L'ANALISI

Digitale, la conoscenza non basta: serve consapevolezza

L’Italia rischia di scivolare ai margini dell’Europa sul fronte competenze informatiche. Eppure le iniziative esistono: ma a macchia di leopardo. Occore un coordinamento strategico che consenta di formare le nuove generazioni: affinché sia l’uomo a utilizzare la tecnologia. E non il contrario

Pubblicato il 30 Gen 2020

Dino Maurizio

presidente Informatici Senza Frontiere onlus

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La debole alfabetizzazione digitale rappresenta un’emergenza sempre più marcata per l’Italia. Un tema che rischia di compromettere sia la competitività del Paese sia lo sviluppo di una corretta cittadinanza digitale. Un’analisi del quadro generale e le strategie da intraprendere.

Nel corso del 3° Festival di Informatici Senza Frontiere (Rovereto) sono stati sviluppati e discussi, come da tradizione, i temi legati all’uso etico e responsabile delle tecnologie digitali, ma si sono anche sottolineati i limiti ed i condizionamenti in cui i cittadini incorrono nell’uso di tali tecnologie. Vediamone alcuni.

L’Italia, malgrado molte iniziative, sia pubbliche sia private, resta indietro nell’uso delle tecnologie digitali: è 25sima in Europa (Rapporto DESI, Digital Economy and Society Index, 2019), solo il 20% della nostra forza lavoro sa usare tecnologie ICT (OECD, Organisation for Economic Cooperation and Development, Skills Outlook 2019), comparata ad una media OCSE del 51%.

Pur essendo fra i primi paesi – il quarto europeo per l’esattezza – a connettersi in rete, pur avendo introdotto nella scuola strumenti quali le lavagne elettroniche, pur avendo, in alcuni centri di ricerca e università, eccellenze in aree strategiche, quali la robotica ad esempio, l’Italia non ha saputo formare le competenze in modo diffuso, sia nei cittadini adulti e nei lavoratori, sia nell’ambito scolastico: sono pochissime ancora oggi le scuole primarie e secondarie di primo grado che hanno introdotto qualche forma di insegnamento delle tecnologie informatiche.

Digital skill, manca una strategia

Ora, se vogliamo avere qualche possibilità di arrivare a  livelli almeno paragonabili agli altri cittadini UE, non possiamo attendere e seguire le sole iniziative pubbliche: dobbiamo mettere assieme e coordinare le molte iniziative che nascono dai vari enti del settore pubblico e del privato, dal mondo industriale e dalla società civile: penso agli eventi Coderdojo, che interessano quasi tutto il territorio italiano, o alle iniziative di formazione che fanno gli stessi Informatici Senza Frontiere toccando ormai ogni anno migliaia di persone, soprattutto ragazzi.

Individuare un’istituzione che possa fare da collante tra le varie iniziative capisco possa essere impresa assai complicata e difficile, cionondimeno indispensabile per mettere a sistema tutti questi sforzi e garantirne un impatto significativo a livello paese; utopia? Forse; perché, ad esempio, non affidare l’incarico al Commissario dell’Agenzia per l’Italia Digitale, della Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Fin qui mi sono riferito alla necessità di acquisire “conoscenza” delle tecnologie digitali, in modo che ogni cittadino sappia cercare informazioni attraverso l’uso di internet, riconoscere fake news, scrivere una lettera, trovare e vedere un video, scambiare informazioni via rete, elaborare un foglio elettronico, e così via; conoscenza che ci aiuterà sicuramente anche ad essere competitivi nel mondo produttivo delle aziende.

La conoscenza tuttavia non basta; sono fermamente convinto che abbiamo bisogno di acquisire anche una “cultura” del digitale, oltre alla sua “conoscenza”.

Cosa si intende per cultura digitale

Che cosa intendo dire? Consideriamo il fatto che la moderna rivoluzione digitale è ben diversa dalle precedenti rivoluzioni industriali, quali quella della macchina a vapore o dell’elettricità, perché se nelle precedenti si sostituiva il lavoro meccanico al lavoro manuale, in questa si sta sostituendo l’elaborazione digitale al lavoro intellettuale.

Tecnologie, questione di fiducia

Deleghiamo cioè certe attività che sono legate al nostro modo di pensare e ragionare a delle macchine che lo fanno per noi; non solo non facciamo più operazioni matematiche ma affidiamo la sicurezza della nostra vita al pilota automatico dell’aereo o dell’automobile, oppure le decisioni sui nostri investimenti a programmi automatici di trading, per non parlare delle azioni militari svolte dalle armi autonome, i cosiddetti droni e killer robot che possono colpire il “nemico” su guida e comando della loro parte software.

E la nostra “delega” sta diventando sempre più una firma in bianco: non conosciamo i meccanismi di scelta e decisione delle macchine, ma nemmeno ci preoccupiamo di valutare i possibili rischi conseguenti a tali scelte.

Venendo ad aspetti più semplici e di uso quotidiano, pensiamo al grado di fiducia che attribuiamo a quello che leggiamo sulla rete: è  paragonabile alla fiducia che prestiamo quando ascoltiamo quello che dice una persona a noi fisicamente vicina, sia questa sconosciuta piuttosto che amica? Pensiamo a quanto condividiamo attraverso i social: fatti, opinioni, fotografie, etc.; qual è il confine fra ciò che rendiamo pubblico e ciò che resta privato? È uguale a quello che avevamo quando non usavamo i social?

Oppure, pensando ancora ai social: quanta parte di noi mostriamo per quello che è, e quanta parte cambiamo o inventiamo per apparire interessanti? Certamente lo facevamo anche prima, ma nella stessa proporzione ? Oppure ancora, questa volta pensando all’IOT (Internet Of Things): siamo abituati al fatto che normalmente quando compriamo un prodotto questo diventa di nostra proprietà, ora comperando un prodotto che abbia insito l’IOT non siamo più completamente padroni di quel prodotto; ad esempio un produttore di frigoriferi, sempre collegato al prodotto che ha fatto, può agire sull’elettronica di quel prodotto, può decidere nel tempo di modificare l’uso del nostro frigorifero fino, al limite, ad impedirne il funzionamento.

Questi sono soltanto esempi banali per dire che le nuove tecnologie stanno scardinando molte delle nostre convinzioni ed abitudini.

Educare le nuove generazioni

Su questo è necessario riflettere e soprattutto educare le nuove generazioni a non essere cieche di fronte ai cambiamenti, palesi o nascosti, che ci vengono indotti.

Dopo la conoscenza viene la consapevolezza, e la consapevolezza aiuta a formare la cultura: se cambiano i parametri di riferimento dobbiamo adeguare il nostro modo di pensare, valutare e in definitiva vivere il nostro quotidiano.

Se lasciamo le tecnologie procedere per la loro strada, quasi totalmente in mano ad aziende commerciali o a ricerche militari, spesso ispirate a principi legati al profitto e al potere, e non ribadiamo a gran voce l’attenzione verso principi etici, morali e verso il rispetto dell’individuo nella sua totalità, ci troveremo presto più stupidi, più manipolati, più oggetti di comodo, anziché appunto individui umani.

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