Si parla di transizione digitale nella PA ormai da decenni, ma una transizione dovrebbe avere un inizio ed una fine. Quest’ultima ancora non si vede all’orizzonte. Perché, nonostante gli sforzi e le risorse impiegate, l’Italia è ancora a metà del guado? Le responsabilità sono diffuse, e forse è bene riflettere un attimo su questo bicchiere mezzo vuoto, senza reticenze.
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Transizione digitale, un percorso lungo 40 anni
Se pensiamo che i primi PC sono arrivati sulle scrivanie della Pubblica Amministrazione circa quarant’anni fa, e che da quasi trenta si parla operativamente di Internet e di tutto ciò che ha portato, appare quantomeno incongruo che ancora oggi l’Italia sia in mezzo al guado.
Nel mezzo cioè di una non ben specificata “Transizione Digitale”, per la quale ogni Amministrazione ha dovuto individuare un Responsabile (RTD) previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale fin dal 2005 ma la cui nomina ha necessitato di un richiamo ministeriale nel 2018 per giungere a compimento.
Visto che ricopro questa posizione di RTD, a dire il vero non proprio ambitissima, ormai da qualche anno, credo di avere qualcosa da raccontare in merito, in particolare sui problemi e sugli atteggiamenti diffusi che hanno impedito o rallentato questa lunghissima transizione. Ce n’è per tutti: per le Amministrazioni Centrali ma anche per noi funzionari di periferia.
Ho riunito in temi principali queste considerazioni, avvertendo che il mio è senz’altro un punto di vista parziale, avendo sempre operato alla “periferia dell’Impero”.
Transizione digitale nella PA e cultura informatica
“Mio figlio andrà al Classico”
“Uh, che bello, il mio non ha tanto voglia di studiare, sai… farà il Tecnico”.
Un tantino esagerato, ma il concetto è chiaro: la cultura umanistico-giuridica in Italia la fa da sempre da padrone. I diplomi (e le lauree, diciamolo) di tipo tecnico sono sempre considerati di serie B, basti pensare che fino a dieci anni fa al Liceo Scientifico (Scientifico!) erano previste cinque ore di latino e quattro di matematica (e zero di informatica, ça va sans dire).
Ovviamente i risultati si vedono: sul lavoro qualsiasi tema che riguardi l’informatica è “roba da ingegneri” e i PC sono usati come videogame: premi un tasto, succede qualcosa, senza capire minimamente quello che accade “dietro”.
Da molti anni sostengo che ci vorrebbero corsi intensivi di “consapevolezza informatica”, ma purtroppo vanno per la maggiore solamente la formazione sull’anticorruzione e sulla ex-626. Il resto non conta. E naturalmente l’intelligenza artificiale non potrà che peggiorare questa situazione, perché l’inconsapevolezza aumenterà.
La PA digitale vista dalla periferia
Avendo sempre lavorato “uptown”, cioè alla periferia dell’Amministrazione (ovvero: Comune, Azienda Ospedaliera) mi sono reso conto che molto spesso la visione del contesto nel quale si sviluppano i progetti di innovazione è molto appannata.
Nel senso che le procedure da digitalizzare ed ottimizzare vengono in buona parte immaginate, spesso da persone che non hanno mai messo piede in un’Azienda Ospedaliera o in un Comune.
Ricordo un episodio di molti anni fa, durante la presentazione finale agli Enti di un progetto di e-government (People era il suo nome): al termine della discussione del servizio di cambio residenza una mia collega di allora, responsabile di Anagrafe e Stato Civile, si alzò e disse: “Guardate che il processo non funziona così. La legge prevede che…”. In sintesi: il voluminoso documento di strutturazione del sistema sarebbe stato da riscrivere. Non ricordo come andò a finire, di certo quella versione non fu implementata.
Standard e perfezionismo frenano la transizione digitale
Nelle Amministrazioni capita spesso che vengano ideate delle soluzioni IT, talvolta brillanti, per risolvere problemi pratici dei cittadini e dei colleghi. In alcuni casi queste idee innovative vengono bloccate perché “sta arrivando il servizio regionale/nazionale che rispetta tutti gli standard e sarà a norma”. Peccato che tra il dire ed il fare trascorrano anni, se non lustri. Nel frattempo i cittadini continuano a chiedere il servizio che non c’è.
Costi e sovra-ingegnerizzazione dei software per la PA
Non sono inoltre da trascurare i numerosissimi standard tecnici nazionali e regionali, talvolta molto complessi, che sono stati introdotti per la realizzazione dei software applicativi, causando un inevitabile aumento del costo per gli Enti ed una notevole limitazione nella concorrenza: è infatti insostenibile per molte software house lo sviluppo di versioni personalizzate di un certo applicativo solo per una determinata Regione.
Buona parte dei software realizzati nel rispetto di queste norme risentono inoltre di una spiccata sovra-ingegnerizzazione che non giova né alle prestazioni né all’affidabilità. E infine: ritardare un rilascio di alcuni anni significa affidarsi a progetti anziani o vecchi, che si basano su tecnologie non necessariamente best-of-breed e che saranno più difficili da gestire.
Il “Not Invented Here” nella digitalizzazione della PA
Questa malattia coinvolge tutte le funzioni di tutti gli Enti, ma è particolarmente virulenta fra gli informatici. L’innamorarsi perdutamente delle proprie creazioni tecniche, al punto di non prendere nemmeno in considerazione l’idea che in qualche altro luogo si possano aver avute idee migliori, o semplicemente più recenti. E’ una forma particolare di resistenza al cambiamento, basata non su pregiudizi ma sull’attaccamento alle proprie realizzazioni, magari tribolate. E in questo atteggiamento devo dire che gli Enti periferici, soprattutto i più piccoli, sono campioni mondiali.
Il vibe coding e le soluzioni fatte in casa
Infine, la diffusione del vibe coding, lo sviluppo software assistito – e qualcosa di più – dall’intelligenza artificiale, porterà alla creazione di numerosissime soluzioni puntuali “fatte in casa”, che saranno ancora più difficili da estirpare.
Scadenze e mercato IT nella transizione digitale
Non so se ci avete fatto caso, ma sui social network, in prossimità di una scadenza che riguarda adeguamenti organizzativi o di sistema legati all’IT, è tutto un florilegio di annunci del tipo:
Gli annunci che trasformano gli obblighi in allarmi
- Il 30 giugno è il termine per… e tu sei pronto?
- Iscriviti al seminario su “La legge XY. Tutte le sanzioni per chi non si adegua”
- Videoconferenza: “Il regolamento europeo XXX. Tutti gli adempimenti per evitare sorprese”
Manca solo l’immagine di Uncle Sam con il leggendario indice puntato, poi il campionario delle notizie terroristiche è completo. Naturalmente dietro a questi annunci emozionali c’è sempre un’impresa che offre una soluzione pronta da acquistare: in sostanza le scadenze di legge costituiscono un po’ una fiera del mercato IT. E’ ovvio, inoltre, che il rispetto delle regole, oltretutto raggiunto sempre in corsa e all’ultimo momento, è in massima parte un mero rispetto documentale, mentre i concetti alla base del dettato di legge raramente vengono assimilati dagli Enti.
Troppe norme sulla rotta della PA digitale
Tanti anni fa, un collega (manco a dirlo, viareggino) mi disse: “Quando vai di bolina, non devi fare i bordi troppo corti, se no la barca non cammina!” (forse lui disse “camina”).
Mi scuso con i colleghi velisti per il possibile strafalcione, ma in sostanza quello che intendeva dirmi è che cambiare obiettivo e tipo di attività troppo spesso non aiuta a raggiungere la destinazione bene ed in fretta.
Venticinque anni di norme per l’IT pubblica
Questo avvertimento mi è tornato in mente ripensando alle tantissime norme che hanno riguardato l’IT pubblica negli ultimi venticinque anni. Alcune sono davvero esilaranti, come quelle che ho riportato qui:
Ne cito qualcuna a memoria, ne mancheranno di sicuro molte. Indico l’anno di riferimento e la provenienza “europea” dell’obbligo:
- 2000 Testo Unico documentazione amministrativa (D.Lgs. 445/2000)
- 2005 Codice Amministrazione Digitale (fra l’altro: norme accessibilità siti PA e nascita figura RTD)
- 2006 Piano di sicurezza informatica (quello con il CD firmato a pennarello, vedi l’articolo citato)
- 2008 Provvedimento Garante su Amministratori di Sistema
- 2016 (EU) GDPR e regolamento cookies
- 2021 (EU) PNRR (impattante in quanto “denso” di progetti in ambito IT)
- 2025 (EU) Direttiva NIS2
- 2026 (EU) AI act
- 2026 Censimento ICT di AGID
E poi bisognerebbe anche lavorare, viene da dire. Naturalmente tutti questi obiettivi sono stati da portare a casa “senza maggiori oneri per le finanze pubbliche”, ovvero senza un Euro e senza un collaboratore in più.
Per cui mi permetto di dire che i tanto bistrattati RTD hanno compiuto veri e propri miracoli equilibristici per non far saltare il banco.
CED e funzionari informatici nella transizione digitale
Ho già scritto in un articolo di un paio di anni fa
della sostanziale perdita di importanza del settore informatico in tutte le Amministrazioni.
Esternalizzazioni e perdita di competenze negli enti
Questo è anche dovuto alle esternalizzazioni selvagge degli anni 2000, con le quali si voleva risolvere un problema e lo si è invece soltanto messo sotto il tappeto.
Mi pare oggettivamente difficile pensare che si possa concludere la quarantennale “Transizione Digitale” senza “Funzionari Informatici” negli Enti, che soprattutto in periferia rappresentano una specie in via di estinzione.
Continuo quindi a guardare con “gran dispitto” tutti coloro che perseverano nell’applaudire incondizionatamente una digitalizzazione che – per ora – è ben lungi dall’essere completata.




























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