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alfabetizzazione digitale

Italiani popolo di analfabeti funzionali: serve un “maestro Manzi 4.0” e tanto coding

Quasi tutti gli italiani hanno lo smartphone e passano in media circa due ore al giorno sui social. Ma nonostante ciò, il paese non riesce a cogliere i vantaggi economici e sociali del digitale. Perché quasi un italiano su tre è analfabeta funzionale. Ecco perché serve una nuova alfabetizzazione, questa volta digitale

05 Lug 2019

Carlo Gerosa

Ict manager, Cto


Quasi un italiano su tre è un analfabeta funzionale e questa è una situazione che il Paese non può più permettersi. Ma come fare a invertire la rotta, e perché è essenziale farlo? Innanzitutto perché nonostante l’altissima penetrazione di smartphone, siamo in fondo a tutte le classifiche relative allo sviluppo digitale e, di riflesso, il Paese perde competitività sullo scenario globale. Sul come le teorie sono molte e spesso discordanti, ma di certo sarebbe molto importante iniziare dalle scuole elementari ad avvicinare i giovanissimi alla programmazione, al pensiero computazionale e al problem solving.

Pensiamoci un attimo: quest’anno la generazione Z è sotto esame. Per la prima volta affrontano l’esame di maturità, prima vera milestone di un percorso sempre più lungo e accidentato verso la cosiddetta età adulta, i ragazzi 2000, nati nel nuovo millennio, i nativi digitali a tutti gli effetti.

Per loro l’epoca della nuova rivoluzione industriale digitale in cui siamo pienamente immersi, probabilmente non esiste, quanto meno nei termini di trasformazione – movimento e sconvolgimento – di pensiero, di modi di agire, di costumi, di modo di lavorare che caratterizza ogni passaggio di tale portata: è solo vita quotidiana.

Per assurdo, cioè per il motivo contrario, anche per molte parti del nostro paese – nonostante l’Italia si confermi (fonte: We Are Social, Hootsuite – Digital in 2018) il Paese dei telefoni cellulari, guadagnandosi il terzo posto per penetrazione di utenti unici di telefonia mobile rispetto alla popolazione (83%), subito dopo Corea del Sud e Hong Kong: quasi tutti gli abitanti del nostro Paese dispongono di un telefono cellulare (97%) e il 76% ha uno smartphone – e per ampi strati di nostri connazionali, soprattutto in termini di età, istruzione e reddito, ciò sembra essere vero. Semplicemente perché non accade.

E questo nonostante passiamo statisticamente, sempre dal report We Are Social, Hootsuite – Digital in 2018, oltre due ore al giorno in Internet, che gli utenti Internet sono circa 54,8 milioni su una popolazione italiana di 59.25 milioni di abitanti e che quindi, facendo un rapido calcolo, circa il 92.5% della popolazione è connessa. O nove persone su dieci. E, da ultimo, che In Italia il tempo trascorso su internet è più del doppio di quello trascorso guardando la televisione: in media, passiamo online 6 ore al giorno. E per quanto riguarda i social, il tempo trascorso è in media di quasi due ore (1 ora e 51 minuti).

Allora perché scriviamo che molto del nostro paese non sta prendendo parte alla rivoluzione (industriale) digitale? A tal proposito le statistiche sull’analfabetismo funzionale digitale sono impietose: quasi 1 italiano su 3 è un analfabeta funzionale (fonte: ONU, International Literacy Day 2017, “L’alfabetizzazione in un mondo digitale”).

“L’alfabetizzazione non consiste solo nel saper leggere, scrivere e fare di conto, ma è un contributo all’emancipazione di ogni essere umano e al suo completo sviluppo. Fornisce gli strumenti per acquisire la capacità critica nei confronti della società in cui viviamo, stimola l’iniziativa per sviluppare progetti che possano agire sul mondo e trasformarlo, e fornisce le capacità per vivere le relazioni umane. L’alfabetizzazione non è fine a se stessa, è un diritto fondamentale dell’uomo”. (Dichiarazione di Persepoli, adottata dall’UNESCO nel 1975).

La dichiarazione è il punto focale delle Giornate Internazionali dell’alfabetizzazione (International Literacy Day) che vengono celebrate ogni anno, l’8 settembre, dal 1966. Se la si prendesse alla lettera, l’alfabetizzazione non dovrebbe limitarsi alle capacità di leggere, scrivere e fare di conto, ma dovrebbe rappresentare un insieme più complesso di livelli di competenza. Per strutturare dei profili che rappresentino le capacità di portare a termine con successo le attività della vita quotidiana sono stati fissati 6 livelli:

  • il livello inferiore a 1 e il livello 1 (low skilled) indicano competenze modestissime,
  • il livello 3 è l’elemento minimo per un inserimento positivo nella società e nel lavoro,
  • i livelli 4 e 5 (high skilled) indicano una piena padronanza di competenze.

Il profilo dell’analfabeta funzionale

Da un’indagine Ocse-Piaac pubblicata nel 2016 risulta che in Italia il 28% delle persone tra i 16 e i 65 anni appartiene ai primi due livelli: sono i cosiddetti analfabeti funzionali, ovvero adulti che sanno leggere e scrivere, ma che non sono in grado di usare queste capacità nella vita quotidiana e che spesso non comprendono i linguaggi delle nuove tecnologie.

Gli analfabeti funzionali, per esempio, potrebbero non essere in grado di risalire a un’informazione di base contenuta in un sito web, come il numero di telefono nella sezione “Contattaci”.

Con il 28% di analfabeti funzionali, l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa, insieme alla Spagna, e al quartultimo nel mondo, rispetto ai 33 paesi analizzati. In Italia, l’analfabeta funzionale ha più di 55 anni anni, non è diplomato ed è disoccupato, oppure è molto giovane non studia né lavora, può avere genitori con un titolo di studio di secondaria inferiore, e può aver passato l’adolescenza in una famiglia con meno di 25 libri.

Il profilo dei low skilled aumenta con l’aumentare dell’età, mentre quello degli high skilled è molto poco rappresentato in tutte le fasce di popolazione. Come si legge nel Rapporto nazionale sulle competenze degli adulti: “a parte i possibili effetti dell’invecchiamento, il legame tra competenze ed età è sicuramente influenzato da diversi fattori quali la carriera scolastica, la transizione scuola-lavoro, la carriera lavorativa oltreché lo stile di vita e le attività quotidiane” (fonte: https://www.isfol.it/piaac/Rapporto_Nazionale_Piaac_2014.pdf).

Un divario non più sostenibile

Il nostro paese vive quindi una profonda lacerazione, un vero e proprio ‘digital divide’, divario digitale, che ora non è più soltanto infrastrutturale. Non ce lo possiamo permettere. Non è più sostenibile. In termini culturali, di lungo periodo, e in termini socio-economici, di breve e medio periodo.

Il digital divide ha diverse forme ma tutte hanno il volto dell’esclusione dai benefici del progresso tecnologico e dell’innovazione. Esclusione che diventa sempre maggiore man mano che il digitale assume un’importanza crescente per la società.

E si instaura un circolo vizioso: chi è escluso, o si esclude, dal digitale, i cosiddetti “esclusi digitali” – secondo studi, come Istat – è spesso di un ceto sociale già svantaggiato e quindi “guadagna” crescente povertà ed esclusione. E il divario digitale, sociale ed economico con gli “inclusi digitali”, quelli che sono in grado di sfruttare i vantaggi della Società dell’Informazione, aumenta sempre di più in un vortice senza fine.

Che fare? In Italia serve un ‘piano Marshall autarchico’ per una nuova alfabetizzazione, questa volta digitale, sulla scorta di quella portata avanti negli anni ’60 del secolo scorso, ai tempi del boom economico e della trasformazione della società italiana che usciva dal secondo dopoguerra e da società prevalentemente rurale e contadina si avviava ad essere una realtà più urbana e industriale.

E’ vero, non è più tempo di Stati etico-paternalistici – e non ne sarò certo io, per formazione e pensiero politico, il propugnatore – ma i costi che questa situazione fa gravare sul nostro paese in termini di competitività e di futuro sono troppo onerosi. Troppo. Non ce li possiamo permettere ora e, soprattutto, il gap che determinano con le economie degli altri paesi avanzati non potrà più essere colmato. Non basterà più un guizzo d’ingegno di un nostro capitano d’industria dotato di coraggio e di una buona intuizione commerciale o industriale. Una volta, forse. Ora non più. Ci si deve muovere su un mercato globale, complesso, magliato e tutto il paese deve avanzare e retrocedere ‘come un sol uomo’, pena la disgregazione dell’offerta e la perdita di mercati.

Serve un “maestro Manzi” 4.0

Per i più anziani si dovrebbe agire glocalmente cioè contemporaneamente sulle due direttrici globale e locale. A livello globale, nazionale, potrebbero essere ancora i media generalisti, televisione e radio in primis ma non solo, a svolgere un ruolo determinante in un estremo sussulto di servizio pubblico. Serviranno, di nuovo, tanti ‘maestri Manzi’, stavolta però 4.0.

A livello locale, del territorio, serviranno una schiera di digital evangelist che, a dispetto della possibilità di dematerializzazione e remotizzazione delle connessioni offerta dalla rete, battano il territorio associazione per associazione, centri anziani per centri anziani, società sportive, club, ritrovi di paese… per portare il verbo digitale in tutta la penisola in maniera diffusa, coordinata e capillare. Riuscendo a suscitare entusiasmo e coagulare interesse.

Ovviamente dietro ad un progetto del genere dovrà esserci una task-force adeguata di sociologi, pedagogisti, informatici, insegnanti, psicologi, esperti in logistica e persone competenti nella formazione e nella motivazione delle persone.

L’importanza del coding

Per gli altri, giovani e meno giovani, “sudore e sangue”, e calli alle mani, su tastiere e libri di programmazione: imparare a scrivere codice. No way.

Come aveva giustamente previsto, a mio avviso – e in linea con quanto avviene in tutti i paesi più avanzati, in Europa, USA e in Asia – il PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale all’interno del più ampio DDL 107 detto “La Buona Scuola”) che recitava la: “creazione di soluzioni innovative: individuare soluzioni metodologiche e tecnologiche sostenibili da diffondere all’interno degli ambienti della scuola (es. uso di particolari strumenti per la didattica di cui la scuola si è dotata; la pratica di una metodologia comune; informazione su innovazioni esistenti in altre scuole; un laboratorio di coding per tutti gli studenti), coerenti con l’analisi dei fabbisogni della scuola stessa, anche in sinergia con attività di assistenza tecnica condotta da altre figure.”

Sappiamo, purtroppo, che fine hanno fatto sia il decreto “Buona Scuola” che, con esso, il PNSD: nessun provvedimento e poche dichiarazioni (se non per evocare l’abolizione della Buona Scuola e quindi anche del PNSD…) e dopo le promesse elettorali è calato il silenzio sulle iniziative per la digitalizzazione della scuola.

Tutto ciò senza voler ridurre l’insegnamento scolastico dell’informatica al solo coding ma, sia ben chiaro, senza volersi bloccare alle solite, sterili, discussioni italiche in punta di principi, che non conducono mai a nulla se non al pavoneggiarsi di chi vi partecipa: “…parlare di insegnamento del coding (cioè della “programmazione informatica”) invece che di insegnamento dell’informatica. È un errore analogo a quello di chi confonde le tabelline con l’insegnamento della Matematica.” (cit.)

Per concludere, almeno temporaneamente, la nostra riflessione: non è che i treni della storia (digitale) non passino dalle nostre stazioni, anzi, ma noi dobbiamo, abbiamo il dovere, di fare cose. La politica delle cose: fai quel che devi, accada quel che può.

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