Marzo 2026: bombe, blackout, incendi. Infuria la guerra in Medio Oriente. Una guerra di droni, missili e attacchi cibernetici. Gli Usa e Israele hanno colpito duramente la Repubblica Islamica dell’Iran decapitandone i vertici grazie ai dati ottenuti da telecamere stradali. Altri omicidi mirati sono il frutto di una dettagliata raccolta di informazioni filtrata dai feed delle piattaforme di intelligenza artificiale usate per profilare e geolocalizzare i target con estrema precisione.
Un uso dell’intelligenza artificiale (ormai prevalentemente identificata con l’acronimo inglese AI) che ha determinato una battaglia legale tra Anthropic e il Dipartimento della Guerra americano. Anthropic aveva chiesto di non usare la sua intelligenza artificiale in uno scenario di conflitto e il Pentagono aveva risposto mettendola in blacklist. Il governo statunitense ha poi deciso di classificare l’azienda come “minaccia alla sicurezza nazionale” perché la società si era rifiutata di eliminare due clausole dal contratto con il Pentagono: il divieto di usare il suo modello Claude per la sorveglianza massiva dei cittadini americani e il suo utilizzo per governare armi completamente autonome.
Indice degli argomenti
La guerra digitale tra droni, missili e attacchi cibernetici
Il prosieguo della guerra coinvolge numerosi Paesi arabi, colpiti dall’Iran in quanto alleati degli aggressori americani, e vede l’impiego di missili capaci di superare le imponenti difese aeree del Golfo Persico e colpire infrastrutture civili, energetiche e dei trasporti. Piccoli droni centrano i data center di Amazon Aws negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain trasformando un attacco fisico a un cloud provider in una cyber-arma con effetti a cascata su importanti servizi digitali bancari.
Gli attacchi cinetici, ovvero fisici, preceduti e seguiti dagli attacchi cibernetici, almeno seicento nella prima settimana di guerra, sono accompagnati dalla produzione di una notevole quantità di notizie false e verosimili. Diffuse su X, Telegram e YouTube, sono generate per fini di propaganda verso l’interno e di disinformazione verso l’esterno. Due le narrative principali: quella di un presidente degli Stati Uniti incoerente e infantile, e quella del popolo iraniano schiacciato sotto il tallone dei suoi stessi governanti. Nei messaggi di Trump, affidati al suo social network Truth, vengono pubblicati a ripetizione gli inviti alla rivolta della popolazione iraniana repressa dal regime degli ayatollah, mentre anonimi account filoiraniani in tutta risposta producono decine e decine di video sintetici in stile Lego sull’inconcludenza degli attacchi americani. Gli Usa impiegano l’AI per generare immagini iperrealistiche di operazioni militari, montate in sequenze hollywoodiane provenienti da Top Gun, Il gladiatore e Braveheart, per evocare forza ed eroismo, cui si aggiungono quelli di videogiochi in stile Grand Theft Auto, sovrapposti a filmati di attacchi reali.
Gli account Telegram dei pasdaran iraniani pullulano invece di filmati con bunker sotterranei stipati di missili e di armi, e delle immagini del bombardamento della scuola di Minab, che uccide centosessanta bambine a causa di “mappe non aggiornate”. Tra i primi atti della guerra digitale tra Usa e Iran c’è l’attacco all’app religiosa BadeSaba, un calendario digitale per gli islamici, hackerata per invitare i credenti alla sollevazione di massa contro il regime. Nel frattempo, i cybersoldati di Handala Hack colpiscono i database del network sanitario americano Stryker e pubblicano le e-mail personali del nuovo capo dell’Fbi, Kash Patel, per irriderne l’incapacità a tutelare i suoi account digitali. Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano di colpire, a partire dal 1° aprile, le aziende tecnologiche statunitensi che operano nella regione, Boeing, Tesla, Meta, Google, Apple e altre, per la loro complicità negli attacchi terroristici americani, esortando i dipendenti e gli abitanti delle zone limitrofe a evacuare immediatamente.
Prediction market e controllo della percezione
Prima di tutto questo caos, il 28 gennaio, nelle ore precedenti l’inizio delle ostilità, alcuni giocatori hanno piazzato su Polymarket 500 milioni di dollari di scommesse sul probabile attacco all’Iran. Sei di questi ci guadagneranno il doppio. Polymarket è un prediction market, una piattaforma che raccoglie informazioni sotto forma di previsioni. Queste previsioni modellano gli eventi anche attraverso la loro percezione. Modellare la percezione di cosa potrebbe accadere consente di orientare i comportamenti, far precipitare gli eventi e influenzare la realtà. Pensate all’allerta di un’alluvione. L’alluvione potrebbe anche non verificarsi, ma gli abitanti del territorio saranno comunque indotti a evacuare le loro abitazioni. È per questo che nelle crisi geopolitiche degli ultimi anni, accanto alle mappe militari e ai briefing diplomatici, è comparso un nuovo indicatore di rischio: le scommesse.
Gli analisti di intelligence si concentrano sull’analisi dei prediction market utilizzandoli come veri e propri campi di battaglia per capire le intenzioni delle persone e poterle influenzare. I prediction market hanno due caratteristiche. Funzionano come grande scommessa globale sugli eventi della storia presente e sintetizzano informazioni disperse aggregandole come farebbe un mercato finanziario. Chiunque sia a conoscenza di informazioni riservate può farci soldi, che si tratti di scommettere sull’invasione dell’Ucraina, sui protagonisti dei file di Epstein o sulla sconfitta di Trump nelle elezioni di midterm. Da mercato delle previsioni diventa mercato delle informazioni. E veicolo di disinformazione. Polymarket annovera tra gli investitori Peter Thiel di Palantir, Vitalik Buterin di Ethereum e Donald Trump junior. Oggi è il più noto mercato di scommesse su fatti reali.
Cosa potrebbe essere pronto a fare uno scommettitore milionario per far accadere un evento su cui ha puntato come, ad esempio, l’assassinio di un leader politico? Percezione e controllo delle informazioni sono armi potenti. Per gli analisti questi mercati rappresentano oggi un nuovo indicatore da monitorare: non perché predicano il futuro con certezza, ma perché mostrano in tempo reale cosa il mercato globale pensa di sapere sulle crisi imminenti. È un termometro delle aspettative geopolitiche, in un mondo in cui informazione, finanza e conflitto sono sempre più intrecciati, e la linea tra la guerra e la pace è sempre più sfumata. Un pezzo della guerra ibrida che ha al suo centro la guerra per l’informazione e il controllo dei dati. Al centro di questa guerra c’è Internet con le sue piattaforme, come Polymarket.
Internet come terreno di scontro geopolitico
Ma che succede quando i governi impongono le regole all’uso che facciamo di Internet e dei suoi servizi? E soprattutto, che succede quando Internet diventa terreno di scontro e strumento della geopolitica trasformandosi in teatro di guerra?
Il 6 gennaio 2021 una folla esagitata prende d’assalto il Campidoglio di Washington, sede del potere legislativo degli Stati Uniti e simbolo della democrazia americana. La folla, richiamata da un tam-tam mediatico, chiede l’annullamento delle elezioni che hanno decretato la sconfitta del tycoon ed ex presidente Usa Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, ritenendole truccate. Al grido di #stopthesteal, la folla, accorsa in seguito ai post incendiari di Trump sui social network di estrema destra Gab e Parler, e poi su Twitter, travolge i pochi agenti della sicurezza presenti e si riversa nelle sale del palazzo. Il bilancio finale sarà di cinque morti. Dopo averla aizzata con false dichiarazioni relative al risultato elettorale, sarà lo stesso Trump a invitare la folla alla non-violenza.
Poco dopo la Russia invade l’Ucraina: è il 24 febbraio 2022. Le operazioni militari di terra sono precedute da un attacco informatico che disabilita parte della rete satellitare Viasat. Agli attacchi cibernetici successivi segue un’intensa opera di propaganda: molte nazioni europee e gli Usa chiudono l’etere e bloccano i servizi digitali di informazione russi (Ottaviani, 2022). La Federazione Russa fa lo stesso per rappresaglia e minaccia distaccarsi dalla rete Internet globale.
Big Tech, piattaforme digitali e sovranità dei dati
Il 22 ottobre 2022 Elon Musk, magnate di origini sudafricane, compra Twitter per 44 miliardi di dollari. In precedenza, aveva denunciato il pericolo che il social si trasformasse in “camere di risonanza della destra o della sinistra che generano odio e dividono il Paese”. A novembre Musk riabilita l’account di Donald Trump prima bandito dalla piattaforma a cui ha cambiato nome in “X”. I suoi detrattori lo accusano di volere acquisire una platea mediatica globale per favorire i propri interessi e posizionare “Xcorp”, l’insieme delle sue iniziative imprenditoriali (X/Twitter, Tesla, SpaceX), nell’aspra competizione per la sovranità dei dati che, come vedremo, sta ipotecando il futuro della rete.
Il 30 novembre 2022 viene reso pubblico e gratuito l’uso di ChatGPT, chatbot di Intelligenza Artificiale basato su un Large Language Model (Llm) addestrato usando i dati pubblici o semipubblici presenti in rete, senza chiederne il permesso.
Nel novembre del 2023 Israele decide di scollegare 15 Internet provider della Striscia di Gaza come rappresaglia per il brutale attacco terroristico subito dal proprio Paese il 7 ottobre a opera del partito armato di Hamas, lasciando senza Internet mezzo milione di persone (Access Now, 2023).
Il 24 agosto 2024 Pavel Durov, fondatore di Telegram, viene arrestato dalle autorità francesi per “complicità nelle attività illegali che vi si svolgono” (Badshah e Reuters, 2024). La piattaforma, che in maniera pseudo-anonima permette di diffondere informazioni e comunicare in tempo reale gli sviluppi dei teatri di guerra, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza a Teheran, come pure di creare al suo interno mercati criminali, è ritenuta complice di pedofilia e traffico di droga dalle autorità francesi che ne richiedono le chiavi segrete di accesso. Durov verrà rilasciato poco dopo.
L’8 gennaio 2025 il Ceo di Meta, Mark Zuckerberg, con un video su Facebook, social network di sua proprietà, dichiara l’intenzione di porre fine al fact checking su Facebook, Instagram e Threads, ispirandosi alle community notes di X/Twitter (Körömi et al., 2025).
Alla cerimonia del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, il neoeletto presidente americano Donald Trump invita gli oligarchi del digitale: Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta), Elon Musk (SpaceX), Tim Cook (Apple), Sundar Pichai (Microsoft) e Shou Chew (TikTok). Secondo gli osservatori, la foto che li ritrae tutti insieme rappresenta simbolicamente la subordinazione dell’oligopolio digitale americano al potere esecutivo, secondo altri, la saldatura definitiva tra Big Tech e Big State.
La guerra algoritmica tra Stati, AI e piattaforme
Il 22 giugno 2025 Donald Trump annuncia su Truth di aver ordinato un attacco aereo di successo contro tre siti nucleari iraniani, per azzerarne la capacità offensiva. Solo in seguito si terrà una conferenza stampa ufficiale da parte del segretario alla Difesa Usa, Peter Hegseth, per darne l’annuncio.
Il 24 giugno 2025 Vladimir Putin firma l’ordine di creazione di un sistema di messaggistica di Stato per sostituire Telegram e WhatsApp nell’uso che ne fanno i cittadini russi (Tass, 2025). La piattaforma dovrà avere nuove funzionalità d’uso e di sicurezza, con l’effetto di consegnare i dati dei cittadini russi al controllo governativo.
Tra il 24 e 25 giugno 2025, durante il vertice Nato tenutosi all’Aia, si verificano oltre cento attacchi Ddos (distributed denial of service attack, “attacco distribuito da negazione di servizio”) orchestrati dal gruppo hacktivista filorusso NoName057(16) che colpisce dodici siti municipali olandesi e provoca un’interruzione di tre ore del portale informativo della Nato nei Paesi Bassi (Messina, 2025).
Il 28 giugno 2025 la Germania chiede ad Apple e Google di bandire dai loro store online il sistema di intelligenza artificiale cinese DeepSeek, ritenuto una minaccia alla sicurezza nazionale (Kharpal, 2025).
Nei primi giorni di luglio 2025 la Cina lancia una nuova piattaforma centralizzata di identità virtuale. Sviluppato dal Ministero della Pubblica Sicurezza e dalla potente Amministrazione del Cyberspazio, il sistema sostituisce il modello decentrato di verifica dell’identità utente con un’infrastruttura statale unificata che consente allo Stato di mappare in tempo reale le attività digitali di ogni utente, senza passare da intermediari (Lamperti, 2025).
Il 6 luglio 2025, Elon Musk, in seguito a un sondaggio favorevole sulla piattaforma social X, annuncia il lancio di un nuovo partito, l’America Party, sfidando l’ex amico Donald Trump.
È difficile non ravvisare in tutti questi episodi i contorni di uno scontro totale, che chiameremo guerra algoritmica, cioè l’uso di software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa. Software e algoritmi possono infatti essere usati per penetrare difese informatiche, rubare dati, o manipolare le informazioni che influenzano la percezione pubblica degli eventi. Questa nuova era della guerra si basa sulla capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso (Mezza, 2022) e soldati passivi nella guerra dell’informazione (Mhalla, 2025).














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