AI, verso una terza dimensione ibrida “uomo-macchina”? La sfida (morale) da vincere - Agenda Digitale

società delle “mangrovie”

AI, verso una terza dimensione ibrida “uomo-macchina”? La sfida (morale) da vincere

Gli sviluppi dell’intelligenza artificiale suscitano attenzione e ottimismo, ma anche dubbi e incertezze. Il futuro che ci attende sarà probabilmente caratterizzato da una terza dimensione ibrida in cui uomo e macchina saranno in simbiosi in un territorio in cui tutto è sospeso. Un po’ come previsto da Orwell e in Matrix

25 Mag 2021
Fabio De Felice

Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Nel 2014 il fisico Stephen Hawking in un suo articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Independent lanciò l’allarme sui pericoli legati al rapido progresso dell’intelligenza artificiale. Ma già nel 1945 lo scrittore George Orwell sosteneva che sebbene la società di allora non fosse ostile all’idea di innovazione in quanto tale, rigettava le innovazioni nocive per la natura e l’umanità.

Pertanto, l’uomo poteva usare con discernimento i prodotti della tecnologia e dell’industria innovativa applicando a tutti lo stesso criterio: ciò mi rende più umano o meno umano?

Oggi, la straordinaria potenza dei computer sommata ai progressi sull’intelligenza artificiale e ad una maggiore comprensione del cervello umano stanno suscitando molta attenzione ed ottimismo.

È pertanto lecito immaginare una società delle “mangrovie”, ibrida, in cui i livelli fisico biologico e digitale trovano un equilibrio, un trade off possibile?

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Orwell, profezia e distopia

George Orwell viene universalmente riconosciuto come uno dei più importanti autori della letteratura distopica, in cui alcune tendenze del tempo contemporaneo, percepite come causa di conseguenze negative, lasciano presagire un futuro a tinte fosche. Dove prevalgono esperienze del vivere quotidiano opprimente, talvolta spaventoso, frutto di condizioni ambientali fuori controllo, tali da compromettere la sopravvivenza biologica di numerose specie, inclusa la specie uomo. E soprattutto di scelte tecnologiche che, superando la soglia della dismisura, si avviano agli effetti più funesti. George Orwell, oltre a lasciarci romanzi come “1984” e “La fattoria degli animali”, ha svolto una consistente attività di giornalista e saggista. Ed è in questo contesto che gli scenari profetizzati nei suoi libri si dispiegano in una versione problematica in cui le domande ricevono embrioni di risposta, individuano prospettive suggestive per i giorni nostri, giungendo al cuore delle questioni aperte di oggi. Una per tutte, la “rivoluzione digitale” al nostro cospetto, vista come arma a doppio taglio, perché conferisce una poderosa spinta alla transizione verso il futuro (industriale, economica, sociale e politica), ma al tempo stesso rende possibile livelli pervasivi di sorveglianza e controllo dei cittadini fin dentro la dimensione più privata della sfera intima. Gettando le premesse anche per una ibridizzazione delle persone, sempre più coinvolte da funzioni e servizi ad alto contenuto di software digitale tale da supporre un influsso della realtà artificiale sull’apparato percettivo e cognitivo dell’uomo: il sistema tecnologico che finisce col tradursi in leva per un salto persino nella evoluzione della specie umana, inteso quasi come cambio genetico del suo cromosoma ricombinante.

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Più umano, meno umano

E tuttavia si deve proprio ad Orwell un posizionamento favorevole nei riguardi del concetto di innovazione. Nella sua produzione saggistica è infatti rintracciabile un recupero della centralità (e responsabilità) dell’uomo al quale è restituito il compito di discernere quanto di nocivo, per la natura e per l’umanità, emerge dal progresso tecnologico. Suo è l’interrogativo categorico, valido come cartina al tornasole dell’etica della scienza. La seguente domanda fatale: ciò (che sperimento e che concepisco come risultante di un procedimento scientifico) … mi rende più umano o meno umano? Vale a dire, questa o quella soluzione tecnologica consente all’uomo di dispiegare le sue facoltà o le riduce e le comprime? Domanda fondamentale, che precede e pone un limite a quella posta alla base del moderno nel mondo occidentale: soddisfa o non soddisfa i miei bisogni? Che cosa direbbe mai, se potesse, degli interrogativi dei nostri giorni, dinanzi alla prospettiva, sempre più incalzante, di sostituire l’uomo con un assistente virtuale, una forma di intelligenza artificiale forse ancora primitiva, o di consentirgli di vivere in una dimensione virtuale mediante l’estensione delle sue facoltà cognitive ed emotive in un avatar? Fino al punto di immaginare un punto di non ritorno, ossia il momento in cui il primato delle macchine sull’uomo diviene possibile.

Matrix: là dove l’uomo diviene una neuro-simulazione interattiva

Cinquant’anni dopo Orwell, è il cinema che si incarica di raccogliere il testimone delle visioni di futuro e delle profezie escatologiche dalle mani del romanzo distopico. Matrix, ad esempio, è un film del 1999 insignito di 4 Oscar in cui, declassato perché incapace di sviluppare, come ogni altra specie di mammiferi fa “per istinto”, una felice omeostasi con l’ambiente circostante, l’uomo rappresenta il vero pericolo per una intelligenza artificiale in grado di ricavare giudizi per inferenza, capace di cogliere e valutare le conseguenze, per la vita sulla Terra. Scritto e diretto dalle sorelle Lana e Lailo Wachowski, il titolo richiama la “matrice di numeri”, elemento che deriva da strutture matematiche utilizzato in informatica per associare dati, o sistemi di dati, tra loro. Ed ecco le parole del monologo dell’agente Smith, esponente del sistema Matrix, espresse quando interroga Morpheus, ufficiale della resistenza di Sion, dopo averlo catturato.

“… Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. …siete una piaga”.

Degradato ad agente infetto, pertanto totalmente indesiderabile, per l’uomo non resta altra possibilità di redenzione che farsi guidare da un algoritmo.

Intelligenza artificiale o primordiale?

Forse il mix di intelligenza artificiale e pensiero cognitivo umano offre la soluzione a un problema che l’umanità non riesce ad affrontare e risolvere. Il salto può essere fornito dalla ibridazione tra realtà umano e realtà artificiale? Di “macchine pensanti” si parla in effetti fin dalla prima metà del secolo scorso, ossia i tempi di Alan Turing, matematico e crittografo britannico considerato uno dei padri dell’informatica. Nel frattempo, le neuroscienze hanno seguito il proprio percorso di ricerca, giungendo a definire l’intelligenza come un insieme di facoltà differenti, che concorrono in varia misura a permettere di “leggere dentro” le cose e le persone, vale a dire capire-percepire- conoscere.

Secondo la teoria monofattoriale, l’intelligenza sarebbe genericamente “il risultato finale della collaborazione tra diverse funzioni cerebrali”. La teoria multifattoriale invece sostiene che l’intelligenza è composta da capacità differenti e indipendenti, ognuna destinata a compiti diversi. Si parla infatti, in questo ambito, più opportunamente di “intelligenze” che diversamente sviluppate in ogni individuo segnano le caratteristiche distintive tra le persone.

Alcuni esponenti delle neuroscienze sono giunti al convincimento che la capacità di “intelligere” è proporzionata alla capacità di elaborare pensieri, ragionamenti e contenuti concettuali a partire dalle emozioni. Ed è qui che le macchine segnano il passo. Infatti, esse sono capaci di elaborare le informazioni in quantità e velocità senza precedenti, realizzando associazioni osservare dalle differenti forme, colori, volumi, proporzioni degli oggetti (basti pensare al riconoscimento facciale o alle soluzioni del deep learning, ossia apprendimento profondo dell’intelligenza artificiale che si basa su diversi livelli di rappresentazione delle reti neurali. Ma sono meno attrezzate per “inferire” una serie di attributi di un elemento anche se nel momento dato non si manifestano e non potendoli percepire direttamente. Ma ancora più lontane sono le macchine dalla capacità di svolgere un ragionamento controfattuale, del tipo “se fosse successo A, allora sarebbe accaduto B”. L’essere umano fa ragionamenti del genere in continuazione, non potendo usare sempre la logica delle implicazioni fattuali, le quali ci dicono che se accade una cosa, allora ne accade un’altra (se è vero l’antecedente, è vero anche il conseguente).

Conclusioni

Non conosciamo il futuro, non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo però che senza ombra di dubbio stiamo vivendo un periodo in cui le rivoluzioni nelle biotecnologiche e nelle tecnologie informatiche stanno mettendo l’umanità di fronte a prove difficili forse le più difficili in cui si sia mai imbattuta. Assistiamo ad un cambio di paradigma epocale nell’interazione tra uomo e macchina. Tanto più riusciremo a comprendere i meccanismi biochimici che controllano le dinamiche emotive umane tanto più i computer potranno diventare abili nell’analizzare il comportamento umano. La domanda orwelliana, pertanto, ritorna e torna l’eco del suo scetticismo. Lo sviluppo più probabile dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle attività antropiche (o, meglio: dell’intelligenza umana su quella artificiale) sarà probabilmente una intersezione tra i due insiemi: uomo & macchina. Vale a dire una terza dimensione ibrida in cui i livelli fisico-biologico e digitale saranno in simbiosi in un territorio che più che un limbo dantesco in cui tutto è sospeso e in attesa somiglierà all’acqua salmastra, che si forma nel punto in cui i fiumi incontrano il mare, dove pullulano le mangrovie, come afferma con eccellente metafora Luciano Floridi. Ma esistono “le foreste a mangrovia” che popolano il tratto di territorio condiviso tra terra e mare, comportandosi in maniera differente rispetto all’influsso delle maree. Analogamente l’uomo dinanzi alle ondate di intelligenza artificiale. Le ondate di AI stanno rimodellando il mondo in cui viviamo, che diverrà radicalmente diverso da quello che conosciamo. È un bene? È un male? Dipende da noi, l’ultima sfida non è tecnologica, ma morale. Ancora una volta, torna la domanda cruciale: “Ciò (che sto facendo, che stiamo producendo) mi rende più umano o meno umano?”.

Bibliografia

Fabio De Felice, Antonella Petrillo. Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0. McGraw-Hill Education, 2021.

Daniel Goleman. Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2020.

Stefano Quintarelli. Intelligenza artificiale. Cos’è davvero, come funziona, che effetti avrà. Bollati Boringhieri Editore, 2020.

Luciano Floridi. La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Editore Cortina Raffaello, 2017.

George Orwell. 1984. Mondadori, 2016.

Michael Paradiso, Mark F. Bear, Barry W. Connors. Neuroscienze. Esplorando il cervello. Edra Editore, 2016.

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