Sono giorni molto delicati per il futuro di un bene fondamentale all’innovazione di questo Paese. Si è appena chiusa, il 5 ottobre, la consultazione Agcom sulle frequenze di telecomunicazione in scadenza nel 2029 e adesso la questione diventa eminentemente politica. Proprio mentre si prepara la manovra finanziaria, il Governo deve decidere se considerare ancora una volta lo spettro una possibile fonte di entrate oppure uno strumento di politica industriale.
La tentazione di fare cassa è comprensibile, soprattutto per un Governo alle prese con i vincoli del bilancio pubblico. Sarebbe però una tentazione fatale, altamente demagogica e, soprattutto, miope.

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Il rinnovo delle frequenze telco come scelta industriale
Spremere ancora le telco, dopo quindici anni nei quali il settore ha perso ricavi, margini e capacità di generare cassa, significa sottrarre denaro proprio agli investimenti nelle reti da cui dipende una parte crescente della competitività italiana. Tanto più adesso, in una fase di discontinuità tecnologica segnata dall’intelligenza artificiale.
La manovra dovrebbe quindi dare una direzione chiara: rinnovo delle frequenze senza nuovi esborsi per lo spettro, in cambio di investimenti verificabili, copertura e qualità del servizio. Non un regalo agli operatori, ma uno scambio nell’interesse del Paese: invece di trasferire miliardi dalle casse delle telco a quelle dello Stato, quelle risorse devono essere vincolate alla modernizzazione delle infrastrutture digitali.
La crisi delle telco italiane dietro il rinnovo delle frequenze
Sul secondo basta guardare i numeri.
I ricavi degli operatori sono passati da 41,9 miliardi di euro nel 2010 a circa 28 miliardi nel 2024: il 33% in meno, secondo dati Asstel e Politecnico di Milano.
E mentre si restringeva questa forbice, gli operatori hanno continuato a investire: oltre 100 miliardi di euro in quattordici anni tra reti e licenze. Il dato forse più eloquente è quello che misura ciò che resta dopo gli investimenti. L’Ebitda meno Capex era pari a circa 10,5 miliardi nel 2010; nel 2024, considerando l’intero investimento sostenuto dagli operatori, si è praticamente azzerato, a circa 20 milioni di euro. Anche l’Ebit margin racconta la stessa storia: dall’oltre 13% del 2019 è sceso all’1,8%, ben inferiore al costo del capitale.
La guerra dei prezzi e il crollo dei margini
Ha inciso molto la dissennata guerra dei prezzi, che prova l’esistenza di un eccesso di concorrenza nel mercato e un eccessivo accanimento regolatorio.
Il costo delle frequenze 5G per le telco italiane
Nonostante questo chiaro scenario, nel passato si è spesso pensato che le telco fossero una mucca dalle infinite risorse da mungere. Basti pensare all’anomalia italiana delle aste 5G.
L’Italia ha già pagato per il 5G molto più degli altri grandi Paesi europei rispetto alla dimensione della propria economia.
L’asta italiana del 2018 ha prodotto per lo Stato 6,55 miliardi di euro, contro 2,79 miliardi in Francia, 1,4 miliardi in Spagna e 6,55 miliardi in Germania, pari rispettivamente a circa lo 0,37%, lo 0,12%, lo 0,12% e lo 0,18% del Pil dei rispettivi Paesi nell’anno dell’asta
In sintesi, a parità di importo assoluto con la Germania, l’Italia ha pesato sul PIL circa il doppio. Francia e Spagna sono rimaste intorno allo 0,12%. Il confronto non include i rinnovi di licenze più vecchie né i canoni annuali, che in Italia restano comunque i più alti d’Europa in rapporto ai ricavi degli operatori (circa il 19% secondo la GSMA, contro una media europea intorno all’8%)
Questi numeri spiegano perché parlare oggi di un nuovo maxi-esborso come se le frequenze fossero semplicemente un cespite da monetizzare sarebbe profondamente sbagliato. Gli operatori italiani hanno già sopportato uno shock per lo spettro eccezionale nel confronto europeo. Chiedere loro di ripeterlo significa sottrarre capitale a quelle stesse reti che lo Stato chiede di potenziare.
Rinnovo gratuito delle frequenze e investimenti nelle reti
Una strada diversa è già sul tavolo. Agcom ha proposto di rinnovare fino alla fine del 2037 i diritti in scadenza nel 2029 associando il rinnovo gratuito a obblighi di investimento, copertura, qualità e accesso. L’obiettivo dichiarato è anche accelerare il 5G standalone, infrastruttura necessaria per sfruttare davvero le possibilità delle reti di nuova generazione.
È questa la logica che il Governo dovrebbe portare nella manovra.
Rinunciare a un incasso immediato significa decidere dove quel capitale produce più valore per il Paese. Un miliardo versato al Tesoro migliora una volta il saldo di bilancio. Un miliardo investito in reti può aumentare copertura, capacità, resilienza, qualità dei servizi, produttività delle imprese e possibilità di sviluppare nuovi servizi digitali.
Le condizioni per rinnovare le frequenze senza nuovi esborsi
Naturalmente il rinnovo gratuito deve avere condizioni precise e controllabili. Gli investimenti promessi devono essere aggiuntivi e verificabili; devono esserci tempi, obiettivi di copertura e qualità del servizio. Il vantaggio concesso agli operatori deve trasformarsi in infrastrutture.
Ma questa è esattamente la differenza fra una politica industriale e una politica di cassa.
Dopo quindici anni di erosione dei ricavi e dei margini e dopo un’asta 5G che, in rapporto al Pil, ha imposto all’Italia un costo enormemente superiore a quello di altri grandi mercati europei, tornare a spremere le telco sarebbe difficile da giustificare come tutela dell’interesse pubblico.
Sarebbe il contrario.


























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