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Beni culturali digitali, il rischio non è solo perdere dati ma falsificare la storia


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La digitalizzazione amplia l’accesso al patrimonio culturale ma introduce vulnerabilità nuove. Le Cyber Humanities propongono un approccio interdisciplinare alla sicurezza del patrimonio culturale digitale e alla protezione della memoria collettiva da manipolazioni, attacchi informatici e minacce ibride

Pubblicato il 6 ott 2026

Rita Forsi

Vicepresidente e Direttore del Comitato Tecnico-Scientifico di Women4Cyber Italia



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La digitalizzazione dei beni culturali è una realtà che va oltre la semplice applicazione di strumenti e tecnologie; di fatto il processo sta trasformando l’intero settore introducendo potenzialità sconosciute e solo poco tempo fa impensabili.

Le emozioni suscitate dalle semplificazioni, che il passaggio al digitale normalmente alimenta, e le opportunità che si concretizzano con brevi passaggi, impediscono in genere le riflessioni sugli eventuali aspetti problematici che possono presentarsi abbandonando la dimensione analogica.

Il patrimonio culturale digitale tra crescita e trasformazione

La pandemia ha sicuramente accelerato il processo di digitalizzazione per non interrompere la fruizione della visione di beni artistici, le visite ai musei ed anche per superare, in qualche misura, le difficoltà legate ai viaggi correlati al turismo culturale.

Vi sono stati poi altri fattori che hanno incentivato il passaggio al digitale fra i quali il PNRR, con i finanziamenti dedicati e il sostegno allo sviluppo delle tecnologie innovative.

Uno dei più importanti e misurabili effetti del fenomeno è stato indubbiamente l’arricchimento delle offerte dei vari centri culturali.

Al riguardo, l’Osservatorio Innovazione Digitale nella Cultura del Politecnico di Milano che analizza, annualmente, le tendenze del mercato italiano, ha presentato recentemente una nuova edizione di una ricerca sul tema.

Lo studio, presentato a Milano il 9 giugno 2026 in occasione del convegno “L’innovazione nella Cultura tra passato e futuro: i megatrend dei prossimi 10 anni”, è stato realizzato nel decennale dell’Osservatorio che fa parte dei 60 filoni di ricerca degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management.

La ricerca individua alcuni aspetti importanti nella trasformazione verso il digitale del settore culturale, prendendo in considerazione, fra l’altro, la crescita della fruizione digitale, la digitalizzazione dei contenuti culturali e lo sviluppo di strumenti digitali on-site.

Fra le conclusioni più significative risalta la visione del digitale ormai divenuto “elemento strutturale” del settore, che porta con sé la ridefinizione di fasi maggiormente caratterizzanti i beni culturali quali la conservazione, l’accessibilità ed anche la sostenibilità economica delle istituzioni culturali.

Nei dieci anni oggetto di analisi continuativa dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, è stato rilevata l’introduzione e l’utilizzo di strumenti innovativi, in un panorama caratterizzato da estrema frammentazione e disomogeneità.

È stato riscontrato l’ingresso del digitale anche nella governance del settore, scalando passaggi importanti.

L’intelligenza artificiale, nei prossimi anni, contribuirà al perfezionamento del processo di trasformazione ma non potrà evitare l’introduzione di rischi di vario genere, i quali dovranno essere attentamente studiati e valutati.

Nello studio sono stati sottolineati i passi importanti compiuti nelle fasi di conservazione o di archiviazione e nella creazione di nuovi linguaggi utili a valorizzare il patrimonio culturale.

Oltre all’innovazione dei linguaggi, dalla ricerca è emerso che vi sono stati profondi cambiamenti anche nelle modalità di narrazione.

Poiché la narrazione è in grado di incidere nella fase di documentazione e nella interpretazione del patrimonio culturale, a questo risultato specifico della ricerca vorrei agganciarmi per alcune riflessioni.

La facilità con cui oggi si può intervenire nella fase di narrazione dei contenuti di opere d’arte o di qualsiasi altro bene di un certo valore culturale, modificandola o aggiustandola, implica che questa è già diventato un elemento cruciale nella trasformazione digitale del settore.

Il compimento delle operazioni di documentazione e narrazione, avvenendo ormai esclusivamente nella dimensione digitale, comporta che esse acquisiscano contestualmente la natura di asset critici e strategici non solo per il mondo dell’arte, che deve contare in primis sulla veridicità di quanto raccontato ma anche per la storia e lo sviluppo di un’intera società che su tale principio si fonda.

È evidente allora che il potenziamento dell’offerta culturale per il trasferimento nella dimensione digitale di dati, eventi ed evidenze che intrecciano cultura e memoria, porta con sé progresso e introduce nuove vulnerabilità.

Le debolezze storicamente rivelate per il settore sono già mappate nella Carta del Rischio del Ministero della Cultura e gestite dall’Istituto Centrale del Restauro.

Dalle vulnerabilità fisiche alle nuove minacce cyber

Finora, le nostre opere d’arte e le relative infrastrutture che le custodiscono, sono state minacciate o danneggiate da eventi più o meno catastrofici come terremoti, frane, inquinamento.

Ove questi si verifichino, e le modifiche al clima o ai territori e all’ambiente in generale non ne riducono certamente l’occorrenza, sappiamo che può essere compromessa parzialmente o totalmente l’integrità fisica del bene o delle strutture ad esso collegate.

La digitalizzazione aggrava questa situazione, aprendo varchi nella dimensione digitale a minacce cyber e ad attacchi pericolosi, prodotti oggi dalle più specifiche minacce ibride, a danno della versione digitale dei contenuti culturali, versione creata appositamente invece per preservarne più a lungo immagini e storia, a vantaggio delle nuove generazioni.

Ovviamente le tecniche di protezione classicamente note ed applicabili alle opere d’arte reali, non possono essere riciclate nella versione digitale o per proteggere per esempio archivi completamente informatizzati.

Come avvenuto per le infrastrutture energetiche, dei trasporti e altre realtà, con la digitalizzazione di processi e funzioni, i rischi informatici sono andati man mano crescendo in numero e complessità.

L’adozione di misure cyber è diventata pertanto soluzione non più dilazionabile o trascurabile.

La protezione non potrà essere più destinata a strumenti singoli, che hanno già peraltro rivoluzionato la fruizione del patrimonio culturale, ma dovrà riguardare ogni parte di ciascun sistema nella sua complessità.

Dovranno anche in questo ambito essere protette, dal punto di vista della sicurezza informatica, la governance, la formazione del personale e avviate le esercitazioni di sicurezza informatica per simulare scenari verosimili di rischio.

Alla base di ogni intervento, tuttavia, dovrà esservi un approccio basato sulla conoscenza della propria organizzazione e della sua struttura, per una puntuale analisi e una precisa valutazione dei rischi ad esse connessi.

Per sistemi di beni culturali digitalizzati, a partire da archivi importanti o da infrastrutture di rilievo del settore, il metodo indicato dalla Direttiva NIS2 appare quindi opportuno e perfettamente applicabile.

Per il patrimonio culturale, lo strumento del Ministero della cultura sopra citato della Carta del Rischio del Patrimonio Culturale, dovrebbe essere aggiornato e prevedere integrazioni con i rischi cyber e le relative metodologie per respingerli o mitigarne gli effetti.

Naturalmente le tecnologie legate all’IA possono accrescere le capacità difensive, come in generale favoriscono la qualità e la complessità delle azioni degli attaccanti.

PNRR, ecosistemi digitali e formazione

Come noto, il PNRR ha stabilito misure significative e stanziato risorse per accompagnare e far sviluppare la transizione al digitale del mondo dei beni culturali.

La missione 1 del Piano inerente la “Digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo” ed in particolare la misura 3, avevano come obiettivo diverse azioni fra le quali “la modernizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali del patrimonio storico artistico” quale strumento per migliorare il sistema culturale, investimenti digitali per migliorare fra l’altro la fruibilità della cultura e “investimenti per rimuovere barriere fisiche e cognitive al patrimonio”.

Infine era previsto di “supportare la transizione digitale e verde nei settori del turismo e della cultura 4.0”.

Nell’ottica delle azioni sopra descritte, un nuovo approccio alla gestione e cura dell’intero settore si è fatto strada e l’Istituto Centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura-Digital Library ha favorito lo sviluppo di un’iniziativa denominata ECOMIC, un ecosistema digitale per la cultura.

Ecomic è descritto nel sito specifico https://ecomic.cultura.gov.it/strategia/ come “un ambiente collaborativo distribuito che offre servizi per sostenere la trasformazione digitale del settore culturale italiano”.

Si tratta, nelle intenzioni dichiarate, di una nuova modalità di considerare le varie componenti che, sostenute dal PNRR, operano in sinergia per incidere sulla realtà dei beni culturali tanto da crearne una specie di altra versione completamente digitale.

Nel dicembre 2025 è stata rilasciata la versione 2.0 del Documento di inquadramento strategico di Ecomic a cura dell’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library, consultabile all’indirizzo citato, nella sezione Strategia.

Altro pilastro che rafforza la modernizzazione di ogni settore è indubbiamente la formazione.

In tema di beni culturali, Il PNRR aveva varato anche una linea d’investimento “Cultura 4.0. Piattaforme e strategie digitali per il patrimonio culturale” che si occupa del Piano di Formazione e miglioramento delle competenze digitali promosso dal Ministero della Cultura -Digital Library.

Operativamente, si deve far capo alla Scuola Nazionale Del Patrimonio E Delle Attività Culturali che gestisce come Fondazione il Piano di formazione, gratuito e rivolto a singoli, ad organizzazioni, alle comunità.

Nell’ambito della Scuola, è stato sviluppato il sistema formativo DICOLAB. CULTURA AL DIGITALE che si occupa in via esclusiva di creazione di competenze digitali certificate in tema di beni culturali e si rivolge, come si evince dal sito, “a chi lavora in biblioteche, musei, archivi e imprese culturali creative, con ruoli tecnici, gestionali o educativi”.

Tale soggetto presenta il programma “La formazione per il patrimonio culturale” che comprende corsi e percorsi di formazione specialistici.

Nell’offerta, risulta assai degno di nota per originalità e valenza culturale e scientifica, il percorso denominato “Cyber Humanities per la sicurezza del patrimonio culturale digitale”.

Particolarmente innovativo, esso è composto da quattro corsi tenuti dal Prof. Emanuele Bellini, professore associato di Roma TRE: Cyber Humanities ed Ecosistemi Culturali Cyber Critici; Minacce Ibride e Cyber-Cognitive Operations; Le componenti C3E in ottica Cyber-Cognitive Operations. Dalla teoria alla pratica; Scenario di Rischio e Resilienza negli Ecosistemi Culturali Cyber Critici.

Il Prof. Bellini è fra l’altro, fondatore e chair del IEEE SMC Technical Committee on Cyber Humanities e del Working Group on Cyber Humanities del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI). È inoltre co-chair del IEEE SMC Technical Committee on Homeland Security e vice-chair dell’European Integrated Mission Group for Security (IMG-S)

Nella descrizione delle motivazioni e dei contenuti del percorso di formazione è riportata innanzitutto una definizione di Cyber Humanities quale “disciplina transdisciplinare, emergente, nata dall’incontro tra scienze umane, archivistica, ingegneria della resilienza e sicurezza digitale”.

Attraverso lo svolgimento dei vari corsi citati, si presenta il patrimonio culturale come un “sistema complesso e critico” che può essere destinatario di minacce ibride.

Il patrimonio culturale digitale come ecosistema cyber critico

Nel corso Minacce Ibride e Cyber-Cognitive Operations si aggiungono approfondimenti sulle “Cyber-Cognitive Operations”, ossia quel tipo di azioni di attacco a biblioteche, archivi, musei e al loro patrimonio digitalizzato, che si prefiggono l’obiettivo non già di distruggere i dati altamente preziosi in loro possesso, bensì di alterarli minando così la fiducia riposta nelle istituzioni che li gestiscono.

La conseguenza criminale di tali forme di attacco, che operano a breve, medio e lungo termine, è quella di manipolare i dati (intesi anche come contenuti digitali del patrimonio di singole istituzioni culturali) sia per cambiare la narrazione del bene o dei beni presi di mira, sia per interferire, deliberatamente, nella costruzione della memoria collettiva, che si tramanda alle generazioni future, e che può pertanto essere radicalmente modificata.

Queste cyber cognitive operations, sono subdole e criminali opportunità purtroppo introdotte dai processi di digitalizzazione e, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, possono sconfinare in campi del tutto inesplorati finora.

I loro effetti possono arrivare a manipolare l’asset più strategico di una comunità, che è rappresentato dalla sua identità di base e dai profili ad essa collegati, che regolano in buona misura il vivere civile.

La nuova disciplina, Cyber Humanities (declinata al plurale) fa da sfondo al nuovo approccio suggerito per la tutela dei beni culturali digitali e individua un ambito in cui convergono scienze umane e saperi scientifici e tecnologici per proteggere il patrimonio culturale digitale nella maniera più adeguata.

Occorre infatti coniugare conoscenze specialistiche delle opere d’arte e dei beni digitalizzati, il loro valore culturale, parallelamente alle tecnologie necessarie per adottare le misure più idonee sotto il profilo della sicurezza informatica.

Il mondo dei beni culturali digitalizzati sta diventando a tutti gli effetti un’infrastruttura critica, dall’alto valore storico, umanistico, scientifico e può diventare un target appetibile nella nuova economia dei dati e dell’innovazione tecnologica.

Oltre alla dimensione economica di possibili attacchi a sistemi complessi e critici del tipo descritto (in primis gli archivi digitali) che può raggiungere cifre consistenti, la possibile e concomitante compromissione di parte della nostra storia deve parimenti preoccupare.

Secondo il percorso formativo tenuto dal Prof. Emanuele Bellini, vanno conosciute le minacce, che oggi sono in generale classificabili come minacce ibride, e va costruito non solo un sistema di difesa che minimizzi o annulli i possibili impatti su singole o multiple componenti dell’ecosistema culturale, ma anche una capacità per il sistema di essere davvero resiliente nel futuro.

Il framework C3E (Cultural Cyber-Critical Ecosystem), evocato nel corso, inquadra il patrimonio culturale digitale come un ecosistema caratterizzato da estrema vitalità, seppure soggetto a vulnerabilità cognitive che vanno individuate con grande rapidità.

La velocità di rilevamento e riconoscimento di questo tipo di debolezza consente spesso di evitare il verificarsi di incidenti informatici.

Il framework C3E sostiene quindi un metodo di lavoro distribuito e collaborativo a livello interistituzionale per fronteggiare i subdoli effetti di minacce ibride.

Le minacce ibride rappresentano una nuova frontiera degli attacchi cyber nell’era dell’intelligenza artificiale che merita sviluppi molto coordinati, a partire dai filoni di analisi e di studio tracciati, come già avviene in questi corsi.

La conferenza internazionale sulle Cyber Humanities

Dal 7 al 9 settembre 2026 Venezia ospita la seconda edizione della conferenza internazionale IEEE International Conference on Cyber Humanities (IEEE CH).

È un evento molto giovane, nato lo scorso anno con la prima edizione della conferenza internazionale tenutasi a Firenze.

Scopo dell’iniziativa è quello di valutare l’applicabilità e l’efficacia di tecnologie avanzate alle Scienze Sociali e Umanistiche (SSH).

Il patrimonio digitalizzato è, come detto, fruibile in più vasta scala, avvicina persone e mondi diversi e lontani con facilità sconvolgente ma, rispetto a quello fisico, è forse ancora più fragile e possibile obiettivo di contraffazioni.

L’aspetto della protezione cyber di questa nuova infrastruttura immateriale diventa pertanto non secondario e rappresenterà una sfida di cui già si intravedono i profili economici, tecnici, culturali.

La conservazione del patrimonio culturale digitale potrà essere oggetto di minacce ibride in grado di sfociare in eventi di cyber crime quasi con maggiori probabilità di quanto avvenga in altri settori.

Le tecnologie legate all’Intelligenza Artificiale e al Machine learning, applicabili al settore, dovranno altrettanto essere esplorate per capire le potenzialità del nuovo approccio di difesa di alti valori culturali a tutela della memoria culturale collettiva.

Minacce ibride, manipolazione e resilienza europea

Vale la pena di soffermarsi un momento sul significato di minacce ibride.

Si parla di minacce ibride, o campagne ibride, quando si è in presenza di azioni dannose, distribuite anche su diversi livelli, predisposte e condotte per raggiungere scopi malevoli.

Tali minacce possono presentare molteplici profili, sono assai versatili e si prefiggono ambiziosi obiettivi quali la delegittimazione di Enti o istituzioni, se non addirittura la compromissione di importanti funzioni statali.

Per questo alla base di minacce ibride si possono ritrovare informazioni manipolate, attacchi informatici di varia natura, influenze di operazioni tipo elezioni o altre espressioni democratiche della volontà popolare, interventi fasulli in ambito economico o diplomatico.

Spesso molte di queste azioni sono combinate fra loro per renderne sempre più difficile l’individuazione e il contrasto; l’ambito dei beni culturali sembra particolarmente idoneo a diventare obiettivo privilegiato di minacce ibride per il grande pregio delle sue componenti e gli ingenti valori economici correlati.

In Europa, oltre a cercare di definire le minacce ibride, si sono cercati metodi per rispondere congiuntamente e non solo a livello di singolo Stato Membro.

Al riguardo era stato lanciato un pacchetto di misure, approvate il 21 giugno 2022, contro la manipolazione delle informazioni e le ingerenze di possibili attori stranieri (FIMI toolbox) e per una risposta coordinata nell’UE (Consiglio dell’Unione europea-Comunicato Stampa del 21 giugno 2022).

Il Consiglio del 16 marzo 2026, ha adottato le proprie “conclusioni sul rafforzamento della capacità dell’UE di contrastare le minacce ibride” (Consiglio dell’Unione europea-Comunicato Stampa del 16 marzo 2026), invitando le istituzioni europee, gli enti e le agenzie, supportati dai relativi Stati Membri, a rafforzare la loro “preparedness and resilience” nei confronti delle minacce ibride e richiamando tutti i soggetti, che a vario livello studiano o si occupano di questo tema, ad operare congiuntamente e a diffondere conoscenze e buone pratiche.

Nelle conclusioni è raccomandato di rivedere con continuità l’implementazione delle misure suggerite.

Il Working Group sulle Cyber Humanities

Per approfondire il tema delle Cyber Humanities, presso il Consorzio Cini si è formato un Cyber Humanitas WORKING GROUP, il cui obiettivo è quello di “guidare e supportare “la comunità SSH (Social Science and Humanities) nel portare a compimento la Transizione Digitale, avendo a cuore la situazione profondamente disomogenea nel settore, in termini di digitalizzazione di contenuti.

Il lancio dell’iniziativa è avvenuto il 5 luglio 2024 presso l’Università degli Studi Roma Tre.

I responsabili scientifici del CH Working Group sono il prof. Emanuele Bellini del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre e il prof. Paolo Merialdo del Dipartimento di Ingegneria civile, informatica e delle tecnologie aeronautiche della stessa Università.

Gli obiettivi specifici, come riportato dalla pagina di presentazione, corrispondono alle azioni di “ricercare, preservare, proteggere, interpretare e comunicare aspetti della cultura e della conoscenza umana”.

Il lavoro del CH Working Group intende avvicinare le due aree facenti capo alla cultura umanistica e a quella scientifico-tecnologica prevedendo, con la contaminazione, benefici reciproci.

Al progetto collaborano moltissime Università italiane e diversi Enti fra i quali il CNR con alcuni suoi Istituti, RAI, ENEA e diversi altri soggetti pubblici e privati.

Operativamente è previsto che il Gruppo di Lavoro si interfacci con alcuni Laboratori del Consorzio e uno degli obiettivi che si prefigge è quello di formare figure di Cyber Humanist.

Il patrimonio culturale digitale tra attacchi e Cyber Humanities

Al tema in parola fornisce un notevole contributo, di inquadramento e di approfondimento, l’articolo di Emanuele Bellini pubblicato il 21 novembre 2025 per ACM dal titolo Cyber Humanities for Heritage Security)

Numerosi attacchi informatici ad importanti istituzioni culturali colpite vengono ricordate per dimostrare che non si tratta di allarmi sporadici e per questo poco significativi, ma di drammatici eventi, certamente non casuali, che possono solo intensificarsi per numero e gravità.

La Metropolitan Opera (2022), la British Library (2023), il Berlin Natural History Museum (2023), la Seattle Public Library (2024), il Louvre (2024) e 40 altri musei, compreso l’Internet Archive (2024), e aggiungo io, gli Uffizi (2026), sono solo alcuni dei target più eccellenti colpiti da attacchi cyber a livello globale.

La tesi dell’autore è che la mancanza di una cultura in tema di cybersecurity nel settore è la causa principale di queste conseguenze.

A breve termine, gli effetti di queste operazioni possono ricondursi all’impossibilità di fruire del bene o di certi servizi di accesso, e in genere tra le conseguenze vi sono gli alti costi di ripristino della situazione precedente.

A medio termine si mina la reputazione e la fiducia nelle istituzioni culturali e nei contenuti culturali.

Alcune tecniche di attacco possono far nascere addirittura dubbi sull’autenticità del materiale conservato.

A lungo termine, infine, qualora ci si trovi in presenza di APT (advanced persistent threats), gli effetti possono tradursi in forme di alterazione di identità culturali in quanto, a causa di immagini falsificate, manoscritti contraffatti e modifiche di testi, può essere distorta la narrazione storica.

E l’individuazione di questi interventi è davvero complessa.

La contromisura più efficace sembra essere pertanto la creazione di una disciplina nuova, che unisca saperi e competenze, per intervenire con determinazione ed efficacia.

L’UNESCO ha definito, come riporta l’autore, la transdisciplinarità come uno “intellectual space” che consente fra l’altro di considerare prospettive alternative.

Il lavoro di Bellini sostiene che, mediante le Cyber Humanities, il patrimonio culturale può essere inquadrato come un ecosistema culturale critico dal punto di vista cyber (C3E- già citato a proposito dei corsi di formazione), e le infrastrutture del sistema complesso culturale come infrastruttura critica.

La natura di infrastruttura critica, la cui funzione è fra l’altro, quella di modellare identità e assicurare la coesione sociale connettendo in modo sicuro il passato con il futuro, ricollega anche il settore alle previsioni della Direttiva CER (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2022/2557/CE) sulla resilienza dei soggetti critici, e oggi, ad avviso della scrivente, rientra pienamente tra i soggetti destinatari del Cyber Resilience Act.

Gli studi alla base dell’articolo sopra esposto sono anche interessanti riferimenti per l’articolo “Towards a Manifesto for Cyber Humanities: Paradigms, Ethics, and Prospects” di Giovanni Adorni ed Emanuele Bellini.

Nel lavoro pubblicato nell’agosto 2025, si prospetta la creazione di un Manifesto che contenga i principi ispiratori, capisaldi della nuova disciplina delle Cyber Humanities e stili un elenco di azioni, che inquadrino i comportamenti da tenere in un’”etica algoritmica” innovativa.

Qualcosa quindi si sta muovendo nella direzione giusta, quella cioè di una trasformazione non solo digitale ma anche culturale, ad ampio spettro.

I cambiamenti auspicati dovranno essere guidati da forme di consapevolezza profonda della necessità di ridisegnare completamente i modelli di governance, dell’urgenza di creare percorsi di formazione talmente innovativi che lo sforzo dovrà interessare molti soggetti, in collaborazione fra loro e motivati dalla stessa passione.

L’acquisizione di competenze tecnologiche, basate su solide fondamenta scientifiche e arricchite da saperi umanistici che contemperino i rigori della parte tecnica, potrà risultare la base più efficace per costruire mondi digitali resilienti, capaci di conoscere e interpretare i capitali a disposizione (e il nostro patrimonio culturale ne è un grande esempio).

Su queste basi sarà infine possibile organizzare una valida protezione di questo patrimonio nella sua versione digitale, non in termini di sola difesa di una infrastruttura critica, ma di sostegno al suo sviluppo più positivo, ben raccontando la sua storia passata di cui va tutelata l’integrità e preparandoci, nel contempo, ad illustrarla come merita, senza contraffazioni, alle generazioni future.

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