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criptovalute

Libra, ecco le (troppe) cose che non tornano

Libra promette cose meravigliose: pagare le bollette dallo smartphone, trasferire denaro, fare acquisti con un QRcode, portare la banca agli unbanked: tutte cose che nel mondo avanzato sono già realtà senza bisogno di crypto e blockchain. E allora di cosa stiamo parlando se non di un nuovo esempio della hubris di Facebook

09 Lug 2019

Alberto Berretti

Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ingegneria Informatica, Universita' di Tor Vergata


Col lancio di Libra, abbiamo avuto la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’arroganza, la “hubris”, di Facebook che, a quanto pare, si ritiene più importante e forte di uno Stato.

Se da un lato il lancio di Libra ha avuto l’effetto, insieme alla bull run di Bitcoin, di far riprendere quota al dibattito sulle crittovalute dopo un periodo un po’ sottotono, dall’altro continuiamo a non comprendere la questione di base: perché.

Di cosa stiamo parlando?

Secondo Facebook, si tratterebbe non tanto di uno strumento per fare investimenti, ma di un metodo di pagamento, istantaneo, user-friendly. Ma mentre scrivo questo, rifletto che ieri mi ha dato un colpo di telefono mio figlio che aveva bisogno di dieci euro per uscire con gli amici. Ho lanciato un’app sul mio telefono e glieli ho inviati sulla sua carta prepagata, trasferendoli dalla mia carta prepagata: mi sono autenticato con l’impronta digitale, ho scelto il suo conto dalla rubrica ed ho inviato il denaro.

Dopo qualche secondo (meno di dieci) era nella sua disponibilità: senza blockchain, senza crypto (qualunque cosa ciò voglia dire: ovviamente con molta crittografia, quella vera, per cifrare ed autenticare la transazione). Si è peraltro recato al più vicino bancomat e li ha prelevati in contante, senza commissione. Di cosa stiamo parlando?

Forse a qualcuno interessa togliere “gli intermediari” dalla transazione (perché io ho usato una carta prepagata, appoggiata ad un circuito di carte di credito famoso e ad una nota banca italiana piuttosto innovativa nei servizi). Ho “ingrassato le banche”, “i banchieri”. Può darsi, chi pensa in questi termini dei servizi bancari può gentilmente accomodarsi fuori e smettere di leggere questo post. E comunque, Facebook è peraltro un bell’intermediario.

Cos’è e cosa non è Libra

Libra non vuole essere uno strumento di investimento, o qualcosa che fluttua clamorosamente permettendo profitti spaventosi (“lambos!…“) o perdite grandiose. Mira ad essere una stablecoin, una crittovaluta agganciata ad un paniere di valute e titoli scelti come stabili e a basso rischio: praticamente un ETF, con la differenza che per trattare ETF devi sottostare a delle regole, che evidentemente stanno strette a Facebook. È chiaro inoltre che stablecoin non vuol dire che il suo cambio sarà sempre esattamente fissato rispetto a qualsiasi valuta, perché le valute fluttuano tra di loro. Chi vuole acquistare in Libra sarà comunque esposto al rischio di cambio.

Libra promette, per un pubblico di influencer adoranti, di fare cose meravigliose: pagare le bollette dallo smartphone, acquistare dei beni di tutti i giorni con la scansione di un QRcode, e così via: tutte cose che nel mondo avanzato (Europa o, meglio Estremo Oriente) sono già realtà senza bisogno di crypto (ma di crittografia vera si, tanta), blockchain, etc.: e peraltro non si capisce la decentralizzazione di una blockchain a cosa possa servire e a chi possa giovare (hint: non c’è, Libra non è decentralizzata!).

Ma Libra permetterà di pagare di meno tutte queste transazioni! Bene, io non ho pagato nulla quando ho inviato i 10 euro a mio figlio. Né lui quando ha prelevato al bancomat. Certo, se voglio transare più di 2500 euro nel mio caso devo pagare una piccola quota mensile (sottolineo piccola): ce la potrei fare, ma non è il mio scenario d’uso di una carta prepagata.

Il (falso) mito del banking the unbanked

Ma banking the unbanked! portiamo i servizi finanziari avanzati a chi non se li può permettere! Forse chi pensa a questa possibilità per Libra ignora servizi come M-Pesa di Vodafone (pesa vuol dire denaro in lingua Swahili), nato in Africa e poi diffuso anche in India. M-Pesa soddisfa tutte le norme cosiddette AML (Anti Money Laundering) e KYC (Know Your Customer) necessarie nei paesi in cui opera, ha dei costi di transazione molto modesti (dell’ordine di qualche centesimo) ed ha avuto un ruolo importante nel combattere la povertà in Kenya, paese dove il servizio è nato.

La questione degli unbanked è discussa approfonditamente in un post del blog Alphaville del Financial Times. I dati per quanto riguarda gli Stati Uniti parlano chiaro: il 34% degli unbanked sono tali perché non hanno niente da mettere in banca, seguito dal 12.6 % che hanno pregiudizi ideologici (“do not trust banks“) (i dati sugli unbanked negli USA si trovano in questo sito).

E per quanto riguarda i paesi del terzo mondo, con un token ancorato ad un paniere di valute stabili occidentali ed ad altri simili titoli, si rischia concretamente un fenomeno analogo alla dollarizzazione dell’economia (oltre, concretamente, al rischio di cambio se l’utente guadagna in valuta locale e se l’esercente è locale), con il risultato di impoverire ulteriormente tali paesi.

Cosa (e chi) manca nell’ecosistema Libra

Libra ha in realtà dietro anche altri stakeholders: Visa e Mastercard, Uber, PayPal, Spotify, etc.; costoro hanno dovuto metter giù 10 milioni di dollari per entrare. Spiccioli, per quelle aziende, ben spesi per avere informazioni su cosa Facebook sta facendo, ma mancano tutti gli altri giganti del mondo digitale (Google, Apple, Amazon…) e qualsiasi banca, come ha fatto notare Alphaville. Vi ricordate quando bisognava avere un decoder per la tv digitale per vedere le partite di una squadra ed un altro per vedere le partite di un’altra squadra? Bene, pensate ad un mondo dove su Amazon si acquista in bezoscoin, su Google in pagecoin, con un’iPad utilizzeremo solo jobscoin. Uno scenario decisamente ridicolo, oltre che implausibile.

Una hubris che dovrebbe fare paura

Se Facebook volesse peraltro introdurre un nuovo sistema di pagamento, potrebbe benissimo farlo senza introdurre una crittovaluta: lo fa già ad esempio WeChat in Cina. Facebook è poi questa azienda, tanto per fare solo qualche esempio. Possiamo solo immaginare cosa possa voler dire dare alla medesima azienda anche il controllo sulle nostre transazioni.

Nel caso di Libra, Facebook è stata – ahimè – molto chiara: sul sito di Libra c’è scritto esplicitamenteThe Libra Association is committed to compliance with global privacy regulation and to working with regulators and policymakers to shape a regulatory environment that promotes privacy and blockchain technology“.

Nota bene, non c’è scritto che Libra si adegua al regulatory environment, come dovrebbe essere, c’è scritto che vuole lavorare al crearne uno nuovo: una hubris (arroganza) che dovrebbe far paura (ed in effetti l’ha fatta: in Europa e negli USA).

Facebook pensa di essere più potente di uno Stato. C’è forse bisogno che qualcuno gli mostri come stanno le cose in realtà.

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