London Ethereum: cos’è e perché è importante l’ultimo aggiornamento di protocollo - Agenda Digitale

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London Ethereum: cos’è e perché è importante l’ultimo aggiornamento di protocollo

Ethereum progredisce tramite hard-fork, modifiche non retro-compatibili e talvolta contenziose al punto da dar luogo a criptovalute alternative come Ethereum Classic. Vediamo cosa c’è dentro London, l’ultimo aggiornamento del protocollo

21 Set 2021
Ferdinando Ametrano

insegna Bitcoin e Blockchain Technology all'Università Milano-Bicocca dal 2015 ed è fondatore di CheckSig, una soluzione di custodia per investitori istituzionali e clientela facoltosa

Dopo aver spiegato la rilevanza di Taproot, l’aggiornamento del protocollo Bitcoin dello scorso giugno, ci concentriamo ora su London, il recentissimo aggiornamento del protocollo Ethereum[1].
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L’aggiornamento London e la roadmap evolutiva di Ethereum

L’ultimo aggiornamento al protocollo Ethereum, denominato London, è stato attivato giovedì 5 agosto. Dalla sua nascita nel luglio 2015, Ethereum ha visto dodici aggiornamenti; nello stesso periodo Bitcoin solo due. Bitcoin privilegia la stabilità e progredisce tramite soft-fork, cioè modifiche sempre retro-compatibili, che non estromettono dalla rete i nodi che non si aggiornano; Ethereum, invece, progredisce tramite hard-fork, modifiche non retro-compatibili e talvolta contenziose al punto da dar luogo a criptovalute alternative come Ethereum Classic.

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Nell’evoluzione di Bitcoin non c’è una roadmap definita, ma un processo incrementale che, in assenza di un leader, deve essere approvato da tutti: sviluppatori, minatori, utenti, investitori, industria di servizi; un consenso storicamente difficilissimo da ottenere ma mirato a rendere l’infrastruttura tecnologica di base sempre più robusta, a garantire che il trasferimento di valore tramite la criptovaluta bitcoin sia sicuro e incensurabile, a evitare che l’equivalente digitale dell’oro possa “arrugginire”.

Verso la terra promessa di Ethereum 2.0

Viceversa, Ethereum ha un chiaro leader in Vitalik Buterin e perfino una ricchissima fondazione impegnata a sostenere lo sviluppo della piattaforma, anche con attività di marketing e pubbliche relazioni. Sono anni che lo zar Vitalik indica la terra promessa di Ethereum 2.0, appena gli errori di design dell’attuale Ethereum saranno sanati e sarà rispettato l’impegno a fornire una infrastruttura tecnologica di base straordinariamente versatile. Allora ether, la criptovaluta nativa della piattaforma Ethereum, vedrà realizzato il suo ruolo di carburante consumato per far funzionare applicazioni sofisticate e incensurabili.

La roadmap evolutiva era addirittura definita in maniera ineluttabile: ad esempio, l’adozione della vagheggiata Proof-of-Stake ecologicamente sostenibile, con cui rimpiazzare la energivora Proof-of-Work copiata da Bitcoin, era forzata nel codice originario tramite l’innesco di una bomba a tempo, la cui esplosione avrebbe dovuto rendere impossibile l’utilizzo di una piattaforma Ethereum che non progredisse. Ovviamente, questa bomba viene disinnescata e rimandata in avanti a ogni hard-fork, incluso London, certificando se non il fallimento del piano di sviluppo almeno il suo velleitarismo.

Token fungible e non fungible

In questi anni Ethereum si è dimostrata una piattaforma versatile, capace di ospitare oltre a ether anche altri nuovi crypto-asset, resi possibili dagli smart-contract. Si tratta di programmi software la cui esecuzione sulla piattaforma Ethereum è incensurabile, perché economicamente sostenuta dal consumo di ether a vantaggio di quei nodi della rete detti minatori. Infatti, se in Bitcoin i minatori validano transazioni che verificano condizioni programmatiche molto semplici, in Ethereum le condizioni programmatiche possono essere sofisticatissime, fino a far nascere i crypto-kitties, gattini software che rappresentano l’evoluzione dei vecchi Tamagotchi, gli animaletti hardware popolari alla fine degli anni 90. O dar luogo a token collocati sul mercato come fossero azioni o immaginificamente rappresentativi di opere d’arte. Nel primo caso si parla di fungible token, emessi tramite le cosiddette Initial Coin Offering (ICO): nella quasi totalità truffe che hanno tentato di aggirare la regolamentazione sull’emissione di securities. Nel secondo caso si tratta di non-fungible token (NFT), moda recente che ha visto il suo apice a marzo, quando l’artista americano Beeple ha venduto per oltre 69 milioni di dollari una delle sue opere in un’asta di Christie’s che è entrata nella storia. Un NFT è semplicemente un token che rimanda a una stringa alfanumerica che rimanda a sua volta all’opera d’arte; non garantisce alcun diritto particolare per il possessore del token rispetto all’opera d’arte vera e propria: non la proprietà, non l’usufrutto, non i diritti d’utilizzo, nemmeno l’esclusiva nella riproducibilità dell’opera. Se soffrite di horror vacui, state lontano dagli NFT: al confronto l’aria fritta è un concetto meglio definito.

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Decentralized Finance (DeFi): una storia di successo

Ma la grande storia di successo negli ultimi due anni su Ethereum è stata la Decentralized Finance (DeFi). Si tratta della replica tramite smart contract di prodotti e pratiche tipici dei mercati finanziari: riproposti in salsa decentralizzata, cioè senza regolatori, senza garanzie per gli investitori e rispolverando dalla storia tutte quelle pratiche ormai ritenute illegali sui mercati regolati. I volumi transazionali in ambito DeFi sono esplosi, senza arrestarsi per i molteplici scandali, furti e malfunzionamenti che hanno già vorticosamente distrutto gli investimenti di tanti a vantaggio dei soliti furbi. Si sono però arrestati di fronte al fatto che Ethereum arrancava, non riusciva a sostenere il crescente traffico dati e carico computazionale, le commissioni transazionali diventavano altissime, insomma la piattaforma tecnologica si rivelava un colabrodo che non scalava di fronte alle nuove esigenze.

Cosa c’è davvero in London Ethereum?

Qui, di nuovo, Vitalik e la fondazione hanno promesso che tutti i problemi sarebbero stati risolti. Certo, il passaggio a Proof-of-Stake non è ancora pronto, nonostante fosse stato promesso per novembre 2016: London ha dissinnescato la bomba a tempo fino a dicembre 2021. Anche lo sharding non è ancora pronto; si tratta della suddivisione della ipertrofica blockchain di Ethereum tra i diversi nodi della rete: un singolo nodo non può sostenerla, perché ormai cresciuta in sei anni a oltre 6 Terabyte di dati (per contro la blockchain di Bitcoin è circa 20 volte più leggera, nonostante abbia dodici anni di vita). Certo, non è nemmeno pronta la nuova Ethereum Virtual Machine, il motore che esegue gli smart contract: avrebbe dovuto consentire quella verifica formale del codice indispensabile per ridurre le vulnerabilità all’origine dei tantissimi scandali e frodi sulla piattaforma Ethereum. Ed allora cosa c’è davvero in London?

London fondamentalmente consiste nell’implementazione di EIP1559, una modifica della gestione delle commissioni transazionali che le rende più prevedibili e, sopratutto, più economiche. Si spera così di riprendere quella DeFi che nel frattempo, alla faccia della decentralizzazione, si è spostata e sta fiorendo sulla Binance Smart Chain, blockchain privata e centralizzata promossa dalla borsa di scambio Binance. Inoltre, EIP1559 prevede che parte delle commissioni transazionali vengano distrutte invece di essere riconosciute ai minatori: scelta pericolosa, perché rischia di esacerbare il problema del Miner Extractable Value (MEV). Si tratta della massimizzazione del profitto che i minatori possono ottenere sequenziando arbitrariamente le transazioni validate, in tutte quelle situazioni in cui l’ordine può dare un vantaggio economico secondo le regole dei diversi smart contract. La distruzione di parte delle commissioni transazionali riduce anche la base monetaria di ether, con l’intento di renderli più scarsi e quindi di farne aumentare il valore. Questo perché, tra le altre incongruenze di Ethereum, la politica monetaria di ether non è fissata a priori, ma può essere decisa di volta in volta dal Governatore di Banca Centrale Buterin e/o dal comintern dei suoi collaboratori.

Conclusioni

A questo punto, il lettore che ha avuto la pazienza di leggere fin qui si starà chiedendo: ma, allora, come è possibile che Ethereum sia così popolare e amato? Difficile a dirsi. Sembra, però, che il combinato disposto di marketing visionario e diffusa ignoranza tecnologica abbia buon gioco in un mercato per ora sempre guidato, nel bene e nel male, dal miraggio della ricchezza facile.

Ovviamente, le differenze tra Bitcoin e Ethereum hanno rilevanti implicazioni di metodo e di governance, anche per i regolatori che guardano all’ecosistema dei crypto-asset, spesso confusi dalla difficoltà di distinguere i fenomeni e valutarli adeguatamente. Ne parleremo.

Note

  1. Il commento conclusivo verterà sul rapporto tra queste diverse versioni di criptocrazia e i regolatori internazionali

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