L’ultimo libro della storica di Harvard traccia la genealogia di un sistema in cui la sfera pubblica è stata privatizzata, il cittadino degradato a utente e la governance delegata a macchine prive di mandato democratico. Un’analisi che interpella direttamente l’Europa dell’AI Act.
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La tesi di Jill Lepore sullo Stato Artificiale
In un’intervista al podcast Decoder di Nilay Patel, la storica di Harvard Jill Lepore ha presentato la tesi centrale del suo nuovo libro The Rise and Fall of the Artificial State (W.W. Norton/Liveright, in uscita il 25 agosto 2026): ciò che stiamo vivendo non è la digitalizzazione della democrazia, ma la sua sostituzione con qualcosa di strutturalmente diverso. Lepore lo chiama Stato Artificiale, un’infrastruttura di comunicazione digitale attraverso la quale governi e multinazionali organizzano e automatizzano il discorso politico e pubblico, dai robocall agli algoritmi predittivi, dai bot alle campagne di intelligenza artificiale.
La definizione non è metaforica. Lepore la riconduce deliberatamente alla tradizione hobbesiana dello Stato come uomo artificiale, ma rovesciandone il senso: dove Hobbes pensava alla costruzione razionale dell’ordine politico da parte degli esseri umani, lo Stato Artificiale contemporaneo è un sistema in cui gli esseri umani diventano progressivamente superflui. Il suo libro, come ha dichiarato nelle Tanner Lectures a Yale, si presenta esplicitamente come un aggiornamento di Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, che nel 1951 aveva già intravisto come la meccanizzazione della vita moderna potesse rendere gli esseri umani irrilevanti.
La tesi è radicale: lo Stato Artificiale non è un governo digitale, ma il sogno di non avere più alcun governo, il sogno, nelle parole di Lepore, di separare gli esseri umani gli uni dagli altri per farli governare da macchine possedute da corporations.
Dalla quantificazione politica al circuito AI-contro-AI
Il cuore storico del libro è una genealogia della quantificazione politica che Lepore aveva già iniziato a tracciare nel suo lavoro precedente sulla Simulmatics Corporation (If Then, 2020). Il filo conduttore è questo: costruire sistemi richiede misurare cose, raccogliere informazioni, trasformarle in dati, agire su di essi. Questa misurazione sistematica, sostiene Lepore, è un atto intrinsecamente deumanizzante, che appiattisce le preoccupazioni umane in qualcosa di artificiale.
La sequenza storica è illuminante. Nel 1935, George Gallup introduce il sondaggio scientifico: la politica inizia a smettere di parlare con le persone per parlare dei dati delle persone. Negli anni Cinquanta, la Simulmatics Corporation, la prima People Machine, il primo tentativo di simulare il comportamento elettorale con un computer IBM 704, lavora per il Partito Democratico e rivendica un ruolo nella vittoria di John F. Kennedy nel 1960. Ciò che allora fu denunciato come una minaccia alla democrazia è oggi la prassi ordinaria di ogni campagna elettorale nel mondo occidentale.
Lepore inserisce questa traiettoria in un modello più ampio: la storia politica americana è scandita da sette sistemi di partito, ognuno dei quali è stato riconfigurato da una nuova tecnologia di comunicazione, dal telegrafo alla radio, dalla televisione ai social media. L’attuale crisi rappresenta l’esasperazione di questo schema: oggi i messaggi elettorali sono generati da algoritmi e diretti a elettori che consultano chatbot per decidere come votare. La politica si è trasformata in un circuito chiuso tra macchine, dove l’umano è rumore di fondo.
L’effetto più profondo, però, non è tecnologico: è la distruzione di quello che Lepore chiama il civic glue, il collante civico. L’analisi dei dati ha sostituito le interazioni fisiche che tenevano unite le comunità, il dialogo porta a porta, le assemblee di quartiere, le convenzioni costituzionali statali. Come Lepore ha dichiarato nell’intervista alla Harvard Political Review: “La sfera pubblica non esiste più come luogo dove gli esseri umani si riuniscono, deliberano ed esercitano il giudizio come cittadini. Gli americani non tengono convenzioni costituzionali statali su scala significativa dagli anni Ottanta.”
Silicon Valley, fantascienza e piani di fuga
Se la quantificazione è il metodo, l’ideologia della Silicon Valley ne è il carburante. Lepore dedica ampio spazio alla cultura dei protagonisti dello Stato Artificiale, Thiel, Musk, Altman, Zuckerberg, al divario tra la loro conoscenza strumentale (orientata all’estrazione di valore) e l’indagine umanistica (orientata alla comprensione). Il punto più tagliente riguarda il rapporto con la fantascienza. Nelle Tanner Lectures a Yale, Lepore ha ricostruito come i leader tecnologici abbiano trasformato la narrativa distopica da monito cautelativo a tabella di marcia operativa. The Terminator (1984), nato come parabola sull’asservimento dell’umanità alle macchine, è diventato, nelle parole di Lepore, un business plan del ventunesimo secolo. Sam Altman che ipotizza un’AI capace di scegliere il Presidente per efficienza non è un’iperbole accademica: è il logico punto di arrivo di una classe dirigente che non ha alcuna teoria della governance, alcun interesse per lo Stato di diritto, alcuna capacità di autolimitazione.
Il dettaglio più rivelatore, però, riguarda i piani di fuga. Come osserva Lepore in un passaggio che diversi recensori del libro hanno citato: Musk vuole andare su Marte, Zuckerberg nel Metaverso, Thiel nelle sue terre in Nuova Zelanda, Bezos nello spazio, Altman vuole caricare il suo cervello nel cloud. Non stanno salvando l’umanità; si stanno preparando ad abbandonarla. Una classe dirigente che progetta la propria uscita dal pianeta difficilmente investirà nella manutenzione delle sue istituzioni democratiche.
Le promesse infrante dell’AI democratica
L’analisi di Lepore mette in fila quarant’anni di promesse tradite. Ogni fase tecnologica è stata presentata come un’opportunità di liberazione e ha sistematicamente prodotto il suo contrario:
Il Macintosh del 1984 doveva sconfiggere il Grande Fratello; ha creato nuovi gatekeeper monopolistici che impongono commissioni del 30% sugli ecosistemi digitali. Internet negli anni Novanta prometteva accesso universale e democratizzazione; ha centralizzato il traffico informativo e precarizzato alcune categorie professionali. I social media dal 2004 promettevano connessione globale e democrazia dal basso; hanno prodotto polarizzazione estrema, sorveglianza commerciale e concentrazione del controllo sui dati nelle mani di pochi amministratori delegati.
Oggi l’intelligenza artificiale promette superamento dei limiti umani e AI democratica. Lepore identifica qui un errore di categoria fondamentale: le piattaforme di AI che dichiarano di voler democratizzare i propri modelli in realtà trattano i cittadini come punti di dati per l’addestramento, non come membri di un corpo politico dotato di agenzia. Il crowdsourcing di preferenze non è deliberazione democratica, è ricerca di mercato travestita da partecipazione.
Dalla cittadinanza politica al consumatore targettizzato
Il libro di Lepore si inserisce in una tradizione storiografica consolidata. La Consumer’s Republic teorizzata dalla storica Lizabeth Cohen, la trasformazione dell’identità nazionale americana da cittadinanza politica a cittadinanza consumistica a partire dagli anni Cinquanta, ha trovato negli algoritmi di micro-targeting il suo compimento tecnico. L’identità politica contemporanea è, in larga misura, un prodotto del sorting computazionale: le piattaforme creano blocchi identitari sulla base della suscettibilità ai messaggi pubblicitari, non sulla base di convinzioni deliberatamente formate.
La conseguenza più grave è la scomparsa della distinzione tra spazi pubblici e spazi commerciali. Online, non agiamo come cittadini ma come consumatori targettizzati. E quando il discorso politico è interamente mediato da piattaforme private, i diritti costituzionali diventano subordinati ai termini di servizio. Come ha sintetizzato Lepore “Cosa significa quando il consenso dei governati viene sostituito da termini di servizio incomprensibili?”
Costituzione, data center e contratto sociale spezzato
Due casi concreti illustrano la paralisi istituzionale che lo Stato Artificiale sfrutta.
Il primo è strutturale. La Costituzione degli Stati Uniti è rimasta sostanzialmente inamendabile dal 1971 (anno del XXVI Emendamento). Lepore, che nel 2026 ha vinto il Premio Pulitzer per la Storia con We the People: A History of the U.S. Constitution, osserva che la durata media di una costituzione scritta è di circa diciotto anni; quella americana ne ha quasi duecentoquaranta. L’impossibilità pratica di emendarla ha trasferito il potere di aggiornamento alla Corte Suprema, trasformando i giudici in legislatori de facto e alimentando un risentimento pubblico che delegittima l’intero sistema.
Il secondo caso è fisico. L’opposizione ai data center, che nel 2025 ha ritardato o bloccato progetti per 156 miliardi di dollari negli Stati Uniti, che secondo un sondaggio Gallup del marzo 2026 vede il 70% degli americani contrario alla costruzione di nuovi centri nei propri quartieri, rappresenta il punto in cui lo Stato Artificiale incontra il limite della materialità. I dati hanno bisogno di infrastrutture, le infrastrutture hanno bisogno di territorio, il territorio è di qualcuno. L’imposizione di queste strutture contro il volere delle comunità locali, da Provo (Utah) alla Morgan County (Indiana), dall’Arizona alla Virginia, è il segno che il contratto sociale tra industria tecnologica e cittadini si è spezzato.
Cosa dice lo Stato Artificiale all’Europa
La tesi di Lepore è radicata nella storia istituzionale americana, ma le sue implicazioni sono direttamente europee. L’AI Act, entrato progressivamente in vigore dal febbraio 2025, è stato presentato come il tentativo dell’Unione Europea di sottrarsi allo Stato Artificiale, di regolamentare gli usi ad alto rischio dell’AI prima che la logica della quantificazione colonizzi irreversibilmente le istituzioni pubbliche continentali.
Ma il problema che Lepore solleva è più profondo della regolamentazione: riguarda la capacità stessa delle democrazie di deliberare in modo significativo quando la sfera pubblica è mediata da piattaforme private. L’Europa può avere leggi migliori, ma ha la stessa dipendenza infrastrutturale dalle medesime corporations. Il Digital Services Act e il Digital Markets Act regolano il comportamento delle piattaforme; non cambiano il fatto strutturale che il discorso pubblico europeo si svolge su architetture proprietarie americane (e, sempre più, cinesi).
L’Italia, in particolare, affronta questa tensione in forma acuta. Da un lato, il Piano nazionale per l’Intelligenza Artificiale e il lavoro dell’AGID sull’adozione dell’AI nella pubblica amministrazione procedono secondo una logica di efficienza che Lepore riconoscerebbe immediatamente come parte del problema, la quantificazione dei servizi pubblici senza una corrispondente riflessione sulla deliberazione democratica. Dall’altro, l’enciclica Magnifica Humanitas e il dibattito italiano sull’etica dell’AI rappresentano risorse culturali che la tradizione americana, strutturalmente più debole sul piano umanistico, non possiede.
La resistenza della presenza umana
Lepore non conclude con un programma politico, ma con un’osservazione sulla resistenza. Gli studenti americani che fischiano i CEO dell’intelligenza artificiale durante le cerimonie di laurea compiono un atto che nessun algoritmo può replicare, la rivendicazione fisica di uno spazio contro la narrativa aziendale. Le comunità locali che bloccano i data center esercitano una forma di sovranità che il digitale non può sopprimere perché è radicata nel territorio.
Se la rete diventerà un ecosistema di agenti AI che interagiscono con altri agenti per scopi commerciali, ci sono pochi dubbi che questa sia la traiettoria, gli esseri umani potrebbero semplicemente abbandonarla. La fisicità, intesa come interazione analogica, disordinata e non misurabile, potrebbe diventare il nuovo sito della resistenza politica.
La sfida, nelle parole di Lepore, consiste nel preservare il disordine vitale della democrazia contro la sterile efficienza dello Stato Artificiale. Una sfida che riguarda Harvard quanto la Sapienza, Washington quanto Bruxelles e la Silicon Valley quanto. Richiede, prima di tutto, di riconoscere che la democrazia non è un problema da ottimizzare, ma una dimensione da abitare.















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