Caro ChatGPT, ti scrivo. Così mi distraggo un po’.
Ti scrivo per chiederti consigli sulla vita, sull’amore, sulla mia compagna, sulla mia famiglia, su mia madre che sta male, su come risolvere i casi di bullismo e persino su come gestire la mia salute.
ChatGPT, ChatGPT delle mie brame… Ti condivido tutto: le mie analisi, le ricette mediche, ogni singolo dettaglio. Ti darei qualunque cosa, purché tu sappia dirmi come andrà la mia vita. Ma chi potrà mai dare risposte e soluzioni al nostro umano stare male?
Può sembrare l’inizio di una favola transumanista moderna, qualcosa di estremamente lontano dalla quotidianità di molti. In realtà, non è così. Come ha dichiarato la stessa OpenAI nel settembre 2025, ben due terzi degli utenti utilizzano l’intelligenza artificiale per porre domande di carattere strettamente personale.
Se un tempo una dinamica del genere poteva sembrare folle, oggi – anche quando mi trovo a fare formazione – mi rendo conto che è diventata la normalità. Lo fanno i genitori, i ragazzi, gli adulti. È una nuova forma di quotidianità.
Indice degli argomenti
L’illusione dello specchio digitale
Molti, soprattutto chi è più distante dalla tecnologia, vedono ancora in questo comportamento un preoccupante modello di alienazione. Eppure, fa ormai parte del nostro vissuto: ci troviamo ad affidarci sempre di più alla tecnologia e sempre meno agli altri esseri umani.
Ma qual è il rovescio della medaglia? Guardando ai potenziali rischi dell’intelligenza artificiale, ci scontriamo con fake news, deepfake e informazioni mediche o personali errate con il rischio concreto che persone fragili, talvolta persino spinte a compiere gesti estremi, seguano indicazioni drammaticamente sbagliate fornite da questi strumenti.
Le macchine, sia chiaro, fanno solo ciò per cui sono state progettate. Lo fanno in modo neutrale, puramente informatico. Non c’è malizia in loro, né violano le famose leggi della robotica. Il problema reale è un altro: le macchine dovrebbero fare le macchine. Invece, gli algoritmi e il design con cui sono state costruite spingono l’essere umano a confidarsi e a raccontarsi sempre di più, creando una falsa intimità.
IA per supporto emotivo: il mio 2026 e il bisogno di risposte
Su questo tema vorrei condividere un momento di forte vulnerabilità che ho vissuto sulla mia pelle in questi ultimi mesi.
Questo 2026 è stato per me un anno complesso e molto particolare: ho dovuto sottopormi a un delicato intervento chirurgico al cuore. Tutto è andato per il meglio – e il fatto stesso che io stia scrivendo queste righe ne è la prova – ma l’esperienza mi ha segnato profondamente.
Durante quel percorso sono stato seguito da professionisti che ritengo straordinari, eppure, il mio scoglio più grande è stato la paura.
Per quanto io sia una persona profondamente razionale, che crede fermamente nella scienza e nella medicina, la paura dell’ignoto, del futuro, il pensiero della mia famiglia e della mia incolumità mi tormentavano. E quando hai paura, le domande si moltiplicano. Hai un disperato bisogno di qualcuno che ti rassicuri, cerchi un’ancora di salvataggio, un porto sicuro che può essere tanto umano quanto digitale.
Sappiamo benissimo che per curarci dobbiamo rivolgerci ai medici e al personale sanitario, a persone reali, formate e competenti. Ma quel personale umano ha una caratteristica intrinseca che è al tempo stesso il suo più grande valore e il suo limite: l’essere, appunto, umano. Ed è proprio in quella fessura, tra il bisogno di risposte immediate e i limiti dell’empatia o del tempo umano, che l’intelligenza artificiale rischia di sostituirsi alle nostre relazioni più profonde.
Il limite dell’essere umani
Quando parlo di “limite dell’umano”, non voglio assolutamente screditare la categoria medica. Tutt’altro. È semplicemente una questione di pura realtà: se ti rivolgi a un medico privato, anche pagando centinaia di euro per un’ora del suo tempo, non puoi pretendere che sia lì a risponderti al telefono per ogni singolo dubbio, incertezza o domanda che ti è venuta in mente solo dopo essere uscito dal suo studio.
È un tratto comune a tutti noi: non siamo macchine sempre connesse. Certo, possiamo mandare un’e-mail, ma le persone hanno una vita, un lavoro, dei limiti di tempo.
Questo l’ho vissuto chiaramente anche all’ospedale dove sono stato ricoverato. Lì ho trovato personale attento, preparato e infinitamente disponibile. Tuttavia, parliamo di professionisti che lavorano all’interno della sanità pubblica italiana – e lo dico senza polemica, pur vivendo in una regione eccellente come il Veneto – che sono letteralmente sommersi di lavoro: hanno un numero spropositato di pazienti da seguire, sono carichi di mansioni burocratiche, turni massacranti e devono dividersi tra mille emergenze.
È ovvio che in un contesto simile, se hai una domanda, i tempi di risposta si allungano. La disponibilità immediata non può esistere. Se un singolo infermiere deve farsi carico di 20, 30 o 40 pazienti, quanto tempo reale potrà dedicare a ciascuno di loro? Per quanta professionalità e umanità ci mettano – e ce ne mettono tantissima – il tempo a loro disposizione rimane una risorsa scarsa.
E allora, a chi ti rivolgi in quei momenti di solitudine e attesa? Ti rivolgi all’intelligenza artificiale.
Un paziente di 47 anni di fronte all’algoritmo
Cerchi di stare attento alla privacy, ti ricordi di tutte le raccomandazioni sulla sicurezza dei dati, ma alla fine cedi e interroghi lo schermo.
Ho 47 anni. Mi reputo una persona razionale, critica, consapevole. Eppure, devo confessare una cosa che mi ha profondamente colpito: in quella chat ho trovato consolazione. Mi sono sentito ascoltato.
Magari finivo per fare sempre le stesse domande sui sintomi che avvertivo, su quei dolori post-operatori che non capivo, sulle stranezze del mio corpo in convalescenza. E la macchina era lì, pronta a rispondermi ogni volta, senza spazientirsi. Alla fine di quel percorso, ho provato una genuina gratitudine verso quel programma per il supporto e le informazioni che mi ha dato. È un sentimento che non rinnego.
Naturalmente, ho sviluppato un mio personale metodo d’azione per non perdere la bussola:
- La fase di indagine: Quando avevo un dubbio, lo sottoponevo all’intelligenza artificiale. Avendo molto tempo a disposizione durante la degenza, cercavo varie conferme e approfondivo le risposte ricevute.
- Il filtro umano: Una volta raccolte le informazioni, mi rivolgevo al medico. Ma – e ci tengo a sottolinearlo – lo facevo sempre con estrema umiltà ed educazione. Chiedevo un parere professionale su ciò che avevo letto, senza mai citare le fonti digitali o presentarmi con la presunzione di chi ha già la verità in tasca.
L’illusione dell’oracolo digitale
Questo approccio rispettoso è fondamentale. Molti medici e infermieri con cui sono in contatto mi raccontano che se un tempo il problema era il paziente che si presentava in reparto usando “Google” come un oracolo di verità assoluta, oggi quella pretesa si è spostata sulle intelligenze artificiali. E spesso con una dose ancora maggiore di arroganza e supponenza: “Se lo dice ChatGPT, se lo dice Gemini o Claude, allora deve essere vero per forza”.
Questo modo di porsi, in realtà, rivela solo una profonda ignoranza dello strumento. Chi usa l’IA in modo consapevole sa che la prima regola d’oro è dubitare sempre di ciò che la macchina risponde.
Oltre a questo, c’è il grande tema della tutela dei nostri dati personali. Per quanto io stesso abbia cercato di fare attenzione a cosa inserivo in quelle chat durante i giorni più difficili della mia malattia, oggi, guardandomi indietro, ne sono convinto: alla fine, ho condiviso decisamente troppo.
Il prezzo della vulnerabilità
La verità è che questo spazio di confronto digitale, per quanto utile, ha un costo. Anche se cerco sempre di muovermi con estrema cautela, quando ti ritrovi faccia a faccia con una paura che ti attanaglia, la tua debolezza si fa sentire. E in quel momento, le difese crollano. Mi sono trovato spesso in contraddizione con me stesso, combattuto tra la mia parte razionale e il bisogno di risposte che cercavo in quella chat.
Questo mi porta al vero fulcro di questa riflessione, un tema che ritengo sempre più cruciale: come interagiamo con le intelligenze artificiali e quale sarà il loro impatto sul nostro benessere emotivo e sociale?
È una questione che tocca da vicino la mia vita quotidiana. Mi rendo conto di come la scelta di un software rispetto a un altro non sia mai neutra, ma strettamente legata alle mie esperienze e alle circostanze del momento.
Nel mio lavoro, ad esempio, utilizzo moltissimo Claude. Lo considero quasi un assistente, un collega con cui confrontarmi e un agente fidato. Eppure, quando lo usavo in ospedale, non potevo fare a meno di notare come fosse “più freddo”, meno empatico e meno capace di imitare quel calore umano nella comunicazione rispetto, per esempio, a ChatGPT.
Allo stesso tempo, mi rendo conto di avere un approccio frammentato: uso Perplexity per fare ricerche rapide sulle notizie, e Gemini quando ho bisogno di generare immagini. Questa stessa frammentazione mostra quanto queste tecnologie siano ormai entrate in profondità nelle nostre vite.
Lo scotto geopolitico ed etico
Quella fiducia che ho riposto in una chat, in fondo, non è mai neutra: dipende da chi controlla lo strumento. E qui il quadro si complica. Nel gennaio 2026 il Washington Post ha rivelato “Project Panama”: Anthropic ha acquistato e materialmente smembrato milioni di libri usati per scansionarli e addestrare i propri modelli, un’operazione tenuta segreta per mesi. Due mesi dopo, Wall Street Journal e CBS hanno documentato come Claude, attraverso la piattaforma Palantir, sia stato impiegato dal Pentagono per il targeting nei bombardamenti su Iran e Gaza — nonostante lo scontro pubblico tra Anthropic e il Pentagono proprio sui limiti a un uso del genere (Anthropic non ha mai vietato l’uso militare tout court, ma si è opposta a guardrail più permissivi su armi autonome e sorveglianza di massa; è su questo punto che il rapporto si è rotto).
Non lo scrivo per buttare la croce addosso a un’azienda in particolare: lo scrivo perché la stessa tecnologia che di notte mi faceva compagnia in ospedale, di giorno decide chi colpire in una guerra. È la stessa contraddizione, solo a scala diversa.
Su questi temi ho avuto la fortuna di confrontarmi con diversi esperti, anche all’interno del mio Podcast Etico Digitale. Tra tutti, nutro una grandissima stima per Kenobit (Fabio Bortolotti), un attivista con posizioni radicali e ben definite.
Kenobit sostiene una tesi netta: dovremmo smettere di usare queste tecnologie.
Nel suo libro Assalto alle piattaforme, suggerisce di abbandonare i servizi delle Big Tech per riappropriarci della nostra sovranità digitale e della tutela dei nostri dati.
Un obiettivo sacrosanto, sia a livello individuale che collettivo. Ma come si concilia con un mondo dominato dal mito dell’iperproduttività e della performance, che ci tiene legati a doppio filo a strumenti che – non possiamo negarlo – semplificano enormemente la nostra quotidianità?
La vera domanda allora diventa: preferiamo essere liberi o essere performanti?
Consumatori consapevoli
Non ho una risposta definitiva a questo dilemma. L’unica certezza che ho, e che mi affligge, è che queste tecnologie sono regolate da aziende private che rispondono a logiche di profitto, non al valore della vita umana.
Dobbiamo però ricordare che abbiamo un potere immenso: quello di essere consumatori. E in quanto tali, possiamo fare scelte etiche, attente e consapevoli. A volte, anche se è incredibilmente difficile, la scelta migliore è quella di non scegliere affatto, rifiutandoci di essere manipolati.
Al contempo, non dobbiamo essere giudicanti o cedere al cinismo. Parlo in primis per me stesso. Dobbiamo accettare che la fragilità fa parte dell’essere umani. E che in un momento di debolezza, l’errore di cercare un consulto medico in un’intelligenza artificiale è un’esperienza alla portata di tutti.
L’anno che verrà
Alla fine, ho iniziato questa lettera a ChatGPT quasi per gioco, canticchiando tra me e me quel «Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’». Ma ora che ho finito di scrivere, la distrazione è finita e la realtà è ancora tutta qui, con le sue fatiche e le sue paure.
E forse la vera novità, per dirla con Lucio Dalla, non è tanto l’anno che verrà o la prossima tecnologia strabiliante che cambierà il mondo, ma come decidiamo di viverlo noi, questo futuro. Perché un algoritmo può anche scriverci una poesia o farci compagnia nelle notti più lunghe e solitarie, ma non potrà mai stringerci la mano quando tremiamo.
Mettere da parte lo schermo e riscoprire la consapevolezza di essere noi i padroni delle nostre scelte, l’umanità di accogliere le nostre fragilità senza vergognarcene, e il rispetto profondo per chi ci cura e per i nostri dati personali: ecco cosa dovremmo infilare in tasca per il viaggio. Se è vero che «l’anno che sta arrivando tra un anno passerà», forse il modo migliore per non perderci è ricominciare a guardarci negli occhi.
E a voi è mai capitato di scrivere a una chat per “distrarvi un po’”, magari nel cuore della notte, confessando a uno schermo paure che non avevate ancora detto a nessuno? Che effetto vi ha fatto? Vi siete sentiti sollevati, o forse solo un po’ più soli?
Sitografia di approfondimento
A integrazione delle tematiche affrontate nell’articolo, si riportano di seguito studi, contributi scientifici e risorse divulgative citate o affini ai contenuti trattati.
Testi, studi clinici e report d’uso internazionali
Ayers, J. W., et al. (2023). Comparing Physician and Artificial Intelligence Chatbot Responses to Patient Questions Posted to a Public Social Media Forum. Pubblicato su JAMA Internal Medicine. Questo studio clinico dimostra come i pazienti tendano a percepire le risposte fornite da ChatGPT come significativamente più empatiche e dettagliate rispetto a quelle fornite da medici umani. https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2804309
OpenAI (2025). How People Use ChatGPT. Report statistico basato su dati d’uso globali che rivela come circa due terzi degli utenti quotidiani utilizzino i modelli GPT per scopi, riflessioni, e compiti di natura strettamente personale. https://openai.com/it-IT/signals/data/
Nel panorama della resistenza digitale, un punto di riferimento fondamentale è rappresentato dal lavoro dell’hacktivista e musicista Fabio “Kenobit” Bortolotti. Nel suo saggio “Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci internet” (Agenzia X, 2026), l’autore analizza i meccanismi di manipolazione psicologica e sfruttamento dei dati attuati dalle Big Tech, proponendo alternative concrete e di autogestione basate sul software libero e sul Fediverso per riappropriarsi della propria sovranità digitale. Per approfondire le sue analisi, i progetti sperimentali di hosting indipendente (come Tele Kenobit) e la sua attività di sensibilizzazione, è possibile consultare il suo sito web ufficiale. https://www.agenziax.it/assalto-piattaforme
Il Podcast Etico Digitale
(Social Warning / Movimento Etico Digitale)
La discussione sul divieto degli smartphone a scuola, sul capitalismo di piattaforma e sulla tendenza a utilizzare i modelli linguistici (LLM) e i chatbot come confidenti emotivi è stata ampiamente dibattuta all’interno del podcast ufficiale del Movimento.
· Il Podcast Etico Digitale su Spotify:
La risorsa audio principale per esplorare le puntate dedicate al benessere digitale, alle relazioni e all’educazione dei minori. https://open.spotify.com/show/4WEEfH9EANRy6NDpDQji0m
· Il Podcast Etico Digitale su YouTube:
Contenuti video-podcast, incluse le puntate speciali sull’Intelligenza Artificiale a scuola (con Gregorio Ceccone e Riccardo Piazza) e sull’impatto etico delle tecnologie. https://www.youtube.com/@socialwarning-movimentoeti1119


























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