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Data center, i miliardi non bastano se le comunità dicono no


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Negli Stati Uniti cresce l’opposizione ai data center: progetti bloccati, moratorie e mobilitazioni locali attraversano gli schieramenti politici. Dalla Virginia al Mississippi, la corsa infrastrutturale dell’intelligenza artificiale incontra un nuovo limite: il consenso delle comunità chiamate a ospitarne costi, consumi e impatti

Pubblicato il 5 ott 2026

Walter Tripi

Innovation Manager



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Immagine ChatGPT 25 set 2026, 16_25_30




Nei primi tre mesi del 2026, 75 progetti di data center per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari sono stati bloccati o rinviati negli Stati Uniti, per effetto di opposizioni locali organizzate. Un dato in grande crescita già rispetto all’anno precedente. Ma la storia più interessante non è la cifra: è chi si oppone, e perché. Destra e sinistra americane remano nella stessa direzione, sia pure per ragioni opposte, disegnando un fronte trasversale che sta diventando il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale. Non i chip, non l’energia: il consenso.

I numeri dietro la “rivolta”

C’è un modo comodo di raccontare i limiti dell’intelligenza artificiale, ed è quello tecnico. Si parla di gigawatt che mancano, di catene di approvvigionamento dei chip, di raffreddamento ad acqua, di reti elettriche sotto pressione. È un racconto vero, documentato, e lo abbiamo affrontato più volte anche su queste pagine. Ma c’è un secondo racconto, meno frequentato, che nei primi mesi del 2026 ha preso una forma sorprendentemente concreta: quello politico. E la politica, quando si tratta di infrastrutture, comincia sempre dal basso, da un’aula consiliare, da una commissione urbanistica, da un gruppo di residenti che si presenta a un’udienza pubblica con un cartello scritto a mano.

Secondo il report del primo trimestre 2026 di Data Center Watch, l’organizzazione che dal 2023 monitora l’opposizione ai data center negli Stati Uniti (un progetto della società di ricerca AI 10a Labs), almeno 75 progetti per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari sono stati bloccati o rinviati tra gennaio e marzo di quest’anno. È la concentrazione più alta mai registrata in un singolo trimestre, e pareggia, da sola, l’intero volume di progetti fermati in tutto il 2025. Per dare la misura del cambio di passo: il database cumulativo di Data Center Watch, che copriva tre anni di attività fino a marzo 2025, si fermava a 64 miliardi di dollari complessivi. In tre mesi, quella cifra è stata più che raddoppiata.

Non è un fenomeno isolato o localizzato. I gruppi di opposizione attivi sul territorio sono passati da 396 a fine 2025 a 833 a marzo 2026, ormai presenti in 49 stati su 50. Solo nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge statali sul tema, con moratorie proposte in 14 stati diversi. A maggio, quasi 70 amministrazioni locali avevano già introdotto divieti o pause. Nell’area di Seattle, erano stati proposti allo studio qualcosa come cinque diversi data center.

Dietro questi numeri c’è un secondo dato, forse ancora più rivelatore: un sondaggio Gallup di maggio 2026 ha rilevato che il 71% degli americani si oppone alla costruzione di data center vicino a casa propria, quasi la metà in modo netto. Un sondaggio Economist/YouGov pubblicato a fine agosto ha misurato che soltanto il 20% degli statunitensi considera una buona idea la costruzione di nuovi data center, inclusa appena il 31% degli elettori repubblicani.

Due destre, due sinistre, un solo bersaglio: l’anatomia bipartisan dell’opposizione

Negli Stati Uniti sono poche le questioni capaci di mettere d’accordo l’ala progressista del Partito Democratico e la base più radicale del movimento MAGA. I data center, con una certa ironia, sono diventati una di queste.

Le ragioni, però, restano profondamente diverse, ed è proprio questa divergenza a rendere il fenomeno strutturale invece che congiunturale. A sinistra, l’opposizione si organizza attorno al linguaggio della giustizia ambientale: consumo d’acqua, inquinamento atmosferico, pressione sulla rete elettrica, aumento delle bollette per le famiglie a basso reddito che si trovano a pagare l’infrastruttura di un boom di cui non vedono i benefici. A destra, la stessa opposizione si esprime in un vocabolario quasi opposto: diritti di proprietà, autonomia normativa locale contro l’ingerenza federale, aumento delle tariffe elettriche letto come tassa occulta, svalutazione degli immobili, perdita di controllo sul proprio territorio da parte di comunità che si sentono scavalcate da capitali enormi e anonimi.

Secondo i dati elaborati da Data Center Watch, tra i funzionari locali che oggi si oppongono attivamente a un progetto, il 55% si identifica come repubblicano e il 45% come democratico. Non è una differenza marginale che nasconde un fronte in realtà omogeneo: sono due mappe valoriali distinte che, per traiettorie separate, arrivano allo stesso voto in consiglio comunale, alla stessa mozione in commissione urbanistica, alla stessa richiesta di moratoria. È il genere di convergenza che i politologi chiamano “coalizione a ferro di cavallo”: gli estremi dello spettro, più vicini tra loro di quanto entrambi vorrebbero ammettere, uniti contro un centro che nel frattempo continua a costruire.

Il commentatore MAGA Steve Bannon lo ha detto senza troppi giri di parole nel suo show “War Room” ad agosto, accusando l’industria tecnologica di non aver dato alla sua stessa base “risposte oneste e umili”, lasciando così spazio, a suo dire, “agli attori malintenzionati della sinistra progressista” per trasformare i data center in un’arma contro il Partito Repubblicano. Dall’altra parte dello spettro, il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato a marzo l’AI Data Center Moratorium Act, che chiede una pausa federale immediata alla costruzione di nuovi data center fino a quando non saranno introdotte tutele su prezzi dell’energia, privacy e occupazione. “Dobbiamo scegliere l’umanità, non il profitto”, ha dichiarato Ocasio-Cortez presentando il testo. Due linguaggi, due tradizioni politiche, la stessa richiesta operativa: fermarsi.

Dalla Virginia al Mississippi: quattro storie di resistenza locale

I numeri aggregati raccontano la scala del fenomeno, ma è nelle singole vicende locali che si vede come funziona davvero questa politica dal basso, e quanto sia diventata capace di produrre conseguenze elettorali reali.

Il caso di Warrenton, in Virginia

A Warrenton, in Virginia, la battaglia contro un data center da 20mila metri quadrati proposto da Amazon è iniziata nel 2022 e si è trasformata nel principale tema della vita politica cittadina. Nel febbraio 2023, dopo un’udienza pubblica durata fino alle tre del mattino, con oltre 500 residenti presenti e circa 130 interventi contrari, tra cui quello dell’attore premio Oscar Robert Duvall, il consiglio comunale ha approvato il progetto con un voto di 4 a 3. Alle elezioni del novembre successivo, il peso di questa decisione si è fatto sentire per la gran parte di coloro che avevano sostenuto il progetto, e in modo forte. Il nuovo consiglio, in sostanza interamente composto da oppositori del progetto, ha poi votato all’unanimità, nel luglio 2025, per eliminare i data center dagli usi consentiti nelle zone industriali della città.

Missouri e Oregon

Non è un caso isolato. In Missouri, gli elettori di Festus hanno rimosso metà del consiglio comunale dopo che aveva sostenuto un progetto da 6 miliardi di dollari, mentre a Pacific, sempre in Missouri, la società Beltline Energy ha ritirato una proposta da 16 miliardi di dollari dopo che un’udienza della commissione urbanistica si è chiusa in pochi minuti davanti a un auditorium gremito di residenti pronti a intervenire contro il progetto. A Cascade Locks, in Oregon, gli elettori avevano già richiamato alle urne, nel 2023, due commissari del locale ente portuale colpevoli di aver trattato con una società di data center: il progetto è stato abbandonato nel giro di un mese.

Il caso xAI in Mississippi

Il caso più duro, però, arriva dal Mississippi, ed è quello che meglio racconta la componente di giustizia ambientale del fronte progressista. A Southaven, al confine con Memphis, xAI di Elon Musk alimenta il suo data center Colossus 2 con 27 turbine a gas prive di permesso, secondo la denuncia depositata ad aprile 2026 dalla NAACP insieme a Southern Environmental Law Center ed Earthjustice. Le turbine sorgono molto vicine a una scuola elementare, in un quartiere a maggioranza afroamericana già classificato con voto “F” per l’inquinamento da ozono dall’American Lung Association. A giugno, in una svolta che dice molto sulle priorità dell’amministrazione federale, il Dipartimento di Giustizia è intervenuto non a difesa della comunità, ma di xAI, sostenendo che fermare le turbine minaccerebbe “la sicurezza nazionale, economica ed energetica” del paese, e citando l’uso militare del modello Grok dell’azienda.

Trump contro la propria base: il partito del “Let Data Reign”

È proprio nella frattura interna al Partito Repubblicano che questa storia raggiunge il suo punto più politicamente scomodo, e più rivelatore.

Alla fine di agosto, con toni che hanno sorpreso anche parte del suo elettorato, il presidente Trump ha scritto su Truth Social che “l’unica ragione per cui le comunità americane non dovrebbero volere i data center è se vogliono finire arretrate e povere”, aggiungendo che chi li rifiuta rischia di “uccidere la gallina dalle uova d’oro” e che “la Cina non potrebbe essere più felice di questo movimento anti data center”. Negli stessi giorni, in Ohio, l’opposizione ai data center era stata definita “un peso appeso al collo” del senatore repubblicano Jon Husted, impegnato in un’elezione speciale contro il democratico Sherrod Brown proprio sul tema.

Il paradosso è che Trump si è trovato a rimproverare, più o meno esplicitamente, esponenti del proprio partito. In Texas, il governatore Greg Abbott ha imposto restrizioni ai nuovi carichi dei data center sulla rete elettrica statale, mentre il candidato al Senato Ken Paxton ha presentato un proprio piano per regole più severe, nonostante entrambi avessero in precedenza celebrato la crescita del settore nello stato. In Michigan, il candidato repubblicano al Senato Mike Rogers sostiene una moratoria di un anno sui nuovi progetti. In Ohio, lo stesso Husted ha ammesso pubblicamente che i data center si sono “guadagnati il contraccolpo” che stanno ricevendo. Will Hild, direttore esecutivo dell’organizzazione conservatrice Consumers’ Research, ha sintetizzato bene la dinamica: l’industria tecnologica non ha dato “risposte oneste e umili” ai dubbi della base repubblicana, lasciando che il tema diventasse un cuneo elettorale proprio dentro il partito che più ha sostenuto la corsa americana all’AI.

Quello che emerge non è la solita polarizzazione USA contro Cina, o innovazione contro regolazione. È una frattura verticale, che attraversa entrambi gli schieramenti e mette in tensione la leadership nazionale con gli elettorati locali, gli interessi macroeconomici di lungo periodo con il disagio quotidiano e immediato di chi vede crescere la propria bolletta o teme per la qualità dell’aria del proprio quartiere.

Il quarto ingrediente mancante: perché il consenso conta quanto i chip

Per anni la narrazione sulla crescita dell’intelligenza artificiale ha ruotato attorno a tre ingredienti: i chip, l’energia, il capitale. Quello che il 2026 sta mostrando con chiarezza è che ne esiste un quarto, meno misurabile ma non meno decisivo: il permesso di operare. Il consenso delle comunità che ospitano fisicamente questa infrastruttura non si compra con la stessa facilità con cui si acquistano silicio o megawatt, e sta diventando sempre più scarso.

Le conseguenze economiche di questo collo di bottiglia cominciano a essere misurabili. Goldman Sachs stima una crescita del 220% della domanda elettrica globale dei data center entro il 2030, con circa il 60% di quella domanda concentrata negli Stati Uniti. Gli hyperscaler, i grandi operatori come Amazon, Microsoft e Google, hanno annunciato per il 2026 investimenti previsti per 690 miliardi di dollari, mentre le utility elettriche statunitensi hanno messo sul tavolo 1.400 miliardi di dollari di spesa infrastrutturale entro il 2030. Il divario tra ciò che l’industria vuole costruire e ciò che le comunità sono disposte a ospitare si allarga proprio mentre la resistenza organizzata si professionalizza: non più singoli comitati di quartiere improvvisati, ma reti coordinate, tracker digitali, coalizioni legali, capacità di mobilitazione elettorale mirata.

L’effetto pratico, secondo diversi analisti del settore, è una concentrazione crescente dei progetti in un numero sempre più ristretto di giurisdizioni disposte ad accettarli, con il rischio di scaricare lo stress sulla rete e i costi proprio su quei territori meno capaci di negoziare condizioni favorevoli. È l’altra faccia, meno raccontata, della corsa infrastrutturale all’intelligenza artificiale: non solo dove si trova l’energia a basso costo, ma dove si trova ancora, semplicemente, la disponibilità politica a dire di sì.

Democrazia locale contro capitale infinito

C’è qualcosa di profondamente americano, nel senso più letterale del termine, in questa storia. Il potere che si esercita non nei palazzi di Washington, ma in un’aula consiliare di provincia, davanti a un microfono aperto e a un cartellino con il tempo massimo di intervento. È un potere lento, litigioso, spesso inefficiente, esattamente come lo immaginava Tocqueville osservando le assemblee municipali del New England quasi due secoli fa: la libertà che si impara facendo pratica nelle piccole cose, prima ancora che nelle grandi.

L’intelligenza artificiale, in questo racconto, smette per un momento di essere un algoritmo, un modello, una curva di scala. Diventa un cantiere, una turbina rumorosa a mezzo chilometro da una scuola, una bolletta elettrica più alta del previsto, un pezzo di terreno agricolo che cambia destinazione d’uso senza che chi lo vede ogni giorno abbia avuto voce in capitolo. E quando l’intelligenza artificiale assume questa forma fisica e locale, il capitale che la sostiene, per quanto enorme, incontra un limite che nessun aumento di potenza di calcolo può aggirare: il voto di un consiglio comunale, la pazienza di una comunità, il tempo che ci vuole perché centinaia di persone si organizzino, si presentino a un’udienza pubblica, e dicano di no.

Non è detto che questo limite regga a lungo. La pressione economica e geopolitica per costruire di più, più in fretta, resta enorme, e la Casa Bianca lo ha reso esplicito. Ma per la prima volta dall’inizio del boom dell’intelligenza artificiale generativa, la domanda su chi debba pagarne i costi materiali, e chi possa dire no, non è più soltanto una questione tecnica o finanziaria. È tornata a essere, semplicemente, una questione politica, ed è precisamente lì che la democrazia americana, con tutte le sue lentezze e contraddizioni, ha ancora qualcosa da dire.

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