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Open/Big Data, la ricetta di Milano per la “trasformazione culturale” della PA

La vera rivoluzione culturale consiste nell’invertire il processo di raccolta dei dati, elaborazione dell’informazione e diffusione, individuando le decisioni da prendere sulla base dei bisogni della cittadinanza: le risposte ai bisogni arrivano se vengono poste le giuste domande, ma servono persone preparate a farlo

Pubblicato il 07 Set 2017

Lorenzo Lipparini

Assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data, Comune di Milano

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Amministrazione e territorio. Policy e bisogni dei cittadini. Una buona amministrazione oggi deve avere la capacità (e la lucidità) di prendere decisioni sulla base di ciò che realmente avviene sul proprio tessuto urbano. Parlare di Data Decision Driven significa parlare dell’effetto virtuoso innescato da quel processo che trasforma i dati grezzi, patrimonio dell’amministrazione e dei cittadini, in informazioni e quindi in conoscenza sulla base della quale prendere le decisioni. Un processo “Data Decision Driven” implica ancor prima un’analisi ed un ascolto dei bisogni di chi vive la città, rilevando la qualità dei servizi resi. Big data e Open Data poi forniranno la bussola per nuove policy e per nuovi interventi.

Non solo Open Data ossia dati prodotti dalla PA nell’ambito dei propri processi e restituiti ai cittadini, alle imprese e alle startup oltre che al mondo non profit. Parliamo anche di Big Data ossia di quei dati e di quelle informazioni che provengono dalla rete dell’internet delle cose (IoT) ma anche dalle segnalazioni dei cittadini.

Anche per la PA e per un Comune come quello di Milano l’analisi dei dati rappresenta la base per orientare lo sviluppo di servizi migliori e per facilitare la vita quotidiana degli individui, delle organizzazioni e delle imprese. Non un trend da seguire, ma parte di un percorso di trasformazione a cui l’Assessorato alla Partecipazione, Cittadinanza attiva e open data contribuisce creando le condizioni per una sempre più ampia diffusione della cultura del dato e per una più attenta rilevazione (ascolto) della qualità dei servizi.

Sappiamo da ricerche di settore (non ultimi i dati i dati distribuiti dalla Commissione Europea) che le Aziende fondano i propri processi decisionali sulla conoscenza generata dai dati con un incremento della propria produttività del 6-7%. Questo vale anche per l’Amministrazione. Infatti il risvolto pratico di un processo decisorio data driven sono non solo nuove policy ma anche una gestione della spesa pubblica ottimizzata (efficienza in prima battuta, risparmi in seconda).

Due gli ingredienti utili per favorire un simile approccio: il primo di cui abbiamo già accennato sopra relativo alla capacità di analizzare e gestire i dati (supporto tecnologico ma anche nuove competenze e nuove figure preposte) e un secondo che sta nella costruzione di una relazione di fiducia basata ed agevolata dai processi di trasparenza.

Favorire un rapporto di condivisione, di accesso agile alle informazioni tra cittadini e PA significa avere cittadini più propensi alla collaborazione e al dialogo. Ovviamente la tecnologia ci viene in aiuto per avere reti sicure ed un trattamento dei dati a regola d’arte.

Sicuramente la collaborazione tra amministrazioni oltre ad essere utile nella condivisione delle buone pratiche risulta centrale per creare una standardizzazione dei dati.

Insomma le smart cities richiamano il concetto di smart governance. E dobbiamo fare attenzione nel non cadere nel luogo comune che interpreta e traduce l’aggettivo “smart” come qualcosa di tecnologico. La tecnologia sicuramente è uno strumento, ha funzione abilitante ma prima deve esserci una visione, una cultura. Trasformare la PA, trasformare un comune come Milano significa intervenire sulla cultura, sull’approccio ai dati, agli open data in particolare.

Va innescata la rivoluzione culturale che consente di passare dal processo tradizionale di raccolta dei dati, elaborazione dell’informazione e diffusione, al processo inverso, secondo cui si parte dai bisogni della cittadinanza, si individuano le decisioni da prendere, ci si focalizza sulle fonti più adatte a costruire l’ informazione.

La Pubblica Amministrazione è il soggetto che ha il privilegio di essere in contatto con i cittadini e quindi è tenuta a dare risposte coerenti alle domande, secondo logiche di “nowcasting”, ovvero capacità di raccontare il mondo quale è oggi (non già storytelling!). Una logica per processi all’interno della PA è quella che può consentire la produzione in qualità del dato, attraverso sistemi di business intelligence in grado di dare risposte real time e seguire il ciclo di vita del dato, da quando lo si raccoglie a quando lo si produce.

Le risposte ai bisogni arrivano se vengono poste le giuste domande, ma affinché ciò avvenga, c’è bisogno di gente preparata a far parlare i dati. E’ una questione di coinvolgimento, di collaborazione e di competenze da creare attraverso la formazione. Ed anche la formazione, a sua volta, può essere il frutto di un originale riutilizzo di dati aperti. A conferma del fatto che i dati acquistano ulteriormente valore se vengono efficacemente comunicati e condivisi.

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