializzati, per promuovere meccanismi di mercato laddove oggi esistono, al più, meccanismi di filtro basati su network di relazioni, più o meno virtuosi.

 

 

 

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