il commento

M5S, il futuro dopo Rousseau: la democrazia digitale va maneggiata con cura

Sappiamo che il M5S deve abbandonare Rousseau, legata a Casaleggio e lavora a una nuova piattaforma. Può essere un’opportunità per mettersi alla spalle una stagione e virare verso una nuova. Consapevoli che la tecnologia controllata da pochi può minare la società. Il modello Open Rousseau

Pubblicato il 19 Apr 2021

Angelo Alù

PhD, Consigliere Internet Society Italia, saggista e divulgatore digitale

democrazia internet

Il recente “impasse” interno al Movimento 5 Stelle sul futuro utilizzo – seriamente compromesso – della piattaforma Rousseau – sta mettendo al centro del dibattito pubblico le prospettive della democrazia partecipativa legate alla gestione di piattaforme telematiche create con l’intento di valorizzare l’impegno dei cittadini dal basso.

Sappiamo – da un lancio AdnKronos – che il M5S deve abbandonare Rousseau, legata a Casaleggio e lavora a una nuova piattaforma.

Siamo a un bivio. È un’opportunità in grado di rivitalizzare l’attuale circuito democratico, superando il deficit di legittimazione istituzionale esistente, o un rischio che, celandosi sotto il falso mito del “uno vale uno” espresso secondo la logica del potere individuale del “click”, potrebbe compromettere ulteriormente la precaria stabilità dei sistemi politici a causa di derive autoritative e populistiche?

Open Rousseau

Della nuova piattaforma non si sa nulla, ma sappiamo quello che non ha funzionato con Rousseau – la sua poca apertura, trasparenza, il legame “privatistico” – e in controluce quello che vorremmo per il futuro. 

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Così, mentre continuano le tensioni tra l’associazione Rousseau, titolare dell’omonima piattaforma partecipativa e il Movimento 5 Stelle, in vista di una definizione (consensuale?) tra le posizioni divergenti formalizzate con implicazioni non soltanto gestionali e ideologiche ma anche economiche, un gruppo di hacker, guidati dall’attivista informatico Denis “Jaromil” Roio (che ha creato la comunità Dyne.org), con una email inoltrata a deputati e senatori del M5S, ha annunciato la creazione del software libero “Open Rousseau”.

Una piattaforma decentralizzata alternativa rispetto a quella attualmente utilizzata dal Movimento 5 Stelle, tecnologicamente ispirata al progetto civico realizzato con successo a Barcellona e sviluppata nel rispetto dei criteri definiti dall’Agenzia per l’Italia Digitale, nonché conforme alle normative vigenti in materia di privacy e sicurezza.

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OpenRousseau, presentata infatti dall’associazione Decidiamo.it come “l’evoluzione libera e aperta della piattaforma utilizzata dal Movimento 5 Stelle per prendere decisioni collettive”, garantisce – stando alla presentazione descritta sul sito di riferimento – l’“autonomia digitale” nell’uso indipendente del relativo sistema decisionale al fine di “facilitare l’interazione fra cittadini, politici e attivisti permettendo l’accesso a proposte e decisioni a distanza” mediante un software libero open source, il cui funzionamento non risulta riservato al controllo esclusivo di una singola organizzazione ma tende ad operare secondo parametri di trasparenza, riuso libero e sovranità tecnologica.

Pur riconoscendo, infatti, all’associazione Rousseau il merito di aver stimolato lo spirito collaborativo e partecipativo delle persone verso concrete forme di attivismo politico culminanti nel recente “exploit” dei pentastellati, i promotori dell’iniziativa sottolineano l’esistenza di criticità riscontrabili nello sviluppo di un software proprietario privato in mancanza di sovranità tecnologica nella gestione dei dati, tale da giustificare l’implementazione del progetto OpenRousseau come “strumento alla volontà di organizzazione, partecipazione e potere del popolo”.

I movimenti politici “digitali”, costituiti per colmare la crisi di legittimazione, sono veramente democratici grazie alla semplice disponibilità di una “piattaforma partecipativa” che fornisce agli iscritti una serie di servizi interattivi, sessioni di formazione e votazioni online su varie tematiche?

La sfida della democrazia digitale

Guardando ai recenti risultati elettorali ottenuti dalle organizzazioni che scelgono le tecnologie come prioritari strumenti di comunicazione politico-elettorale e di dialogo con i propri iscritti, sembra ormai una tendenza di successo degli ultimi anni: oltre al caso nostrano del M5S, al di là dei confini nazionali, si pensi, ad esempio, all’affermazione spagnola di Podemos come realtà in ascesa grazie soprattutto alla pianificazione di strategie digitali.

Con lo sviluppo pervasivo delle tecnologie, il tema della “sovranità politica digitale” costituisce senza dubbio una questione centrale strettamente connessa all’avvento di Internet destinata a realizzare una profonda metamorfosi delle tradizionali forme organizzative di aggregazione politica in grado di assicurare una maggiore partecipazione degli individui secondo modalità inclusive, aperte e decentralizzate conformi alla configurazione multi-stakeholder della Rete.

Se, da un lato, il logoro e ormai obsoleto modello di democrazia rappresentativa sembra destinato ad un’inarrestabile crisi che si manifesta in una progressivo calo di fiducia dei cittadini sempre meno interessati alle dinamiche dell’agire politico percepito come inconsistente “teatrino” privo di tangibile utilità pratica per le proprie vite, non vi è dubbio che la preminente affermazione dell’ambiente digitale rende necessario elaborare un nuovo ecosistema collaborativo funzionale a stimolare i contributi delle persone nel processo decisionale.

Tutto questo mediante l’uso generalizzato di piattaforme abilitanti non più soltanto riservate al controllo di ristrette cerchie autoreferenziali a presidio di “interessi particolari”, ma generalmente fruibili da tutta la collettività in condizioni effettive di accessibilità, inclusività e trasparenza.

Si tratta di una sfida tutt’altro che semplice a fronte di un attuale scenario evolutivo del cyberspazio esposto al rischio di censure, manipolazioni e strumenti di sorveglianza in grado di ridurre lo spazio del pluralismo informativo come presupposto indispensabile per rivitalizzare il circuito partecipativo del sistema democratico eroso da una progressiva “balcanizzazione” di Internet nell’ambito di un dilagante “lato oscuro” della Rete.

La possibilità di realizzare un cyberspazio libero, aperto e universalmente accessibile sembra attualmente utopica a causa delle insidie politiche ed economiche che ne condizionano negativamente lo sviluppo in controtendenza rispetto all’affermazione dei valori idealistici su cui si dovrebbe fondare il corretto funzionamento della Cyber-democrazia.

La tecnologia può danneggiare la democrazia

In tale scenario, quindi, l’uso delle tecnologie nei processi politici potrebbe indebolire la democrazia, piuttosto che rafforzarla, provocando una preoccupante concentrazione di potere in capo ad attori pubblici e privati in grado di realizzare pervasive forme di manipolazione digitale nei confronti delle persone.

Nella maggior parte delle votazioni online indette all’interno di piattaforme partecipative, ad esempio, “le schede elettroniche sono state spesso utilizzate più come mezzo di propaganda, per dimostrare la coesione dei membri del partito, piuttosto che come un’opportunità per un dibattito interno genuino e pluralista”, in quanto “le consultazioni online hanno spesso restituito i risultati della super maggioranza tanto attesi, con in alcuni casi più dell’80% degli elettori a favore dell’opzione vincente che era quasi invariabilmente l’opzione favorita dalla leadership del partito”, come rileva un articolo di approfondimento del “The Guardian”.

La tecnologia controllata da pochi può minare la società, generando rischi di pregiudizi, manipolazioni, sorveglianze e controlli da parte di attori privati ​​o statali, con gravi implicazioni democratiche e civiche, anche perché mediante la raccolta di enormi quantità di informazioni sulle preferenze degli utenti sarà sempre più facile ricostruire una profilazione talmente personalizzata da influenzare le scelte comportamentali degli individui asservite agli interessi di coloro che gestiscono tali sistemi mediante tecniche di marketing di massa rivolte ai cittadini come consumatori passivi dell’offerta politica veicolata online.

Ciò avrà inevitabili ripercussioni sulla tenuta delle istituzioni e sui processi democratici a causa di nuove e più sofisticate forme di propaganda e disinformazione, con il risultato di ridurre la libertà individuale e sopprimere le voci dissenzienti, poiché solo chi disporrà di ingenti risorse sarà in grado di sfruttare la tecnologia in modo più efficace per influenzare l’opinione pubblica in netto contrasto con gli ideali fondanti uno Stato democratico.

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