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Il ministro del futuro: così Colao può aiutare l’Italia

Il digitale non è un settore, ma l’ecosistema in cui si deve muovere tutta la politica per la ripresa del Paese. Così il vero ruolo del neo ministro Colao sia indirizzo, di coordinamento, di impulso e di monitoraggio delle politiche per la transizione digitale. Ecco come lo immaginiamo attuabile

18 Feb 2021
Alessandro Longo
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

vittorio colao

Vittorio Colao, manager internazionale molto noto nell’ambiente delle telecomunicazioni, per oltre dieci anni alla guida di Vodafone, prima di essere nominato ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale dal Governo Draghi, era salito agli onori della cronaca per aver presieduto il Comitato di esperti che l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte istituì nell’aprile dello scorso anno.

Colao consegnò un corposo e denso rapporto, intitolato “Iniziative per il rilancio dell’Italia 2020-2022”, al Governo agli inizi di giugno.

Il Rapporto Colao e Next Generation EU-Pnrr

Il cosiddetto Rapporto Colao dichiarava già nella prima pagina il suo obiettivo: “l’obiettivo dell’insieme delle iniziative proposte dal Comitato è quello di accelerare lo sviluppo del Paese e di migliorare la sua sostenibilità economica, sociale e ambientale, in linea con l’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con gli obiettivi strategici definiti dall’Unione europea , ai quali saranno connessi anche i finanziamenti del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 e numerosi strumenti finanziari straordinari, tra i quali il fondo “Next Generation EU” recentemente proposto dalla Commissione europea”.

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Oggi che Next Generation EU è una realtà e che tra noi e la disponibilità delle risorse c’è solo la nostra capacità di redigere un Piano credibile e lungimirante, può essere di grande utilità rileggere quel rapporto, specie nelle materie che attengono alla delega di Vittorio Colao e metterlo a confronto con la bozza del PNRR (Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza, da ora Piano) approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 12 gennaio e che ora sarà sottoposta alla “cura Draghi”.

Il rapporto e il Piano si assomigliano molto nell’incipit: il Piano ha infatti mutuato dal Rapporto, ma anche dalle raccomandazioni europee, i tre assi principali che possono garantire la ripresa: “Digitalizzazione e innovazione”; “Transizione ecologica” che il Rapporto chiama “Rivoluzione Verde”; “Inclusione sociale” che il Rapporto chiama “Parità di genere e inclusione”.

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Le differenze: nel rapporto il digitale è trasversale

Se però passiamo poi alle missioni e alle azioni che le compongono, immediatamente viene alla luce una differenza sostanziale nel campo di cui voglio occuparmi con questo contributo, ossia la transizione digitale. Una differenza che sarà al centro di questa riflessione: nel Rapporto la digitalizzazione non è una missione né un settore specifico, ma è spalmata su tutte le sei missioni che sono solo in parte simili alle sei missioni del Piano.

Il rapporto infatti definisce queste aree di azione (le “missioni” secondo il Piano); Imprese e lavoro; Infrastrutture e ambiente; Turismo, arte e cultura; Pubblica Amministrazione; Istruzione, ricerca e competenze; Individui e famiglie.

Come sappiamo invece il Piano pone “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” come la prima delle sei missioni in cui è articolato.

Cosa ci racconta questa scelta? A mio parere un punto molto importante: che la transizione digitale non è un settore, non è una delle aree di intervento, ma che è l’ecosistema in cui si deve muovere tutta la politica per la ripresa del Paese.

Questa è la ragione per cui nel rapporto Colao si parla diffusamente di digitale in ciascuna delle sei aree e in moltissime delle oltre 100 azioni lì suggerite, ma non se ne fa una missione a parte.

Ministro Colao, serva al coordinamento trasversale del digitale

Mettere in evidenza questo aspetto è particolarmente importante ora che il Presidente del Consiglio Draghi ha confermato la scelta di avere un Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale. Non era  una scelta scontata: negli ultimi venti Governi solo altri tre hanno potuto contare su questa figura (i Governi Berlusconi II e II  con Lucio Stanca e il Governo Conte II con Paola Pisano). Il Ministro Colao è , come gli altri, un Ministro senza portafoglio, quindi il suo compito sarà soprattutto non di gestione attiva, ma di indirizzo, di coordinamento, di impulso e di monitoraggio delle politiche per la transizione digitale.

Politiche che dovranno essere agite da ciascun dicastero responsabile della gestione delle attività. Questa posizione non ne indebolisce assolutamente il ruolo, anzi lo accresce e, soprattutto, è l’unica possibile per un tema, come la digitalizzazione, che non può che essere trasversale. Una caratteristica questa che la stessa struttura del rapporto Colao ha dimostrato di essere stata perfettamente in linea con il nuovo Ministro.

Se il principio è chiaro e rispecchia anche la delega che aveva avuto la sua predecessora, il difficile è riuscire ad interpretare questo ruolo con la necessaria autorevolezza.

Non ci serve quindi un “tecnico” che curi il settore digitale dell’azione di Governo, ma un “orchestratore”, quindi necessariamente una figura con un’alta caratura politica, dotato ovviamente di un’elevata competenza tecnica, che sia in grado di coordinare il difficile passaggio della società italiana verso una matura società dell’informazione.

Un ministro per il futuro: come farlo

Più che un cosiddetto “Ministro per Internet”, come qualcuno ha voluto denominare questa posizione, abbiamo bisogno di quello che, due crisi di Governo fa, nel maggio 2018, noi di FORUM PA avevamo chiamato “Ministro del futuro”.

Un Ministro di visione quindi, ma anche capace di porsi come “primus inter pares” relativamente a tutte le iniziative dei suoi colleghi che investano il digitale.

Se questa è la funzione che auspichiamo e di cui, a mio parere, abbiamo bisogno, allora ne discendono alcune conseguenze organizzative non banali.

La prima è la necessità di un fortissimo commitment da parte del vertice del Governo (e delle eterogenee forze politiche che lo sostengono); sarà poi necessario istituire dei luoghi in cui avvengano il coordinamento e la concertazione delle politiche del digitale che il Ministro dovrà garantire.

Molti anni fa Lucio Stanca presiedeva su delega del Presidente del Consiglio un “Comitato Interministeriale per la Società dell’Informazione”, non so se questa sia la strada migliore, ma certamente sarà necessario che i Dicasteri che in qualche modo si occuperanno di digitale (e non me ne viene in mente neanche uno che non debba farlo) si parlino e si confrontino sotto una guida autorevole.

Ma anche il ruolo del Dipartimento per la Trasformazione digitale, istituito a fine 2019, deve quindi focalizzarsi sul compito che il DPCM 19/6/2019 che lo istituisce gli assegna: “la promozione ed il coordinamento delle azioni del Governo finalizzate alla definizione di una strategia unitaria in materia di trasformazione digitale e di modernizzazione del Paese attraverso le tecnologie digitali (il grassetto è mio). Si tratta quindi di una funzione di armonizzazione delle politiche, di elaborazione di visioni strategiche, di verifica della coerenza alla strategia nazionale delle attività di tutte le amministrazioni. Un ruolo quindi di grande autorevolezza e responsabilità.

Un ruolo, questo di coordinamento e armonizzazione, che inevitabilmente dovrà toccare anche le Regioni, per il loro ruolo diretto nella transizione digitale della Sanità, proprio in una fase in questo questo è tema cruciale per il Paese.

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Il fine ultimo: sviluppo sostenibile

Una grande opportunità, data dalla disponibilità di risorse finanziarie e dalla centralità che Next Generation EU assegna alla trasformazione digitale, ma anche una grande responsabilità attende quindi Vittorio Colao: trasformare quella che è stata una politica di settore in un organico progetto-Paese che coinvolga il sistema produttivo, la scuola, la sanità, i trasporti, la cultura, la sicurezza in un processo coordinato e coerente di sviluppo sostenibile.

Uno sviluppo che accresca le opportunità per ciascuno e riduca le disuguaglianze.

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