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App coronavirus, Parlamento “bypassato” dal Governo

Il 15 aprile la commissione trasporti sul decreto “Cura Italia” ha voluto esplicitare una raccomandazione al Governo chiedendo chiarimenti sull’app coronavirus. La cui scelta è avvenuta quindi ignorando del tutto le funzioni del Parlamento. Il commento di Bruno Busso (PD)

Pubblicato il 17 Apr 2020

Enza Bruno Bossio

deputato, Partito Democratico

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Da quando il Presidente del Consiglio dei ministri ha prorogato il lockdown fino al 3 maggio, si è scatenata una discussione sulla cosiddetta fase 2. Sembra però che in questo dibattito non  abbia prevalso finora il merito o la competenza, ma il posizionamento politico.

E questo è molto più grave in una fase delicata in cui o effettivamente si esce dal buco nero del lockdown eterno e della caccia all’untore o si rischia di tornare più indietro del 9 marzo.

Non sono una immunologa e non so valutare quanto sia vera la affermazione che almeno il 90% della popolazione italiana non è ancora entrata in contatto con il virus, ma se così fosse è assolutamente necessario capire quale strategie e con quali strumenti per affrontare il post 3 maggio.

Naturalmente non possono essere tante le strategie, o peggio ancora, le tattiche, e deve essere direttamente il capo del Governo a spiegare la strategia (che evidentemente ha maturato anche alla luce delle competenze e consulenze dei suoi molteplici esperti) e soprattutto indicare con chiarezza gli strumenti utili ad affrontare la scelta.

Gli strumenti necessari per la Fase 2

Per quel che riguarda gli strumenti mi pare che le esperienze degli altri Paesi, nonché la tool box, che definisce gli standard generali per l’introduzione a livello nazionale di App contro la pandemia, presentato dalla Commissione europea, abbiano indicato una strada ben definita: test sierologici di massa (almeno 100000 al giorno come suggerisce Delfraissy, immunologo, consulente del presidente Macron) e un’applicazione di contact tracing che accompagni in maniera intelligente questo screening di massa.

Abbiamo assistito in questi giorni a una discussione molto accesa su l’utilizzo di entrambi gli strumenti. Come deputati della commissione trasporti e telecomunicazioni, abbiamo ascoltato in una apposita audizione  diversi soggetti (operatori telefonici, Garante Privacy e Ministra dell’innovazione), per capire come si potesse avere una applicazione che fosse in grado di garantire tracciabilità, senza ledere il diritto alla privacy.

La raccomandazione al Governo dalla commissione trasporti e telecomunicazioni

In seguito a questo confronto abbiamo avvertito la necessità, lo scorso mercoledì 15 aprile, in sede di parere della commissione trasporti sul decreto “Cura Italia”, di esplicitare una raccomandazione al Governo che così dichiarava: “disciplinare, a livello di normativa primaria, un’applicazione di contact tracing volta a prevenire la diffusione del contagio, nel rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e anonimizzazione dei dati, con un intervento a livello nazionale che eviti autonome iniziative a carattere territoriale. In tale ottica, devono essere garantiti la gestione esclusivamente pubblica del sistema integrato di contact tracing, il carattere volontario dell’adesione allo stesso, la custodia dei dati esclusivamente sul device, la loro tempestiva cancellazione, nonché un’efficacia limitata al tempo strettamente necessario per il superamento dell’emergenza.”

Abbiamo anche chiesto una velocizzazione dei tempi di individuazione e sviluppo dell’applicazione, in grado di garantire sicurezza e riservatezza anche attraverso il committment molto forte del presidente del Consiglio e con il coinvolgimento delle istituzioni locali. Commitment necessario considerato che il successo di questo strumento nella strategia della fase 2, è legato al carattere volontario del download dell’applicazione e deve riguardare almeno il 60% della popolazione del Paese.

Il parlamento escluso dalla concertazione sull’app

Per questo sono rimasta molto stupita quando la sera del 16 aprile, nel corso della consueta conferenza stampa, il commissario Arcuri ha annunciato l’acquisto di una app (e questo va bene, è nei suoi poteri) indicando poi però anche modalità d’uso e di sperimentazione in una fase in cui il parlamento non è stato ancora coinvolto sulle modalità di utilizzo.

Certamente l’app scelta è quella giusta e segue le indicazioni tecniche della task force del ministero dell’Innovazione: è coerente con il modello europeo delineato dal Consorzio PEPP-PT; il software è opensource; la tecnologia di tracciamento è il Bluetooth -ovvero attraverso il Bluetooth è possibile rilevare la vicinanza tra due smartphone massimo entro un metro e ripercorrere a ritroso tutti gli incontri di una persona risultata positiva al Covid-19, così da poter rintracciare e isolare i potenziali contagiati-; è un diario clinico contenente tutte le informazioni più rilevanti del singolo utente (sesso, età, malattie pregresse, assunzione di farmaci) aggiornato tutti i giorni con eventuali sintomi e cambiamenti sullo stato di salute.

Non è, dunque, in discussione il merito della scelta e la necessità di questa applicazione, ma il fatto che questo annuncio così come avvenuto può generare diffidenze e preoccupazione dal momento che non appare una assunzione di responsabilità degli attori istituzionali preposti. Ciò vale per la funzione richiesta al presidente del Consiglio o anche ai Ministri, ma richiama ancor più  l’attenzione necessaria alla responsabilità che deve esercitare prima di tutto il parlamento. Il rischio è che si possa  pregiudicare una decisione importante per la attivazione di uno strumento  utile e necessario.

Non è banale osservare che prioritaria è l’approvazione di una specifica norma legislativa autorizzativa, senza la quale possono essere generati solo contenziosi e disservizi destinati a limitare l’efficacia della stessa applicazione.

App coronavirus, 10 domande urgenti al Governo italiano

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