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pagamenti digitali

Apple card, altro che “not a bank”: come funziona e perché il vero business restano i dati

I dati personali sono la moneta di scambio dell’equilibrio che le banche sembrano aver trovato con Apple ma la portata delle possibili conseguenze di questo tipo di scambio informativo tra mondo bancario e mondo digitale deve far riflettere. Ecco perché

09 Ago 2019

Diego Padovan

Digital and Data Protection consultant, CIPP/E, Regulatory Strategist


Il 6 Agosto 2019 Apple ha annunciato che avrebbe reso disponibile la Apple Card per un gruppo di persone scelto, in maniera casuale tra coloro che ad inizio anno aderirono al programma “notify me[1]” sugli sviluppi della carta di credito dell’Azienda di Cupertino.

Accedendo alla pagina dedicata al nuovo servizio di Apple[2], appare subito la frase a tutta pagina: A new kind of credit card. Created by Apple, not a bank. (ndr., enfasi aggiunta), quasi una dichiarazione di guerra al sistema bancario, una netta presa di posizione.

Altro che “not a bank”

A ben vedere però sono diversi gli aspetti che affievoliscono la portata di quello slogan. Sebbene paia evidente l’intenzione di Apple di creare un nuovo oggetto, una carta di credito digitale, che sia capace di generare una forte discontinuità rispetto al mercato delle carte di credito tradizionali, da quest’ultimo non si allontana più di tanto.

Quel “not a bank” in prima pagina, aleggia come una presa di distanza da un mondo bancario che diventa subito il “passato”, da superare a tutti i costi per essere veri digitali, ma il sospetto che pesi più la componente marketing del messaggio rispetto alla sostanza dell’oggetto, si palesa ben presto.

Apple, infatti, è tutt’altro che sola in questo progetto. Sembra che voglia mettere il piede in nuovo mercato ed in parte ci riesce, calzando però, per così dire, un bel paio di scarpe griffate, quelle di Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo.

Allora l’affermazione not-a-bank si indebolisce, proprio nel momento in cui la stessa Goldman Sachs, un po’ per obbligo un po’ per dispetto, pubblica le cosiddette Terms and conditions della Apple Card sul proprio sito istituzionale[3], in cui si legge il loro messaggio di benvenuto:

Welcome to Apple Card! Your Apple Card Account is issued by Goldman Sachs Bank USA Salt Lake City Branch (“Bank”, “we”, “us”, or “our”) and this is a legal agreement between you and us (ndr., enfasi aggiunta).

Le conseguenze dell’accordo banche-digitale

Il sospetto che l’accordo vada oltre la semplice volontà di offrire un nuovo servizio emerge di conseguenza, leggendo il testo del documento.

In prima pagina campeggia il riassunto dell’agreement, che è in parte lo schema di gioco dei due colossi americani, ovvero l’Annual Percentage Rate (APR) for Purchases. L’effetto è molto meno gioviale di un welcome on board, si fa sul serio, i tassi di interesse dichiarati oscillano tra il 12,99% ed il 23,99% calcolato in base al proprio creditworthiness. Ma non è tutto qui, infatti è proprio il creditworthiness che deve preoccupare, ossia il meccanismo di accesso al credito ben noto negli Stati Uniti, in particolare la parte legata al concetto di solvibilità del singolo individuo.

Ciò che deve far riflettere non è l’accesso o meno al credito, ma la portata delle possibili conseguenze di questo tipo di scambio informativo tra mondo bancario e mondo digitale. Questa condivisione di informazioni, tra telecomunicazioni e mondo bancario in Italia è stata osteggiata, a torto o a ragione, poi ridotta ai minimi termini con il S.I.Mo.I.Tel., la banca dati interoperatore, vincolata a specifici casi a tutela dei diritti del consumatore e finalizzata alla prevenzione delle morosità intenzionali della clientela.

Dunque Apple non aggiunge solamente una nuova feature per gli affascinanti oggetti prodotti dal proprio core business (si può ad esempio scegliere di associare alla card il proprio iPhone), ma come spesso accade si prende qualcosa indietro, tra cui nuovi dati dei propri clienti.

All’utente viene fornita la possibilità di avere un proprio programma di earning daily cash, ovvero di ricevere una percentuale giornaliera di “denaro” direttamente sul proprio account Apple, dall’1 al 3%, del costo dei beni acquistati tramite la Apple card. Come sempre nel mondo Apple, il benefit si ha solo se l’utente rimane nel perimetro di Apple, ovvero non è riconosciuto sui beni e servizi venduti da terze parti, anche se resellers autorizzati. Il denaro ricevuto pare allora molto simile ad un programma fedeltà con scontistica crescente in base all’utilizzo, più che “vero denaro”, come invece riportato sul sito Apple.

L’alleanza tra mondo bancario e digitale è concreta, soprattutto se si considera che il daily cash è trasferito esclusivamente nel portafoglio prepaid di Apple, l’Apple Cash, a sua volta gestito da una seconda banca con Termini e condizioni separate.

I dati restano il vero tesoretto

Al di là degli invitanti slogan sul sito Apple, è notevole il passo verso un mercato dove sono le stesse banche ad aprire alla concorrenza. L’operazione di vendita wholesale del proprio servizio di credito da parte di Goldman Sachs è evidentemente ben remunerativa, a tratti chiara (vedasi le APR summenzionate), ma che in un contesto “nostrano” difficilmente sarebbe replicabile senza gli opportuni adattamenti al ribasso, si pensi ad esempio alla nota legge n. 108/96 e ai limiti in materia di usura attualmente vigenti.

In ogni caso, la Apple card ha diversi spunti innovativi e alcune banche si stanno muovendo di conseguenza anche nel vecchio continente (si pensi ad esempio in Italia a Fineco con la “Apple Pay”), dove l’oggetto Apple non è (ancora) distinto dalla carta di credito tradizionale ma la app Wallet dell’iPhone consente di registrare la carta di credito che agisce da abilitatrice alle funzioni di acquisto.

Non è guerra aperta: nel breve-medio periodo si prospetta all’orizzonte un’ unione di intenti.

La mela statunitense per ora sembra non voler impegnarsi nel verticalizzare il proprio servizio di credito, i dati degli utenti sono ancora la parte più remunerativa di ogni progetto sottostante il colosso digitale americani, infatti i dati personali sono la moneta di scambio dell’equilibrio che le banche sembrano aver trovato con Apple.

In conclusione, la partita giocata tra mondo digitale e bancario ha due vincitori, nuovi dati da sfruttare e ricavi per Apple e mantenimento del controllo dell’infrastruttura creditizia e delle proprie quote di mercato per Goldman Sachs, la quale, grazie all’accesso al mondo Apple store con il proprio servizio di carta di credito brandizzato Apple, ha trovato un nuovo flusso di ricavi preferenziale, laddove pochi o nessuno era finora riuscito ad entrare.

  1. https://www.apple.com/apple-card/notify-me-store/
  2. https://www.apple.com/apple-card/
  3. https://www.goldmansachs.com/terms-and-conditions/Apple-Card-Customer-Agreement.pdf

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