La figura del Responsabile per la Transizione Digitale (RTD) – prevista dall’articolo 17 del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) – può essere considerata il perno strategico per modernizzare la Pubblica Amministrazione italiana. Tuttavia, la carenza di competenze STEM all’interno degli enti pubblici rischia di trasformare questo ruolo in un adempimento formale anziché in un vero motore di innovazione.
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Il gap di competenze STEM nella PA italiana
Per arrivare a parlare di RTD dobbiamo prima partire da un’analisi: la Pubblica Amministrazione non sa quante persone con formazione STEM (o davvero “STEM-capable”) abbia al proprio interno. E quando un’organizzazione non conosce la propria dotazione di competenze, di fatto non può governare il cambiamento, può solo inseguirlo.
Il dato è chiaro: nessuno lo sa, e la stima “sul campo” colloca la quota sotto il 3%, spesso addirittura più vicina al 2%.
Questa non è una curiosità statistica: è la ragione per cui tanta trasformazione digitale resta superficiale, appoggiata a consulenze esterne, a progetti che si chiudono quando finisce il finanziamento, a software nuovi che automatizzano processi vecchi senza cambiarne la logica. Se la PA italiana, dunque, conta all’incirca 3,2 milioni di dipendenti, le risorse con competenze STEM “davvero utilizzabili” per guidare l’innovazione sarebbero circa 16.000. È una scala che rende evidente il problema: non è “mancanza di tool”, è mancanza di massa critica interna.
Qui entra in gioco il tema centrale: l’RTD.
Chi è il Responsabile per la Transizione Digitale secondo il CAD
Il Responsabile per la Transizione Digitale non nasce come figura di contorno. L’art. 17 del CAD lo colloca dentro un impianto chiaro: la PA deve affidare a un ufficio dirigenziale la transizione alla modalità operativa digitale e i processi di riorganizzazione collegati; e il responsabile di quell’ufficio deve avere adeguate competenze tecnologiche, di informatica giuridica e manageriali, rispondendo direttamente all’organo di vertice politico (o, dove non c’è, al vertice amministrativo).
Il Responsabile per la Transizione Digitale (RTD) è quindi una figura di livello dirigenziale, o una figura apicale (posizione organizzativa) all’interno della dotazione organica.
La frase, “adeguate competenze tecnologiche“, è un punto dirimente: non è un vezzo, è un requisito di sostanza. Perché le funzioni assegnate all’RTD, sempre nello stesso articolo, non sono decorative: includono la pianificazione e il coordinamento di identità e domicilio digitale, protocolli, firme, accessibilità, interoperabilità; a regia degli acquisti ICT per allinearli agli obiettivi dell’agenda digitale e del Piano Triennale, la gestione dell’AI e della Cybersicurezza.
Tradotto: se l’RTD non ha (o non “compensa” anche con un ufficio strutturato) la capacità di leggere architetture, dati, integrazioni, contratti e roadmap tecnologiche, la transizione diventa molto difficile.
Dal PNRR al post-PNRR: il cambio di paradigma per l’RTD
Nel periodo PNRR molte amministrazioni hanno corso, comprensibilmente, dietro a milestone, piattaforme, adesioni, rendicontazioni. Il rischio collaterale, però, è stato questo: spostare il baricentro sul progetto e non sulla capacità permanente dell’ente di governare tecnologia e processi.
In questo contesto, l’RTD è stato spesso percepito come “figura di rappresentanza” in molti contesti, più che come funzione di governo. Non per cattiva volontà: semplicemente perché, quando mancano competenze STEM diffuse, la macchina amministrativa tende a proteggersi nel perimetro dell’adempimento e ad assegnare l’incarico nominalmente ad una PO o ruolo dirigenziale.
Nel post-PNRR la musica cambia: la domanda non è più “cosa compriamo e cosa attiviamo in risposta ad un piano PNRR esistente”, ma “cosa resta quando il progetto finisce e cosa facciamo dopo?”. E qui l’RTD o diventa il perno della sostenibilità e progettualità digitale, o resta un titolo in organigramma, con il rischio che nel POST-PNRR la trasformazione digitale si fermi.
Competenze digitali reali: dalla commissione Coppola alle soluzioni per i piccoli enti
Ora appare sempre più necessario e urgente che la figura RTD abbia reali competenze digitali, e la nomina non sia solo un puro adempimento burocratico. Questa esigenza così dirimente era già stata individuata nella relazione della commissione parlamentare Coppola che evidenziava la criticità della mancanza delle adeguate competenze digitali nelle nomine degli RTD nella PA.
Negli enti medio grandi avere un proprio RTD appare relativamente più semplice anche ricorrendo a bandi di selezione con adeguati requisiti di titoli e competenze (anche con incarichi art 110), per gli enti più piccoli diventa improponibile e quindi l’unico percorso ragionevole e economicamente e tecnicamente sostenibile è quello di esercitare la funzione in forma associata, come già previsto dal comma 1-septies dell’art. 17 CAD.
Il vademecum AgID: esercizio associato della funzione RTD
Esercitare la funzione in forma associata è esattamente il senso dello Strumento 6 del Piano Triennale 2024-2026: il Vademecum sulla nomina dell’RTD e sulla costituzione dell’Ufficio per la Transizione Digitale (UTD) in forma associata. La logica è molto concreta: per le PA non centrali, soprattutto quelle piccole, è possibile esercitare funzioni RTD/UTD in forma associata, tramite convenzioni o Unioni di Comuni, disciplinando anche il raccordo con i vertici delle singole amministrazioni.
Il vademecum non è solo un invito alla collaborazione: è il riconoscimento implicito che il digitale, se non lo sostieni con un presidio competente, non è sostenibile. E infatti nel Piano Triennale si richiama anche l’idea di reti tra RTD per stimolare confronto, valorizzare buone pratiche e condividere progettualità: un modo per costruire capacità dove oggi c’è poca massa critica.
Dati MUR: la pipeline universitaria STEM e il divario di genere
Fin qui sembrerebbe “solo” un problema interno alla PA. Ma l’articolo di All About Data di Alberto Danese che utilizza i dati del MUR aggiunge un livello più profondo: il tema STEM va letto lungo tutta la filiera, perché abbiamo quasi 25 anni di open data ufficiali del MUR sui laureati, con granularità sufficiente per ragionare seriamente su trend e composizione, e con un aggiornamento recente (novembre 2025).
Il punto non è fare propaganda STEM, ma fare una cosa che in Italia facciamo poco: tenere i dati al centro del ragionamento, senza selezionarli per confermare tesi preconfezionate. Sotto un grafico che mostra i laureati in:
- LM-18: Informatica
- LM-32: Ingegneria Informatica
- LM-40: Matematica
- LM-44: Ingegneria matematica e fisica
- LM-82: Scienze statistiche ed economiche
- LM-83: Scienze statistiche attuariali e finanziarie
Questa prospettiva è potentissima per l’RTD, perché sposta la domanda da “ci mancano profili STEM” a “come misuriamo, anno su anno, la capacità del Paese (e della PA) di generare e assorbire competenze tecniche?”. Se esistono dataset pubblici sui laureati (e infatti esistono, consultabili sul portale open data MUR), allora è possibile ancorare politiche di reclutamento, formazione e riqualificazione a indicatori verificabili, non a sensazioni. (dati-ustat.mur.gov.it)
E c’è un altro punto che l’articolo All About Data mette sul tavolo: la questione di genere, che non è un capitolo separato ma una variabile strutturale della disponibilità di competenze STEM. Se la pipeline STEM è sbilanciata, il bacino complessivo si restringe ulteriormente e la PA – che già compete con il privato con leve retributive meno aggressive – rischia di pescare sempre nello stesso stagno.
I numeri delle lauree STEM in Italia
Lo sbilanciamento maggiore è nelle lauree LM18 e LM32.
In LM40 e LM82 e LM83 è un sostanziale pareggio maschi-femmine, mentre in LM44 le donne sono solo il 30%.
Mindset STEM: governance digitale oltre la programmazione
Ritorniamo quindi al nodo operativo. Quando diciamo che servono STEM come RTD o a supporto dell’RTD, non stiamo dicendo che il Responsabile debba saper programmare. Stiamo dicendo che deve avere, oppure deve costruire nell’UTD, un mindset tecnico: saper porre le domande giuste, comprendere implicazioni di interoperabilità e dati, valutare architetture e fornitori, distinguere un requisito vero da un “fumo” commerciale, misurare impatti e qualità del servizio.
Lo riobadiamo con una chiarezza: anche includendo chi non ha laurea STEM ma ha sviluppato quel mindset, restiamo su numeri minuscoli; e questo spiega perché il rinnovamento digitale tende a restare dipendente dall’esterno.
Il paradosso è che la soluzione non è “STEM contro giuridico-amministrativo”: la PA ha bisogno di entrambi. Ma senza una quota minima di cultura tecnico-scientifica, l’equilibrio non si crea, perché manca uno degli ingredienti della torta.
Conclusioni: RTD come driver di capacità digitale interna
In sintesi, il post-PNRR chiede una PA capace di reggere nel tempo.
La transizione digitale è una funzione strutturale dello Stato, e come tale, deve essere governata da competenze adeguate alla complessità delle sfide tecnologiche in atto, e la qualificazione del Responsabile per la Transizione Digitale (RTD) o il mix di competenze dell’UTD delle pubbliche amministrazioni, è il requisito per una maggiore efficienza, sicurezza e qualità dei servizi digitali offerti.
In questo l’RTD è disegnato dal legislatore come figura di governo della transizione digitale; il vademecum AgID indica come renderla concreta anche tramite UTD associati; i dati universitari del MUR (e il modo “data-driven” di leggerli) ci ricordano che senza una pipeline misurata e politiche basate su evidenze continueremo a parlare di competenze senza costruirle davvero.
Il punto non è nominare un RTD: è metterlo nella condizione di essere, finalmente, un driver di capacità digitale interna.




















