A giugno la Commissione europea ha affidato all’Italia il coordinamento dell’hub regionale mediterraneo per la sicurezza dei cavi sottomarini, insieme a Grecia, Cipro e Malta: 3,3 milioni sui 5,8 destinati ai primi due hub, con il compito di costruire scambio informativo quasi in tempo reale, rilevamento delle anomalie e risposta coordinata agli incidenti. È un riconoscimento della geografia prima ancora che della politica, e colloca Roma dove le sue coordinate la mettono da sempre.
Negli stessi mesi, lo Stato italiano non è riuscito a completare l’acquisto del proprio operatore di cavi sottomarini, perché mancano le autorizzazioni regolamentari statunitensi.
Le due notizie vanno lette insieme, perché la distanza fra loro misura esattamente ciò che all’Italia manca.
L’operazione Sparkle è, per struttura e ambizione, la mossa più significativa della politica industriale digitale italiana degli ultimi anni: settecento milioni, il 70% al Ministero dell’Economia attraverso il veicolo Boost BidCo e il 30% a Retelit, per una società che gestisce oltre 600.000 chilometri di fibra e una posizione mediterranea che nessun altro operatore europeo può replicare.
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I cavi sottomarini in Italia e il nodo delle autorizzazioni Usa
La Commissione europea l’ha autorizzata senza rimedi il 13 aprile. Il closing, confermato da TIM entro il terzo trimestre, resta subordinato a un’unica condizione ancora aperta, con termine contrattuale al 15 ottobre: il consenso americano. Si tratta di una questione ordinaria e, proprio per questo, è istruttiva.
Sparkle detiene capacità su sistemi che approdano sul territorio statunitense, fra cui il cavo transatlantico Monet, e mantiene punti di presenza da Miami a San Diego. Chi opera un cavo che tocca terra negli Stati Uniti lo fa in forza di una licenza della Federal Communications Commission, e ogni cambio di controllo richiede una nuova valutazione.
Il 7 agosto 2025, quella valutazione è diventata più stringente: la FCC guidata da Brendan Carr ha rivisto il regime di licenza, introducendo una presunzione di diniego per i soggetti controllati da avversari stranieri, requisiti rafforzati di cybersicurezza e restrizioni sugli apparati. L’obiettivo dichiarato era quello di contenere la presenza cinese nelle dorsali digitali. La formula usata da Carr, “la sicurezza economica è sicurezza nazionale”, enuncia però un criterio che si applica per intero anche a un alleato.
Il controllo americano oltre il closing di Sparkle
C’è una seconda data e va messa accanto alla prima. Il 25 settembre entra in vigore il secondo ordine della FCC in materia, adottato il 25 giugno e pubblicato sul Federal Register il 27 luglio. Quest’ultimo estende la licenza agli apparati terminali di linea e introduce obblighi di conformità continuativa per i titolari, fra cui relazioni annuali su assetti proprietari e accessi dall’estero, aggiornamenti trimestrali sul personale straniero con accesso ai sistemi, notifica delle violazioni entro settantadue ore e la designazione di un responsabile della sicurezza di cittadinanza statunitense.
L’istanza italiana cade dunque nella finestra esatta in cui la disciplina cambia. Ne discende un punto che il dibattito italiano non ha ancora messo a fuoco: l’autorizzazione, quando arriverà, non chiuderà la questione. La aprirà, perché la vicenda mostra che il controllo statunitense sulla connettività internazionale non si esaurisce nel via libera al cambio di proprietà.
Nulla di ostile, dunque. Il punto è che quel regime è stato costruito a Washington senza che l’Europa fosse parte della discussione, e oggi condiziona la principale operazione infrastrutturale italiana. L’Italia lo incontra a operazione avviata, nella posizione negoziale più debole possibile, con una scadenza contrattuale addosso.
Le dipendenze dei cavi sottomarini in Italia
Da qui la lacuna. Il Paese dispone di strumenti seri per sapere e controllare chi possiede le proprie infrastrutture strategiche: il golden power è stato esteso, applicato con crescente frequenza, affinato negli anni. Tuttavia, non esiste nulla di equivalente sul versante opposto, quello delle autorizzazioni che servono a noi.
Non esiste, per quanto è dato sapere pubblicamente, un inventario di quali asset strategici italiani richiedano il permesso di un’autorità straniera per essere trasferiti, riconfigurati o dismessi, né una stima di quanto quelle dipendenze siano concentrate su una sola giurisdizione.
C’è un secondo elemento che l’operazione rende visibile e che il racconto pubblico tende a saltare. L’acquirente non è lo Stato in senso stretto: il 30% appartiene a Retelit, società interamente controllata da Asterion Industrial Partners, fondo infrastrutturale spagnolo.
L’operazione con cui l’Italia riporta sotto controllo pubblico i propri cavi passa quindi per una società posseduta da un fondo di un altro paese europeo, in un veicolo costituito per l’occasione, sotto condizione sospensiva americana. Un elemento di discreto rilievo quando si parla di sovranità digitale e ritorno dello Stato tout court.
Reti domestiche e internazionali seguono traiettorie opposte
Il quadro si completa guardando che cosa è successo, negli stessi mesi, all’altra rete. La prima fase dell’OPAS di Poste Italiane su TIM si è chiusa l’11 settembre con il 66,627% del capitale, e viene raccontata come il ritorno dello Stato nelle telecomunicazioni. Riguarda però una società che la rete di accesso nazionale non la possiede più.
NetCo, società che gestisce la rete fissa italiana, ne è uscita nel luglio 2024, e oggi vede il fondo americano KKR come socio di maggioranza relativa, mentre TIM non ha trattenuto quote. Le due riorganizzazioni si muovono dunque in direzioni opposte: la rete internazionale rientra verso il perimetro pubblico sotto condizione americana, la rete domestica ne è uscita.
Tre mosse per i cavi sottomarini in Italia
Ne derivano tre raccomandazioni, e nessuna richiede nuove risorse.
Mappare autorizzazioni e obblighi permanenti
La prima è mappare le dipendenze autorizzative accanto a quelle proprietarie, includendo gli obblighi di conformità permanenti che le accompagnano. È un lavoro tecnico che le amministrazioni competenti possono svolgere con i dati che già hanno, e che darebbe al coordinamento dell’hub mediterraneo una base informativa che oggi non ha.
Portare le licenze dei cavi sul tavolo europeo
La seconda riguarda la sede del negoziato. Le condizioni di licenza dei cavi transatlantici sono un problema europeo, non italiano: portarle in sede UE come questione di regime, invece di subirle pratica per pratica, è un modo efficace per cambiare il rapporto di forza. L’Italia, che il coordinamento mediterraneo lo ha appena ricevuto, avrebbe titolo e occasione per porre la questione per prima.
Misurare la sovranità attraverso le esposizioni
La terza riguarda gli indicatori. Finché la sovranità digitale verrà misurata dalla quota di capitale pubblico, i risultati saranno sistematicamente sopravvalutati. Un indicatore utile conta le esposizioni: quante autorizzazioni esterne servono per operare un’infrastruttura, quanto sono concentrate, quali obblighi permanenti comportano, quanto costerebbe sostituirle.
Coordinare la sicurezza dei cavi del Mediterraneo e dover chiedere il permesso altrove per spostare i propri marca la distanza fra ruolo e capacità. L’Italia ha ottenuto il ruolo. La capacità va costruita.






















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