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Digital Product Passport, il passaporto che trasforma i prodotti in dati verificabili



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Il Digital Product Passport introduce una nuova fase della sostenibilità europea, fondata su dati ambientali strutturati, verificabili e interoperabili. La transizione verde non riguarda più soltanto reporting e obiettivi ESG, ma la costruzione di un’infrastruttura digitale capace di accompagnare prodotti, imprese e filiere

Pubblicato il 13 lug 2026

Davide Liberato lo Conte

PhD Post-doc Research Fellow in Management Department of Management Sapienza University of Rome



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Il Digital Product Passport introduce una nuova fase della sostenibilità europea, fondata su dati ambientali strutturati, verificabili e interoperabili. La transizione verde non riguarda più soltanto reporting e obiettivi ESG, ma la costruzione di un’infrastruttura digitale capace di accompagnare prodotti, imprese e filiere.

Dal reporting ESG alla sostenibilità come infrastruttura digitale

Questa evoluzione aiuta a rileggere la trasformazione verde dell’economia europea, ancora frequentemente interpretata attraverso categorie ormai parzialmente superate, come decarbonizzazione, riduzione delle emissioni, responsabilità sociale e rendicontazione ESG.

Sebbene tali dimensioni rimangano centrali, il vero cambiamento introdotto dalla nuova architettura regolatoria europea riguarda un livello molto più profondo e strutturale: la progressiva datificazione della sostenibilità.

Il Green Deal europeo non sta semplicemente imponendo nuovi obiettivi ambientali, ma sta infatti costruendo un ecosistema normativo nel quale la sostenibilità diventa anzitutto un problema di governance del dato, di interoperabilità informativa e di capacità computazionale delle organizzazioni.

L’integrazione tra Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), European Sustainability Reporting Standards (ESRS), Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), EU Taxonomy, Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) ed Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) evidenzia come il legislatore europeo stia progressivamente spostando il focus dalla semplice disclosure delle performance ambientali alla costruzione di una vera infrastruttura digitale della sostenibilità, nella quale ogni informazione ambientale deve essere prodotta, condivisa e continuamente verificabile. La sostenibilità cessa così di rappresentare un output del processo manageriale per diventare un’infrastruttura permanente che attraversa progettazione e fine vita dei prodotti.

Il Digital Product Passport e la dataficazione della sostenibilità

Il Digital Product Passport (DPP) costituisce probabilmente il tassello tecnologico più innovativo di questo impianto. La sua funzione non consiste nell’aggiungere nuove informazioni al prodotto, bensì nel trasformare il prodotto stesso in una piattaforma informativa distribuita, capace di aggregare dati provenienti da una pluralità di attori appartenenti alla medesima catena del valore. Ogni bene immesso sul mercato europeo sarà progressivamente identificato attraverso un’identità digitale persistente, interoperabile e continuamente aggiornabile, nella quale confluiranno informazioni relative:

• all’origine delle materie prime
• all’intensità carbonica
• al consumo energetico
• alla composizione dei materiali
• alla presenza di sostanze critiche
• alla durabilità
• alla riparabilità
• alla manutenzione
• ai processi di ricondizionamento e alle modalità di recupero a fine vita.

Il passaggio concettuale è tutt’altro che marginale. Nella letteratura sui sistemi informativi aziendali il vantaggio competitivo è stato tradizionalmente ricondotto alla capacità di acquisire, elaborare e utilizzare dati economico-finanziari a supporto delle decisioni manageriali (Porter & Millar, 1985; Davenport, 1998). La nuova regolazione europea amplia radicalmente questo paradigma, attribuendo ai dati ambientali lo stesso valore strategico storicamente riconosciuto ai dati finanziari. Si assiste, pertanto, alla progressiva emersione di una nuova categoria di asset immateriali: gli Environmental Data Assets, ovvero patrimoni informativi che descrivono il comportamento ambientale dell’impresa con livelli di granularità sempre più elevati e che divengono determinanti per l’accesso ai mercati, ai finanziamenti, alle catene globali di fornitura e agli investimenti sostenibili.

La conseguenza più rilevante riguarda l’architettura stessa dei sistemi informativi aziendali. La raccolta delle informazioni ambientali non può più essere delegata esclusivamente alle funzioni ESG o agli uffici sustainability attraverso procedure manuali di consolidamento annuale. Diventa invece necessario progettare ecosistemi digitali nei quali ERP e strumenti di Business Analytics operino come componenti di un’unica Environmental Data Architecture, capace di garantire qualità del dato, interoperabilità semantica, tracciabilità temporale e verificabilità esterna. La sostenibilità, in altri termini, viene progressivamente incorporata nell’architettura digitale dell’impresa piuttosto che nei documenti di rendicontazione.

Questa evoluzione apre inoltre un nuovo fronte competitivo destinato ad assumere crescente rilevanza nei prossimi anni: quello della Carbon Intelligence. Diversamente dalla tradizionale Carbon Accounting, prevalentemente orientata alla misurazione ex post delle emissioni, la Carbon Intelligence integra intelligenza artificiale, analisi predittiva e tecniche avanzate di data analytics per costruire sistemi capaci di monitorare dinamicamente il comportamento ambientale dell’organizzazione, identificare anomalie e supportare decisioni operative e strategiche in tempo quasi reale. Il carbon footprint diventa così non soltanto un indicatore di sostenibilità, ma un’informazione gestionale utilizzabile per ottimizzare processi produttivi e rafforzare la resilienza competitiva dell’intera supply chain.

La transizione verde, pertanto, segna l’affermazione di un paradigma nel quale la competitività industriale sarà sempre più funzione della capacità delle imprese di costruire architetture informative ambientali, trasformando il dato ecologico in un’infrastruttura strategica di governo, innovazione e creazione di valore.

Il Digital Product Passport come sistema distribuito: identità, semantica e governance del dato industriale

Dal QR code all’architettura digitale del prodotto

Il DPP viene spesso rappresentato come un semplice QR code applicato a un bene fisico. Questa interpretazione, tuttavia, confonde il punto di accesso con il sistema informativo sottostante. Il data carrier, che potrà assumere la forma di un codice bidimensionale, di un tag NFC o di un’altra tecnologia compatibile, costituisce esclusivamente il meccanismo attraverso il quale un soggetto o un’applicazione risolve l’identità del prodotto e accede ai dati autorizzati. Il passaporto vero e proprio è invece un’infrastruttura distribuita composta da identificatori persistenti, modelli semantici, servizi di autenticazione e meccanismi di verifica crittografica.

Il Regolamento ESPR stabilisce che ogni DPP debba essere collegato, attraverso un data carrier fisicamente presente sul prodotto, sull’imballaggio o sulla documentazione, a un identificatore univoco persistente. I dati devono essere strutturati secondo standard aperti, leggibili automaticamente, ricercabili e trasferibili mediante reti interoperabili, senza dipendenza tecnologica da uno specifico fornitore. Il legislatore richiede inoltre interoperabilità tecnica, semantica e organizzativa tra i diversi passaporti digitali. Il DPP non coincide, pertanto, con una pagina web statica: rappresenta un oggetto informativo machine-readable che deve poter essere interrogato e processato automaticamente da sistemi eterogenei.

La struttura logica: prodotto fisico, identità digitale e risoluzione

Il primo livello dell’architettura riguarda l’identificazione. Ogni prodotto deve essere associato a un persistent unique product identifier, la cui granularità potrà corrispondere al modello, al lotto oppure alla singola unità. La scelta non è puramente tecnica, poiché determina la precisione con cui sarà possibile rappresentare variabilità produttiva, provenienza dei materiali, manutenzioni, sostituzioni di componenti e operazioni di fine vita.

Un DPP a livello di modello descrive caratteristiche comuni a tutte le unità appartenenti alla stessa configurazione progettuale. È adatto, ad esempio, a documentare istruzioni di riparazione e disponibilità dei ricambi. Un passaporto a livello di lotto consente invece di incorporare informazioni specifiche relative a un determinato ciclo produttivo o insieme di materiali. Il livello item, infine, rende possibile costruire una storia digitale della singola unità, includendo eventi successivi alla vendita quali interventi manutentivi, aggiornamenti, sostituzioni e riciclo.

L’ESPR prevede, accanto all’identificatore del prodotto, identificatori univoci degli operatori economici e degli impianti produttivi. L’Allegato III richiama la famiglia ISO/IEC 15459 e contempla, tra gli elementi associabili al passaporto, GTIN, codici doganali, documentazione di conformità, identificativi del fabbricante, dell’importatore, degli altri operatori e dei siti produttivi. Ne deriva un modello nel quale il prodotto non è rappresentato isolatamente, ma come nodo appartenente a una rete di relazioni tra materiali, organizzazioni, stabilimenti, certificazioni ed eventi.

Dal punto di vista informatico, il data carrier dovrebbe quindi contenere o risolvere un identificatore, non incorporare necessariamente l’intero dataset. La risoluzione dell’identificatore conduce a uno o più endpoint dai quali recuperare le rappresentazioni autorizzate del passaporto. Le architetture analizzate dal progetto europeo CIRPASS contemplano sia identificatori basati su HTTP URI sia approcci fondati sui Decentralized Identifiers. Si tratta di opzioni differenti ma potenzialmente interoperabili: le prime utilizzano l’infrastruttura consolidata del web, mentre le seconde introducono meccanismi decentralizzati di risoluzione e verifica dell’identità. L’ESPR conserva intenzionalmente un’impostazione tecnologicamente neutrale e non impone l’adozione di blockchain o di un’unica tecnologia di identificazione.

Il modello dati: dalla sintassi alla semantica industriale

L’interoperabilità sintattica, ottenuta mediante formati strutturati come JSON, XML o RDF, costituisce soltanto il primo livello del problema. Due sistemi possono scambiarsi correttamente un attributo denominato recycledContent, ma continuare a interpretarlo in modo incompatibile qualora non condividano definizioni e regole di calcolo.

La costruzione del DPP richiede quindi un modello semantico capace di definire, per ogni attributo:

significato univoco;
tipo di dato;
unità di misura;
cardinalità;
livello di granularità;
metodologia di determinazione;
soggetto responsabile;
data di validità;
fonte;
evidenza documentale;
livello di affidabilità;
diritti di lettura e aggiornamento;
relazione con altri oggetti informativi.

Un valore relativo all’impronta carbonica, per esempio, non può essere trattato come un semplice numero decimale. Deve essere associato almeno all’unità funzionale, al confine del sistema, alla versione della metodologia e all’incertezza della misurazione. In assenza di questi metadati, due carbon footprint formalmente espresse in chilogrammi di CO₂ equivalente potrebbero risultare computazionalmente confrontabili ma metodologicamente incompatibili.

La semantica diventa ancora più complessa quando il DPP incorpora informazioni dinamiche. Lo stato di salute di una batteria o l’esito di una riparazione sono dati temporalmente determinati. Il modello deve pertanto distinguere tra attributi relativamente stabili, come la composizione nominale, ed eventi che modificano nel tempo lo stato del prodotto.

La rappresentazione più coerente non è quella di una scheda anagrafica immutabile, ma quella di un digital twin documentale dotato di una sequenza versionata di stati ed eventi. Ogni aggiornamento dovrebbe specificare chi ha prodotto il dato e con quale autorizzazione.

Nella proposta di atto di esecuzione relativa al registro europeo del DPP, pubblicata nel 2026, la Commissione delinea un semantic repository destinato a raccogliere modelli dati, definizioni e specifiche multilingue. La proposta prevede: modelli versionati, API pubblicamente documentate, collegamenti tipizzati tra passaporti ed evidenze sottostanti e l’utilizzo di risorse semantiche europee esistenti. Il repository assumerebbe quindi il ruolo di fonte autorevole per la validazione automatica della conformità semantica dei dati. Trattandosi, alla data di redazione, di una proposta di atto di esecuzione, i relativi dettagli tecnici devono essere distinti dagli obblighi già stabiliti direttamente dall’ESPR.

Un’architettura federata, non un database centralizzato

Il sistema europeo del DPP è configurato secondo una logica federata. L’ESPR non richiede che tutte le informazioni industriali siano trasferite integralmente in un unico database dell’Unione. Il passaporto può essere conservato dall’operatore economico responsabile oppure da un DPP service provider, mentre una copia di back-up deve essere resa disponibile attraverso un fornitore di servizi indipendente. La Commissione gestisce invece un registro contenente almeno gli identificatori univoci e, per i prodotti destinati all’immissione in libera pratica, il relativo codice merceologico.

Questa separazione produce un’architettura composta da almeno cinque layer:

  1. Source systems layer.
    Comprende ERP, PLM, Product Information Management, Manufacturing Execution System, Warehouse Management System, sistemi LCA, piattaforme EHS, strumenti di supplier management, laboratori, sistemi IoT e applicazioni di manutenzione.
  2. Data integration layer.
    Normalizza dati provenienti da sorgenti eterogenee, esegue controlli di qualità, risolve le identità degli oggetti e riconcilia unità di misura, classificazioni e codifiche.
  3. DPP orchestration layer.
    Compone il dataset previsto per il gruppo di prodotto, applica le regole di granularità, associa evidenze e metadati, gestisce versioni e determina quali informazioni siano pubbliche, riservate o accessibili esclusivamente alle autorità.
  4. Trust and access layer.
    Autentica gli attori, verifica credenziali e ruoli, applica policy di autorizzazione, firma o sigilla gli aggiornamenti e registra le operazioni rilevanti in audit log non alterabili.
  5. Exchange and presentation layer.
    Espone API machine-to-machine, interfacce per le autorità, visualizzazioni per consumatori e operatori professionali, collegamenti con marketplace, sistemi doganali e piattaforme di riparazione o riciclo.

In tale configurazione, il DPP non trasferisce necessariamente tutti i dati dal sistema sorgente a una piattaforma esterna. Può invece funzionare come indice distribuito che collega attributi, endpoint ed evidenze conservati presso soggetti differenti. Ciò consente di mantenere la responsabilità del dato vicino alla fonte che lo genera, riducendo duplicazioni e problemi di sincronizzazione.

La federazione introduce tuttavia una dipendenza critica dalla persistenza degli identificatori e degli endpoint. Un passaporto deve restare accessibile anche in caso di insolvenza, liquidazione o cessazione dell’attività dell’operatore responsabile. Per questa ragione l’ESPR impone copie di back-up e attribuisce crescente importanza ai DPP service provider, ai meccanismi di portabilità e all’assenza di vendor lock-in.

Identità, autorizzazioni e verificabilità crittografica

La qualità del DPP non dipende soltanto dall’esattezza degli attributi, ma dalla possibilità di dimostrare la provenienza e l’integrità di ogni informazione. È quindi necessario distinguere almeno quattro proprietà:

Autenticità, ossia la possibilità di verificare l’identità del soggetto che ha prodotto o aggiornato il dato.
Integrità, ossia la garanzia che il contenuto non sia stato alterato dopo la sua produzione.
Provenance, cioè la ricostruzione della catena di trasformazioni mediante la quale il dato è stato generato.
Non ripudio, ovvero la disponibilità di evidenze che impediscano all’autore di disconoscere un’operazione validamente eseguita.

Queste proprietà possono essere implementate mediante firme elettroniche e registri degli eventi. Non è necessario che il dato sia pubblico per essere verificabile: un attributo riservato può essere conservato in un dominio protetto e accompagnato da un digest crittografico che consenta di dimostrarne successivamente l’integrità.

L’accesso non può essere gestito attraverso una distinzione binaria tra informazione pubblica e privata. L’ESPR individua una pluralità di destinatari — consumatori, produttori, distributori, riparatori, ricondizionatori, riciclatori, autorità di vigilanza e autorità doganali — ai quali saranno attribuiti diritti differenziati mediante gli atti relativi ai singoli gruppi di prodotto.

Tecnicamente, questa impostazione richiede politiche di Identity and Access Management basate non soltanto sul ruolo, ma anche sugli attributi e sul contesto. Un recycler potrebbe accedere alla composizione chimica necessaria al trattamento, senza poter consultare costi industriali o dati commercialmente sensibili. Un riparatore certificato potrebbe ottenere diagnostica e istruzioni tecniche più dettagliate rispetto al consumatore. Un’autorità di vigilanza potrebbe accedere alle dichiarazioni di conformità e alle evidenze probatorie non disponibili agli altri attori.

Il modello più adatto è quindi una combinazione di Role-Based Access Control e Attribute-Based Access Control, nella quale la decisione autorizzativa considera identità, ruolo e validità temporale delle credenziali.

Versionamento, data lineage e gestione degli eventi

Il DPP deve essere progettato come oggetto evolutivo. Limitarsi a sovrascrivere i valori precedenti renderebbe impossibile ricostruire lo stato del prodotto in un determinato momento e indebolirebbe la capacità probatoria del sistema.

Una corretta architettura dovrebbe adottare meccanismi di versionamento che associno a ogni modifica:

identificativo della versione;
timestamp;
autore dell’aggiornamento;
motivazione;
attributi modificati;
versione precedente;
evidenza di supporto;
firma o sigillo;
stato di validazione.

L’approccio può essere avvicinato ai paradigmi di event sourcing: invece di conservare esclusivamente lo stato corrente, il sistema registra gli eventi che hanno determinato tale stato. Produzione, controllo qualità e riciclo diventano eventi appartenenti alla storia digitale del prodotto.

Questo modello è particolarmente rilevante per l’economia circolare. Il valore di un bene usato non dipende soltanto dalle specifiche originarie, ma dalla storia effettiva di utilizzo, manutenzione e trasformazione. Un DPP a livello di item può ridurre l’asimmetria informativa nei mercati secondari, rendendo verificabili provenienza, autenticità, interventi subiti e vita utile residua.

L’integrazione con i sistemi aziendali

La maggiore difficoltà implementativa non sarà la generazione del data carrier, ma la costruzione della catena informativa necessaria ad alimentarlo. Nella maggior parte delle imprese i dati richiesti sono frammentati tra funzioni, sistemi e fornitori differenti.

La distinta base risiede nel PLM o nell’ERP; i consumi effettivi nel MES; le emissioni nei sistemi ambientali; i certificati nei repository documentali; le informazioni sui fornitori nelle piattaforme di procurement; i dati logistici nei sistemi di supply chain; gli interventi post-vendita nei CRM o nelle applicazioni di field service. Una parte significativa delle informazioni ambientali continua inoltre a essere scambiata mediante fogli elettronici, documenti PDF e dichiarazioni non strutturate.

L’introduzione del DPP richiede pertanto una Product Environmental Master Data Management capace di definire quali sistemi siano autorevoli per ciascun attributo, chi ne sia responsabile e quali controlli debbano essere superati prima della pubblicazione.

Il processo non dovrebbe essere costruito come un ulteriore reporting periodico, ma come pipeline industriale continua:

acquisizione → validazione → normalizzazione → arricchimento semantico → associazione delle evidenze → autorizzazione → pubblicazione → monitoraggio → aggiornamento

L’impresa dovrà inoltre gestire la propagazione degli aggiornamenti. Se un fornitore modifica la composizione di un componente, il cambiamento può incidere su sostanze critiche e documentazione di conformità di tutti i prodotti che lo utilizzano. Il DPP introduce quindi un problema di dependency management: le relazioni tra materiali e passaporti devono essere modellate in modo da identificare automaticamente gli oggetti informativi impattati da una modifica.

Dal dato dichiarato al dato computabile

La vera discontinuità introdotta dal DPP consiste, tuttavia, nel passaggio da informazioni leggibili dall’uomo a informazioni computabili. Una dichiarazione ambientale in PDF può essere consultata, ma difficilmente integrata in tempo reale nei processi decisionali. Un attributo strutturato, semanticamente definito e associato a un identificatore può invece alimentare algoritmi di selezione dei fornitori, controlli doganali e processi automatizzati di conformità.

L’ESPR prevede un registro europeo e un portale pubblico attraverso il quale gli stakeholder potranno ricercare e confrontare i dati nel rispetto dei rispettivi diritti di accesso. Per le importazioni, il registro sarà inoltre interconnesso con l’EU Customs Single Window Certificates Exchange System, consentendo verifiche elettroniche tra identificativo del prodotto e codice merceologico. Il DPP diventa così parte dell’infrastruttura di controllo del mercato, non soltanto uno strumento di comunicazione ambientale.

Questa trasformazione modifica anche la nozione di compliance. La conformità non sarà più dimostrata esclusivamente mediante documenti prodotti a posteriori, ma sempre più attraverso controlli automatici eseguiti sul flusso dei dati. Un passaporto incompleto, semanticamente non valido, non aggiornato o privo di evidenze potrà essere intercettato prima dell’immissione sul mercato o durante i controlli di frontiera.

Conclusioni: il DPP come sistema operativo dell’economia circolare

Il Digital Product Passport introduce quindi un nuovo livello dello stack digitale industriale. Al di sopra dei sistemi gestionali aziendali e al di sotto delle applicazioni di mercato si colloca un’infrastruttura comune capace di rendere identificabili, interrogabili e verificabili prodotti, componenti e materiali.

La sua funzione più profonda non è mostrare informazioni al consumatore, ma permettere a soggetti e macchine di operare sulla base di una rappresentazione condivisa del prodotto. Riparabilità e impronta ambientale diventano attributi utilizzabili direttamente nei processi industriali e regolatori.

Le imprese che tratteranno il DPP come un progetto di etichettatura produrranno un ulteriore livello di complessità documentale; quelle che lo interpreteranno come programma di enterprise architecture potranno invece utilizzare la compliance per costruire un’infrastruttura informativa capace di supportare progettazione circolare, ottimizzazione produttiva e nuovi mercati del riuso.

Il prodotto industriale diventa, in questo modo, un’entità fisico-digitale: non soltanto un insieme di materiali e funzioni, ma un oggetto dotato di identità persistente, memoria verificabile e capacità di interagire con l’ecosistema economico attraverso dati standardizzati. Il DPP rappresenta pertanto il punto nel quale sostenibilità, regolazione e ingegneria dell’informazione cessano di essere domini separati e convergono nella costruzione di un autentico sistema operativo europeo dell’economia circolare.

Riferimenti essenziali

CIRPASS (2024), DPP System Architecture.
CIRPASS (2024), DPP User Stories V2.0.
Davenport, T. H. (1998). Putting the Enterprise into the Enterprise System. Harvard Business Review.
European Commission (2024), Standardisation request to CEN, CENELEC and ETSI as regards Digital Product Passports.
European Commission (2025), Ecodesign for Sustainable Products and Energy Labelling Working Plan 2025–2030.
European Commission (2026), Draft Commission Implementing Regulation on the implementation arrangements for the Digital Product Passport Registry.
European Parliament and Council (2024), Regulation (EU) 2024/1781 establishing a framework for the setting of ecodesign requirements for sustainable products.
ISO/IEC 15459, Information technology — Automatic identification and data capture techniques — Unique identification.
Porter, M. E., & Millar, V. E. (1985). How Information Gives You Competitive Advantage. Harvard Business Review.

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