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Direttore responsabile Alessandro Longo

Il commento

Software libero nella Pa, niente più scuse

di Italo Vignoli, The Document Foundation

20 Gen 2014

20 gennaio 2014

E’ forse il punto di fine per tante polemiche. E tante arrampicate sui vetri di chi voleva disattendere le norme. Le linee guida dell’Agenzia per l’Italia digitale. Adesso la scelta di software proprietario può essere annullata al Tar, con responsabilità amministrativa del dirigente

L’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato il documento – frutto dei lavori di una commissione, a cui ho partecipato in qualità di “esperto” di formati standard e membro di The Document Foundation – in cui si esplicitano i criteri e i metodi per l’applicazione dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale, in base al quale la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di scegliere software libero o a codice aperto, oppure software in riuso, tranne nei casi in cui questo è impossibile.

Com’era ovvio, all’interno della commissione c’è stato un acceso dibattito sul tema dell’impossibilità, nonostante il termine – in italiano – sia chiaro e inequivocabile. Al termine dei lavori, comunque, si è giunti a una stesura soddisfacente, che non lascia spazio a scuse o interpretazioni ambigue della parola “impossibile” (che – a mio parere – non c’erano nemmeno prima, se non nel punto di vista delle aziende del mondo del software proprietario).  

La commissione convocata dall’Agenzia per l’Italia Digitale era composta sia da rappresentanti dell’industria e dell’accademia, indicati dalle rispettive istituzioni di riferimento, sia da sostenitori del software libero, in rappresentanza di comunità e fondazioni, scelti tra coloro che avevano risposto a un pubblico avviso. Inoltre, ci sono state audizioni di esperti indicati dalle due parti, che hanno portato contributi di tipo operativo o istanze di tipo associativo.

Le regole stabilite dalle linee guida sono estremamente semplici:

1. Viene redatta una griglia di punteggi sulla base dei criteri di valutazione fissati dall’Articolo 68, Comma 1 Bis, del Codice dell’Amministrazione Digitale;

2. Vengono attribuiti punteggi alle soluzioni disponibili sul mercato, identificate in base a una ricerca più ampia di tutte quelle esistenti;

3. Viene deciso un ordine di preferenza tra le varie soluzioni, e in base a questo ordine si procede secondo le norme del Codice degli Appalti;

4. Nel caso in cui la valutazione comparativa porti alla selezione di più soluzioni alternative, di cui una o più nelle categorie “software libero o a sorgente aperto” o “software in riuso”, queste devono essere preferite a quelle proprietarie, a meno che non ci sia una carenza in un punto di valutazione considerato fondamentale (in questo caso, va comunque esplicitato il motivo).

A questo punto, la scelta di un software proprietario effettuata senza la valutazione comparativa delle soluzioni alternative di software libero o di riuso, o senza una motivazione dell’impossibilità, potrebbe essere annullata o impugnata al TAR, con la responsabilità amministrativa del dirigente.

Tra l’altro, la norma affida all’Agenzia per l’Italia Digitale il compito di fornire pareri circa il rispetto delle norme, il che dovrebbe servire da deterrente, in quanto il parere può essere chiesto da tutti gli interessati, compresi i concorrenti.

  • pm

    il link al documento non funziona.

  • gestsist

    Anche in questo settore … siamo alle ideologie ‘preconfezionate’ (vedi lobby, liberi ‘pensator’, …) … le linee guida (o normative) devono essere chiare e semplici da utilizzare … solo nei casi complessi si può ricorrere ad un ‘ente terzo’ … Il criterio di scelta ‘principale’ e fondamentale è il costo complessivo della soluzione software … nella pubblica amministrazione è impossibile ‘parlare’ di benefici (non sono ‘visibili’ nella maggiore parte dei casi e, soprattutto, non misurabili …) … cordiali saluti …

  • gerry

    bene bravi… e le aziende che producono software per la PA adesso licenzieranno e ci saranno nuovi disoccupati.

  • Maurizio Martignano

    Tutti sceglieranno la soluzione libera per evitare l’annullamento della scelta stessa. Nessuno adotterà più soluzioni non libere, anche qualora presentassero un rapporto costi/benefici più interessante. Questa è solo una battaglia commerciale vinta, con l’avvallo della legge. E tutto in nome di una pretesa libertà che, di fatto, viene negata.

  • Giovanni

    Non trascuriamo l’efficienza della pubblica amministrazione, sappiamo benissimo che il software open può funzionare solo se all’interno delle PA ci sono delle competenze e professionalità adeguate. Per mia esperienza professionale, nelle PA più avanzate, tali figure esistono e spesso sanno fare il loro lavoro molto meglio delle software house anche a costi decisamente inferiori. Il management deve valorizzare il personale interno una volta per tutte, solo così ci può essere una vera “spending review”, in caso contrario il software open potrebbe costare molto di più di un software proprietario… Giovanni

  • Gorgon

    È vero che in alcuni e ripeto solo alcuni e pochi enti esistono bravi programmatori che spesso producono e o intervengono su piccoli oggetti open. Dopo 30 anni di lavoro consulenziale ne piccoli, medi e grandi enti, tutti coloro che hanno voluto sviluppare in proprio software evoluto, hanno fallito creando enormi disagi alle amministrazioni. È vero che vanno sviluppate le competenze interne ma nella giusta prospettiva. Non inventatevi sviluppatori creereste solo danni.

  • Opensipa

    Molti non ci crederanno ma i dipendenti pubblici dei Ced si stanno autonomamente unendo in una grande Comunità per condividere esperienze e problemi tutti senza nessun costo da parte della Pubblica Amministrazione. Questo sta portando dei benefici e dei risparmi per gli Enti che hanno dei partecipanti al Forum. La comunità si chiama Opensipa (www.opensipa.it) aperta solamente ai dipendenti pubblici.

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