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Direttore responsabile Alessandro Longo

task force agid

Intelligenza artificiale per PA e cittadini, il futuro che ci aspetta in Italia

di Guido Vetere, Università Marconi di Milano, componente task force AI Agid

20 Set 2017

20 settembre 2017

Si può usare l’IA per migliorare la PA, passando da una burocrazia aumentata a una burocrazia virtuale in grado di supportare i processi decisionali con un’intelligenza propria? Forse si, ma bisogna metter mano a un’imponente lavoro di concettualizzazione. A come farlo, penserà tra le altre cose, la task force Agid

Oggi, le amministrazioni pubbliche guardano al digitale per lo più nell’ottica di quella che si potrebbe chiamare una burocrazia aumentata. Non nel senso di un aumento della burocrazia, beninteso, ma, come per la realtà aumentata, nel senso di un’amministrazione potenziata dalle tecnologie informatiche, e tuttavia conservata nelle proprie forme classiche. In una burocrazia aumentata i cittadini sono telematicamente identificati, richiedono certificati online, li ricevono nelle loro mailbox, accedono con relativa facilità alle informazioni che li riguardano. Senza dubbio un notevole progresso, ma ancora interno al paradigma di un’amministrazione fatta di persone organizzate e procedure basate sull’umano discernimento di informazioni e codici. La burocrazia aumentata non è dotata di alcuna intelligenza propria: il suo comportamento razionale (quando è razionale) emerge dal coordinamento del lavoro intellettuale umano, facilitato da adeguate tecnologie.

Ma oggi assistiamo anche a un nuovo episodio dell’eterno ritorno dell’Intelligenza Artificiale (IA). L’episodio attuale ha come principale protagonista una particolare disciplina chiamata machine learning (apprendimento automatico), e più precisamente alcune tecniche di deep learning (apprendimento profondo) che usano, con poca o nulla supervisione umana, grandi volumi di dati (big data). Queste tecniche sono capaci di abilitare innovazioni industriali come le automobili a guida automatica, creazioni ‘artistiche’ di immagini e musiche (non sempre pregevolissime, per la verità), o eclatanti vittorie a complicati giochi da tavolo. Al di là della risonanza di alcuni successi targati deep learning, è tutta la visione dell’IA a riprendere oggi quota, grazie soprattutto alla crescente disponibilità di hardware, software e dati. Tutto l’armamentario delle diverse tecniche e approcci dell’IA, sviluppato con alterne fortune a partire (almeno) dagli anni ‘60, alimenta oggi nuove aspettative ed è oggetto di massicci investimenti.

Una domanda allora sorge spontanea: possiamo usare l’IA per migliorare la Pubblica Amministrazione? È possibile ipotizzare che l’IA consenta il passaggio da una burocrazia aumentata a una burocrazia virtuale che, come una realtà virtuale, sia in grado di supportare i processi decisionali con un’intelligenza propria, burocrazia aumentataproducendo in silicio gli effetti della burocrazia classica?

A questo tema si dedica da qualche giorno la Task Force dell’AgID, composta da una comunità aperta e un comitato di coordinamento, che dovrà produrre in tempi brevi un documento di sintesi con suggerimenti e raccomandazioni per azioni, pratiche e politiche per mettere l’Italia al passo con i sistemi-paese con cui è chiamata a confrontarsi.

L’idea di una PA che si presenta all’interazione cittadino dotata di integrità logica, informativa e procedurale è già nel CAD, nel concetto di identità digitale, nella posta certificata, in Italia Login, in PagoPA, nell’Anagrafe Nazionale (ANPR) e tanti altri progetti. Il dovere dell’Amministrazione di rendere accessibili e interoperabili i dati del cittadino è già da tempo un luogo comune legislativo. L’IA fa oggi intravedere che l’integralità dell’Amministrazione Digitale (il discorso sul suo attuale grado di sviluppo non rientra tra gli scopi di questo contributo) può fornire la base di nuove e migliori forme di razionalità, fondate sull’interazione tra persone e automi. Molti processi amministrativi potranno essere espletati con un certo grado di automatismo, i dataset che si moltiplicano nella sfera pubblica potranno fondersi in una base di conoscenza, il supporto informativo offerto dai portali potrà evolvere nella capacità di ingaggiare il cittadino a livello linguistico e cognitivo.

Se questa visione sia realizzabile, e a quali condizioni, ce lo dirà la Task Force. Alcuni temi cruciali già si affacciano nella discussione della community. Tra essi, quello della trasparenza e della verificabilità del processo decisionale nel momento in cui questo integri in qualche modo decisioni prese da automi. Osserva Giovanni Pansini che venendo meno la possibilità per il cittadino di comprendere puntualmente le decisioni che li riguardano, ed eventualmente opporsi, gli atti amministrativi sarebbero, ipso facto, nulli. Questo confligge purtroppo con le caratteristiche dei sistemi di deep learning, le cui decisioni sono spiegabili tanto quanto si è in grado di spiegare perché qualcuno ha preso un caffè osservando i suoi neuroni.

Ma per fortuna, l’IA non è solo deep learning. C’è tutto un filone classico, che affonda le sue radici nell’antichità aristotelica, nel calcolemus leibniziano, nella logica novecentesca (da cui nasce l’informatica contemporanea) che è perfettamente in grado di spiegare ragionamenti e decisioni. L’intelligenza logica, tuttavia, nel suo algido rigore, deve operare in uno spazio simbolico definito, in cui si sappia dire cos’è quello che c’è. Per farla lavorare sulla scala di un’organizzazione estesa, ramificata e complessa come la PA, bisogna metter mano, volenti o nolenti, a un’imponente lavoro di concettualizzazione. Come fare questo lavoro in modo praticabile e trasparente è uno dei grandi temi che dovremo affrontare.

  • Nicola Guarino

    Non credo sia bene usare troppo il termine ‘burocrazia’ nel contesto dell’iniziativa AGID sull’intelligenza artificiale per la PA. Sia che si tratti di burocrazia ‘aumentata’ o di burocrazia ‘virtuale’, se il termine si prende alla lettera il concetto trasmesso mi sembra discutibile, e comunque non particolarmente interessante per i nostri scopi. Molto meglio parlare di pubblica amministrazione, che è certamente quello che Guido aveva in mente. Pubblica amministrazione può essere considerato sinonimo di burocrazia, ma è un concetto molto diverso. Tanto per cominciare, se la politica (che comprende l’amministrazione della cosa pubblica) è per natura inerente all’uomo (come ci insegna Aristotele), non credo che la pubblica amministrazione possa essere virtualizzata. Certamente la tecnologia può migliorarla, nel senso di contribuire a curare meglio il pubblico interesse. Questa è quindi la chiave, secondo me: come l’IA può aiutare la PA a curare meglio il pubblico interesse?

    La PA cura il pubblico interesse tramite (soprattutto) l’erogazione di servizi pubblici. L’IA può certamente contribuire a migliorare tali servizi da diversi punti di vista, sia per quanto riguarda il contenuto e le modalità di erogazione, sia per quanto riguarda le possibilità di accesso. Questi sono gli aspetti dove ci sono più esperienze e dove sembra si concentrino gli investimenti, che riguardano il cosiddetto front-office. Ma l’IA può dare un contributo forse ancora più grosso al miglioramento del back-office, semplificando le procedure grazie all’interoperabilità dei processi, rendendo tali processi più gestibili e trasparenti, e quindi suscettibili di miglioramento facendo leva innanzitutto sulle competenze del personale della PA, che vanno valorizzate, ma anche sul contributo diretto dei cittadini.

    Mi piace qui ricordare una delle raccomandazioni della strategia di implementazione dell’ European Interoperability Framework:

    “Put in place mechanisms to involve users in analysis, design, assessment and further development of European public services”.

    Per questo non bastano gli open data. Servono open processes e open services. E per questi ultimi è certamente necessario il lavoro di concettualizzazione di cui parla Guido Vetere, una ontologia della PA che descriva organizzazioni, processi e servizi, tenendo conto del fatto che, come osserva Giovanni Pansini, si tratta di una realtà profondamente normata.

    • Guido Vetere

      Grazie del commento, Nicola.
      Sulla terminologia sono d’accordo, userei il vocabolo ‘burocrazia’ solo in contesti colloquiali o divulgativi (come questo).
      Sulla virtualizzazione mi trovo ad essere invece un po’ più ‘forte’. Sono d’accordo (ed è un dato di fatto) che dove vi sia da esercitare discrezionalità, e dunque assumere responsabilità, sia necessaria la presenza umana. Ma siamo sicuri che tutte le interazioni tra cittadini e amministrazioni richiedano a queste ultime l’esercizio del ‘libero arbitrio’ (qualsiasi cosa esso sia)? E non potrebbe una adeguata formalizzazione, supportata da adeguata infrastruttura, ridurre comunque i margini di arbitrarietà, così da abilitare decisioni automatiche?
      Sono problemi aperti…
      Guido

      • elena

        Mi permetto di rispondere “no”. Se una decisione amministrativa non richiede discrezionalità ma è vincolata, le ultime normative e indicazioni sono per levare in toto qualunque autorizzazione e liberalizzare, così che non serva proprio un atto della ‘burocrazia’ (nè una richiesta formale del cittadino) quando la risposta è automatica. Negli altri casi la presenza umana è indispensabile. Quindi, da come la vedo io l’AI può aiutare al massimo come chatbot nell’orientare il cittadino a trovare l’info che gli serve, ma anche lì visto il ginepraio di norme che c’è penso che non potrà mai sostituire l’esperienza del’impiegato esperto (mentre può certamente sostituire quella del call center, se questo conosce una sola procedura e per tutto il resto ti rimbalza)

        • Nicola Guarino

          Sulla questione se automatizzare o meno le decisioni, credo sia rilevante riportare l’indicazione del recentissimo documento “Artificial Intelligence for Citizens and Government” (segnalato nella sezione “Materiali”), che raccomanda esplicitamente:

          “Until machine learning techniques improve, AI should only be used for analysis and process improvement, not decision support, and human oversight should remain prevalent”.

          Io sono completamente d’accordo, e ritengo che una raccomandazione del genere continuerebbe a valere anche in presenza di tecniche di learning più sofisticate. Solo se la tecnologia fosse completamente “accountable”, nel senso di rendere conto dei propri meccanismi decisionali e delle proprie assunzioni rispetto al mondo, allora la delega di alcune decisioni potrebbe avere senso. Ma siamo ancora molto lontani da questa situazione, e l’enfasi sul deep learning e sui big data non aiuta.

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