Aboliamo la parola “smart”, torniamo a essere stupidi: ecco perché ci farà bene - Agenda Digitale

la provocazione

Aboliamo la parola “smart”, torniamo a essere stupidi: ecco perché ci farà bene

Da domani, torniamo a essere tutti stupidi, lenti, riflessivi/meditanti/pensanti, dubbiosi. E cerchiamo di essere davvero felici di esserlo, proprio per non diventare come una macchina, per non dipendere da una macchina pur di avere le risposte prima ancora di avere formulato le domande

2 giorni fa
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Per una volta, anche se non sono poeta, “lasciatemi divertire”, proprio come recita una poesia famosa di Aldo Palazzeschi (1885-1974): “[…] Il poeta si diverte, /pazzamente,/ smisuratamente./[…] Lasciatelo divertire/poveretto,/queste piccole corbellerie/sono il suo diletto […]”.

Lasciatemi divertire dunque, giocando con i molti significati della parola smart. Magica come la borsa di Mary Poppins, da cui è possibile far uscire magicamente di tutto, grande o piccolo che sia, basta affondare dentro la mano e cercare e si trova sempre qualcosa. Ma anche come parola magica, ovviamente nonsense come tutte le parole magiche, analogamente a Supercalifragilistichespiralidoso, sempre della mitica Mary Poppins interpretata nel 1964 da Julie Andrews, parola che produce effetti magici ogni volta che viene pronunciata. Appunto, come oggi la parola smart, spesso scritta con l’iniziale maiuscola per sottolinearne ancora di più la magicità.

Ma procediamo, appunto divertendoci, scrivendo tra serio e faceto, sapendo che proprio ridendo si possono dire poi cose serissime.

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Ma davvero è smart?

Dunque, la parola smart. Se andiamo a cercarne i significati, treccani.it ci dice: “Dei varî significati che l’aggettivo ha in inglese (capace, attivo, brillante, alla moda, ecc.), in italiano è soprattutto noto e talora usato quello di raffinato, elegante (una ragazza, una compagnia, giovani smart), anche nella locuzione smart-set (‹… sèt›), per indicare, spesso ironicamente, un ambiente o un gruppo di persone molto raffinato ed elegante, la cosiddetta alta società: un ricevimento riservato allo smart-set della Capitale. Con accezione particolare nella locuzione smart card ‹… kàad› (propr. carta intelligente; pl. smart cards ‹… kàad›), tipo di tessera plastificata contenente un microprocessore che può memorizzare ed elaborare dati di varia natura; viene adoperata, per es., come carta di credito, come scheda di riconoscimento dei telefoni cellulari o come tessera da inserire nel decodificatore usato per vedere la pay-tv digitale”.

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Se cerco ancora (varie fonti e più pertinenti all’uso odierno della parola), smart viene a significare rapido, veloce, abile, sicuro, sveglio, furbo. E queste – lo facciamo subito notare – sono tutte parole tipiche della neolingua dell’ideologia neoliberale e tecno-capitalista che ci vuole sempre competitivi, anche con noi stessi e quindi appunto: rapidi e veloci nelle risposte (e in questo lo smart-phone è davvero essenziale e imprescindibile, posto che riflettere e pensare è un tempo morto sempre più insopportabile per il sistema, traducendosi in una perdita di tempo improduttiva e quindi in un costo da eliminare); abili (soprattutto nello smanettare sulle tastiere, virtuali o meno che siano, e nell’essere flessibili e nell’avere molte skills e molto capitale umano da presentare sul mercato); sicuri (mai avere dubbi – i dubbi, che nascono dal pensare, sono considerati anch’essi un costo da ridurre possibilmente a zero – soprattutto se c’è un algoritmo a suggerirci le risposte; risposte e suggerimenti e consigli per gli acquisti che noi crediamo vere buone e giuste appunto perché arrivano da un calcolo che, essendo pura matematica, crediamo sia in sé e per sé scientifico e che quindi non può non essere esatto); svegli e pronti e proattivi e imprenditori di noi stessi, ma svegli anche nel senso letterale della parola (mai fermarsi, correre sempre, essere sempre in tensione, che noi si sia leone o gazzella nella savana), e quindi lavorare e consumare h 24 o essere svegli anche quando dormiamo posto che lo smart-phone produce dati anche quando siamo con gli occhi chiusi); furbi (arrivare sempre prima degli altri, con ogni mezzo, lecito o illecito).

Smart significa dunque – essenzialmente e ricomponendone i diversi significati visti qui sopra – essere veloci nel rispondere agli stimoli. Ma questa è appunto sempre la vecchia tecnica psicologica di attivazione eteronoma dei comportamenti altrui basata sullo stimolo/risposta (S/R): un po’ pavloviana, molto criticata ma sempre usata e sempre più utilizzata soprattutto in rete e nei social oltre che nelle politiche antisociali ed economiche-competitive neoliberali. Stimolo/risposta: perché se anche le tecniche di ingegnerizzazione comportamentale (dall’operaio Schmidt di Taylor di cento anni fa al self-management, al manager-leader, alle spinte gentili e alla attivazione dell’empowerment di se stessi di oggi) vogliono farci credere di essere noi a decidere (inner directed), in realtà le nostre decisioni e le nostre risposte sono sempre other directed (la risposta è guidata secondo lo stimolo prodotto da altri che da noi, sia esso un manager o un social o una pubblicità). E allora, ecco che anche una parola magica come smart, accattivante anche nel suo suono, può essere usata sempre più e nei contesti più diversi per portarci in una certa direzione, a tenere un certo comportamento.

Perché dalla parola smart/borsa di Mary Poppins possono uscire automobili, telefoni, una città sostenibile perché digitalizzata, le cialde del caffè, un marchio di prodotti di un gigante della GDO, il lavoro anch’esso digitalizzato, una tariffa e poi ancora e ancora…

Smart, ovvero intelligente?

Ma la parola magica smart ha anche un altro significato, ancora più fuorviante: quello di intelligente. E qui le cose si complicano terribilmente. Perché se qualcosa – soprattutto una tecnologia – è detta smart, cioè appunto intelligente (molto più della stessa intelligenza artificiale) – la nostra resistenza psicologica come persone si azzera, si crea una dipendenza/servitù volontaria rispetto a ciò che è definito intelligente (a prescindere) e rispetto a ciò che tutti gli altri considerano intelligente (“se tutti credono che qualcosa sia smart/intelligente, allora deve esserlo davvero…”). E quindi, se non sono e se non divento smart (nel senso di intelligente ma anche negli altri sensi visti sopra, compresi capace, attivo, brillante e alla moda); se non uso congegni e tecnologie smart; se non accetto lo smart-working; se non voglio vivere in una smart-city o con un giardino verticale dove però non posso neppure curare e annaffiare le piante del mio balcone, essendo tutto governato da un automatismo; se soprattutto non sono rapido, veloce, abile, sicuro, sveglio, furbo e se non so correre sempre più veloce nella savana/gabbia del mercato – allora sono automaticamente stupido, lento, insicuro, poco sveglio, non furbo, preda di qualcuno più veloce di me e mi auto-escludo dalla modernità, dal progresso e dal futuro. Chi vorrebbe essere stupido, lento, poco sveglio, non moderno nel rispondere agli stimoli prodotti per lui dal sistema? Occorrerebbe una forte capacità di essere anticonformisti, ma quanti di noi ci riuscirebbero? Occorrerebbe soprattutto smascherare la manipolazione psicologica che la parola smart contiene, parola irresistibile, incontestabile, alla moda. Ma falsa.

Perché appunto, cosa è più intelligente, cercare le risposte o avere le risposte in automatico da un algoritmo/app? Usare i mezzi pubblici o una Smart? Prenderci il tempo necessario per pensare oppure essere rapidi, veloci, abili, sicuri, svegli, furbi, pur continuando a girare nella nostra ruota da criceti? Cosa è più intelligente, acquisire conoscenza e spirito critico, o accontentarsi delle mere competenze/skills a fare senza pensare ma a farlo in modo smart, come vogliono gli aziendalisti, i manager, gli industriali e i ministri dell’Istruzione e i mass/social-media? È più intelligente leggere un libro o limitarsi ai primi risultati di una ricerca su Google? È più intelligente cercare di capire se ciò che viene offerto come nuovo è davvero nuovo (Amazon, ad esempio non è diverso dal vecchio Postal Market e dalle otto-novecentesche vendite per corrispondenza, eppure crediamo che tutto sia diverso perché oggi c’è un algoritmo; che in realtà si sovrappone alle vecchie vendite per corrispondenza, facendole sembrare nuove e ipertecnologiche mentre l’unica differenza è appunto l’algoritmo che si è sostituito ai vecchi uffici postali, senza però modificare la sostanza e il fine del capitalismo che è quello di farci consumare sempre e sempre di più), oppure farsi prendere dal feticismo infantile per il nuovo che non è nuovo ma che sembra nuovo e credere che davvero Amazon e Uber siano il nuovo che avanza e che non si può e non si deve fermare?

Lo smart-working non è smart

Per una volta, siamo d’accordo con il ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che nei giorni scorsi ha giustamente e finalmente detto che lo smart-working è solo il vecchio lavoro a domicilio (esisteva già ai tempi di Marx), otto e novecentesco. La differenza è – di nuovo – che oggi c’è un pc mentre ieri c’erano soprattutto telai. A non cambiare è tuttavia la forma del lavoro a domicilio, che quindi non è il nuovo che avanza ma il vecchio che ritorna, e questo – paradossalmente – grazie alle nuove tecnologie. In realtà è il ministro Brunetta ad essere d’accordo con noi e con gli altri che da tempo scriviamo semmai di home-working. Perché non c’è nulla di nuovo e di intelligente nel lavorare da casa con un pc, connessi in rete. Ieri c’era una persona fisica che distribuiva il lavoro alle tessitrici/filatrici da casa, oggi c’è una persona virtuale che fa la stessa cosa. Ma non basta questo per dire che sia lavoro intelligente e smart, organizzato in modo intelligente grazie alle nuove tecnologie; semmai è ulteriore sfruttamento e sempre e comunque si replicano le forme specifiche del capitalismo: organizzazione, comando e controllo da parte di un’impresa sui lavoratori, anche se da remoto. È sempre divisione industriale del lavoro, a mutare è solo il mezzo di connessione/integrazione delle parti di lavoro prima suddivise: ieri la catena di montaggio meccanica, oggi la catena di montaggio digitale. C’erto, se non ci fossero stati il pc e la rete non si sarebbe potuto lavorare durante il lock-down e oltre, ma per favore non chiamiamo tutto questo smart/intelligente.

Abolire la parola smart

E allora – e continuate a “lasciarmi divertire” – fatemi proporre di diventare, da domani, tutti stupidi, lenti, riflessivi/meditanti/pensanti, dubbiosi. E di essere davvero felici di esserlo, proprio per non diventare come una macchina, per non dipendere da una macchina pur di avere le risposte prima ancora di avere formulato le domande, per cercare la conoscenza e non le skills e la velocità e la furbizia e la rapidità e una intelligenza/smart che è essa stessa la massima stupidità.

Scriveva il filosofo francofortese T.W Adorno (1903-1969) di “una passione ipnotica e stregata che ci spinge a consumare di volta in volta gli ultimi ritrovati della tecnica”; che “non ci rende solo indifferenti nei confronti di ciò che viene propinato, ma torna anche a vantaggio della conservazione delle porcherie abituali e della programmazione sistematica dell’idiozia” (in “Minima moralia”, Einaudi, pag. 136). E la parola smart è sicuramente una di quelle parole che servono appunto alla programmazione sistematica dell’idiozia, pur facendoci credere che sia sinonimo di intelligente. Quando non lo è.

E quindi ecco la proposta, questa volta serissima: aboliamo la parola smart (e molte altre, come quarta rivoluzione industriale, posto che siamo sempre nella prima e nelle sue leggi di organizzazione, comando e controllo, oltre che di centralizzazione, anche se digitalizzate) dal nostro dizionario. E da qui – da questa rivoluzione linguistica – torniamo a distinguere ciò che è veramente intelligente da ciò che non lo è.

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