L’Europa sta costruendo regole, infrastrutture e competenze per governare l’intelligenza artificiale. Ma la vera sfida riguarda la capacità delle istituzioni di ripensare il proprio ruolo, formare nuove professionalità e sperimentare nuovi modelli di innovazione pubblica.
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Tutti parlano di intelligenza artificiale. Pochi si chiedono se siamo pronti.
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nel dibattito pubblico. Si parla di chatbot, di modelli linguistici, di automazione, di produttività e, naturalmente, dei rischi che queste tecnologie possono comportare. Il confronto è acceso e coinvolge ormai tutti i settori della società, dalla scuola al lavoro, dalla sanità alla pubblica amministrazione.
Molto più raramente, però, ci poniamo una domanda che considero fondamentale: siamo davvero pronti a governare questa trasformazione?
La questione non riguarda soltanto la velocità con cui evolvono le tecnologie. Riguarda la nostra capacità di comprenderne gli effetti, di sperimentarle in modo consapevole, di costruire regole adeguate e, soprattutto, di sviluppare le competenze necessarie per utilizzarle in modo efficace. L’intelligenza artificiale sta già modificando il modo in cui lavoriamo, prendiamo decisioni, progettiamo servizi e organizziamo le istituzioni. Continuare a discuterne soltanto in termini di opportunità o di rischi significa affrontare solo una parte del problema.
Negli ultimi anni, lavorando con la Commissione europea e con numerosi programmi di ricerca internazionali, ho avuto l’opportunità di osservare da vicino come governi, istituzioni, università e imprese stiano affrontando questa sfida. Una conclusione emerge con particolare chiarezza: non esiste ancora una risposta definitiva su come governare l’intelligenza artificiale, ma appare sempre più evidente che non possiamo permetterci di aspettare che sia il mercato o l’evoluzione tecnologica a decidere per noi.
Il futuro, del resto è già qui. Le decisioni che amministrazioni pubbliche, imprese e istituzioni stanno assumendo oggi influenzeranno la capacità dei nostri territori di rimanere competitivi, di offrire servizi migliori ai cittadini e di costruire un’innovazione che sia realmente al servizio delle persone. È per questo che il tema centrale non è soltanto come utilizzare l’intelligenza artificiale, ma come costruire la capacità istituzionale necessaria per governarla.
Capacità istituzionale e IA: oltre la tecnologia
Quando si parla di intelligenza artificiale si tende a pensare che la sfida principale sia tecnologica. Ci si interroga su quali modelli utilizzare, quali infrastrutture realizzare, quali investimenti siano necessari e quali strumenti adottare. Tutti aspetti certamente importanti. Ma, alla luce dell’esperienza maturata negli ultimi anni, credo che il vero nodo sia un altro.
Cultura organizzativa e trasformazione dei servizi
Non è, innanzitutto, una questione tecnologica. E non è neppure soltanto una questione di risorse economiche. È soprattutto una questione culturale e organizzativa. È una questione di mindset.
In questi anni abbiamo visto crescere enormemente la disponibilità di tecnologie sempre più potenti. Allo stesso tempo sono aumentati gli investimenti pubblici e privati e si sono moltiplicate le sperimentazioni. Eppure, osservando come l’intelligenza artificiale viene realmente utilizzata, emerge un dato ricorrente: nella maggior parte dei casi le organizzazioni continuano ad applicare strumenti nuovi a processi pensati per un mondo che non esiste più.
È questo il limite che dobbiamo superare.
L’intelligenza artificiale non ci chiede semplicemente di digitalizzare ciò che facevamo prima. Ci obbliga a ripensare il modo in cui progettiamo i servizi, organizziamo il lavoro, prendiamo decisioni e costruiamo le politiche pubbliche. Per questo motivo, quando parliamo di trasformazione digitale, non dovremmo limitarci a riorganizzare i processi esistenti. Dovremmo avere il coraggio di ridefinire il modo stesso in cui affrontiamo i problemi. È quello che, nel linguaggio del design e dell’innovazione, viene definito reframing: cambiare la cornice entro la quale osserviamo la realtà prima ancora di cercare una soluzione.
Questo vale ancora di più per la Pubblica Amministrazione. Le tecnologie possono certamente rendere più efficienti molte attività, ma da sole non sono sufficienti. Se non cambia la cultura organizzativa, se non cresce la capacità delle istituzioni di lavorare in modo diverso e di affrontare la complessità con strumenti nuovi, il rischio è quello di limitarsi ad automatizzare procedure esistenti senza cogliere il vero potenziale dell’intelligenza artificiale.
È anche per questa ragione che ritengo fondamentale investire sulle competenze. Non soltanto sulle competenze tecniche, che naturalmente restano indispensabili, ma sulla capacità delle persone di comprendere il significato della trasformazione in corso, di lavorare insieme a professionalità differenti e di utilizzare queste tecnologie all’interno del proprio contesto decisionale. La tecnologia può accelerare il cambiamento, ma è sempre la qualità delle persone e delle organizzazioni a determinarne la direzione.
La capacità dell’Europa di governare l’intelligenza artificiale
Quando si osserva il dibattito pubblico, si ha spesso l’impressione che l’Artificial Intelligence Act rappresenti l’intera risposta europea alla sfida dell’intelligenza artificiale. In realtà è soltanto uno degli strumenti attraverso i quali l’Unione Europea sta cercando di costruire una politica più ampia per la governance digitale.
Regole, infrastrutture e sovranità tecnologica
Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente definito un quadro strategico che comprende il Data Act, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, la Strategia europea sui dati, l’AI Continet Action Plan on AI e, più recentemente, la Apply AI Strategy. A questi si affiancano nuove infrastrutture, come le AI Factories, e programmi dedicati allo sviluppo delle competenze, tra cui la European AI Skills Academy, che ho l’onore di coordinare. Considerare ciascuno di questi strumenti separatamente significa perdere di vista il disegno complessivo.
L’obiettivo, infatti, non è soltanto regolamentare una tecnologia che evolve molto rapidamente. È costruire le condizioni affinché l’Europa possa continuare a innovare senza rinunciare ai propri valori e alla tutela dei diritti fondamentali. È una sfida che riguarda contemporaneamente la ricerca, l’industria, la formazione, la disponibilità di infrastrutture computazionali, la gestione dei dati e la capacità delle istituzioni di accompagnare questa trasformazione.
Per questa ragione ritengo riduttivo interpretare l’Artificial Intelligence Act come un semplice insieme di obblighi. È uno degli elementi di una strategia molto più ampia che mira a rafforzare la capacità dell’Europa di essere protagonista nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, evitando di limitarsi a inseguire modelli costruiti altrove. La cosiddetta sovranità tecnologica non può essere ridotta alla disponibilità di infrastrutture o alla produzione di nuovi modelli linguistici. Riguarda la capacità di sviluppare competenze, attrarre talenti, costruire un ecosistema dell’innovazione e mettere la tecnologia al servizio delle esigenze dei territori e delle filiere produttive.
Una prospettiva europea e internazionale
Naturalmente questo non significa chiudersi in una dimensione esclusivamente europea. Al contrario, significa partecipare attivamente ai grandi programmi internazionali di ricerca e innovazione, costruire reti di collaborazione e contribuire allo sviluppo di standard condivisi. Esperienze come il progetto AI4Gov Accelerate (AI4Gov-X), di cui sono Direttore Scientifico, e che coinvolgono università, centri di ricerca, amministrazioni pubbliche e imprese di numerosi Paesi, dimostrano come oggi la costruzione delle competenze e la sperimentazione di nuovi modelli di intelligenza artificiale richiedano inevitabilmente una dimensione europea e internazionale.
Da questo punto di vista, il settore pubblico assume un ruolo che va ben oltre quello di semplice utilizzatore delle tecnologie. Le amministrazioni sono chiamate a regolamentare, ad acquistare innovazione, a creare le condizioni affinché imprese e ricerca possano sperimentare e, soprattutto, a diventare una piattaforma capace di favorire l’adozione di soluzioni che generino valore per cittadini e territori. È una responsabilità nuova, che richiede una visione di lungo periodo e una capacità di coordinamento molto più ampia rispetto al passato.
Intelligenza artificiale e servizi pubblici: dalla sperimentazione alla readiness
Osservando l’evoluzione dell’intelligenza artificiale nel settore pubblico emerge un altro elemento che dovrebbe farci riflettere. Nonostante negli ultimi anni siano aumentate le sperimentazioni e i casi d’uso, continuiamo a utilizzare queste tecnologie in modo piuttosto limitato.
Nella maggior parte dei casi ci concentriamo sui chatbot, sugli assistenti virtuali o su strumenti che aiutano a recuperare informazioni e a svolgere singole attività. Sono applicazioni certamente utili e rappresentano spesso un primo passo importante. Tuttavia rischiano di farci perdere di vista il vero potenziale dell’intelligenza artificiale.
Dai chatbot all’intero ciclo del servizio
Queste tecnologie, infatti, non nascono semplicemente per automatizzare una fase del lavoro amministrativo. Possono accompagnare l’intero ciclo di progettazione e gestione di un servizio pubblico: dall’analisi dei bisogni dei cittadini alla previsione della domanda, dalla progettazione degli interventi fino alla personalizzazione dei servizi e alla valutazione dei risultati. È questa la prospettiva che oggi vediamo svilupparsi con maggiore rapidità nel settore privato e che, invece, fatica ancora ad affermarsi nel settore pubblico.
Dati e institutional readiness
Una delle ragioni principali è rappresentata dai dati. L’intelligenza artificiale può generare valore soltanto se alimentata da dati di qualità, correttamente organizzati, interoperabili e governati in modo efficace. In Europa continuiamo a parlare molto di dati, ma troppo spesso il dibattito si riduce alla sola conformità al GDPR. La protezione dei dati personali è naturalmente fondamentale, ma la governance dei dati è un tema molto più ampio. Significa chiedersi come raccogliere, integrare, condividere e utilizzare il patrimonio informativo pubblico per generare conoscenza e migliorare i servizi ai cittadini.
È anche per questa ragione che oggi diventa centrale il concetto di institutional readiness, la capacità delle istituzioni di prepararsi a utilizzare l’intelligenza artificiale. Non basta introdurre nuovi strumenti se l’organizzazione non è pronta a integrarli nei propri processi decisionali, se i dati rimangono frammentati, se le competenze non crescono e se manca una visione condivisa di ciò che si vuole ottenere. La vera sfida non consiste nell’adottare una nuova tecnologia, ma nel creare le condizioni affinché quella tecnologia possa produrre valore pubblico.
È proprio questo il passaggio che, a mio avviso, dobbiamo compiere nei prossimi anni. Passare da un utilizzo episodico dell’intelligenza artificiale, limitato a singole applicazioni, a una capacità delle amministrazioni di ripensare l’intero disegno dei servizi pubblici. Solo allora l’intelligenza artificiale smetterà di essere percepita come uno strumento aggiuntivo e diventerà parte integrante di un nuovo modo di progettare le politiche pubbliche.
Competenze per l’intelligenza artificiale nelle istituzioni
Ogni volta che si affronta il tema dell’intelligenza artificiale emerge inevitabilmente la questione delle competenze. Si tende però a immaginare che la risposta consista soprattutto nella formazione di nuovi specialisti: data scientist, esperti di machine learning, sviluppatori o ingegneri dell’intelligenza artificiale. Sono professionalità indispensabili, ma non sono sufficienti.
Competenze funzionali per i contesti di lavoro
La vera sfida riguarda un livello diverso. Riguarda la capacità delle persone che già operano nelle amministrazioni, nelle imprese e nei servizi pubblici di utilizzare queste tecnologie all’interno del proprio lavoro quotidiano. Per questo preferisco parlare di competenze “funzionali”. Non servono soltanto esperti di intelligenza artificiale. Servono agronomi che sappiano utilizzare l’intelligenza artificiale in agricoltura, medici che sappiano integrarla nei percorsi di cura, funzionari pubblici che comprendano come impiegarla per progettare servizi migliori, dirigenti capaci di governarne l’introduzione nelle proprie organizzazioni.
È questa la ragione per cui, a livello europeo, il tema della formazione è diventato una priorità strategica. Non si tratta semplicemente di insegnare a utilizzare nuovi strumenti. Si tratta di costruire una nuova classe dirigente, capace di comprendere il significato delle trasformazioni in corso e di assumersi la responsabilità delle decisioni che dovranno essere prese nei prossimi anni. Le scelte che compiamo oggi influenzeranno non soltanto l’efficienza delle amministrazioni, ma il modo in cui cittadini e imprese vivranno il rapporto con le istituzioni per molto tempo.
Per questa ragione, nell’ambito sia del progetto AI4Gov-X che nel costruire laEuropean AI Skills Academy, stiamo lavorando a un modello di formazione che integra competenze tecnologiche, capacità di analisi dei dati, progettazione dei servizi, aspetti giuridici, etici e organizzativi. L’obiettivo non è formare soltanto specialisti dell’intelligenza artificiale, ma professionisti in grado di governarne l’utilizzo nei rispettivi contesti di lavoro. È un approccio necessariamente multidisciplinare, perché le grandi trasformazioni non si affrontano con una sola disciplina e, tanto meno, con una sola tecnologia.
In questo senso la formazione non rappresenta una fase successiva all’innovazione. Ne costituisce il presupposto. Possiamo investire nelle migliori infrastrutture, sviluppare modelli sempre più sofisticati e costruire nuovi strumenti di intelligenza artificiale. Se però le persone non acquisiscono la capacità di comprenderli, di valutarne criticamente i risultati e di integrarli consapevolmente nelle proprie decisioni, il rischio è quello di limitarsi ad aggiungere tecnologia senza produrre un reale cambiamento.
È anche per questo che ritengo sempre più importante creare occasioni nelle quali amministrazioni, università, imprese e centri di ricerca possano imparare insieme. Le competenze non si costruiscono esclusivamente nelle aule universitarie o nei corsi di formazione. Si sviluppano attraverso la sperimentazione, il confronto tra discipline diverse e la possibilità di lavorare su problemi reali. È questa la direzione nella quale, a mio avviso, dovremmo continuare a investire se vogliamo che l’intelligenza artificiale diventi realmente uno strumento di innovazione pubblica e non soltanto una tecnologia da osservare con curiosità o preoccupazione.
Capacità istituzionale e innovazione pubblica: il futuro non aspetta
C’è un’ultima riflessione che credo meriti di accompagnare qualsiasi ragionamento sull’intelligenza artificiale. Siamo spesso portati a immaginare che il tempo giochi a nostro favore, che sia possibile osservare l’evoluzione delle tecnologie e decidere più avanti come affrontarle. In realtà è vero il contrario. Tre anni, oggi, rappresentano un orizzonte temporale brevissimo. Se guardiamo a ciò che è accaduto dall’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, ci rendiamo conto di quanto rapidamente possano cambiare strumenti, modelli di business, competenze richieste e aspettative dei cittadini. Le decisioni che le istituzioni prendono oggi produrranno effetti ben oltre il prossimo ciclo amministrativo o politico. Incideranno sulla capacità dei territori di innovare, di attrarre competenze, di sviluppare nuove imprese e di offrire servizi pubblici all’altezza delle sfide che ci attendono.
Per questa ragione ritengo che il tema centrale non sia semplicemente prepararsi all’intelligenza artificiale, ma costruire la capacità di governare il cambiamento continuo. Le tecnologie continueranno a evolvere. Cambieranno i modelli, le infrastrutture, i mercati e probabilmente anche il quadro regolamentare. Quello che dovrà rimanere sarà la capacità delle istituzioni di apprendere, sperimentare e adattarsi con rapidità. In questo percorso l’Europa ha scelto una strada diversa rispetto ad altri grandi attori globali. Non si tratta di rincorrere una competizione esclusivamente tecnologica, ma di costruire un modello di innovazione capace di coniugare competitività, tutela dei diritti, sviluppo economico e valore pubblico. È una scelta certamente più complessa, ma credo rappresenti anche la direzione più coerente con i valori europei e con il ruolo che il settore pubblico è chiamato a svolgere.
Progetti come PerugIA Next assumono, da questo punto di vista, un significato che va oltre la dimensione territoriale. Non rappresentano soltanto un luogo di confronto tra istituzioni, università, imprese e amministrazioni. Sono laboratori nei quali è possibile sperimentare nuovi modelli di collaborazione, sviluppare competenze, mettere alla prova le tecnologie e comprenderne concretamente opportunità e limiti. È questo, probabilmente, il modo migliore per prepararsi a un futuro che non possiamo prevedere con precisione, ma che possiamo certamente contribuire a costruire.
In fondo, la domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il settore pubblico. Lo sta già facendo. La vera domanda è se saremo capaci di costruire istituzioni, competenze e politiche pubbliche all’altezza di questo cambiamento. È una sfida che riguarda tutti, ma che richiede, prima di tutto, una nuova capacità di guardare al futuro e di assumersi la responsabilità di progettarlo.










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