Amazon, perché fallisce il sindacato: se il capitalismo digitale è un ritorno all'800 - Agenda Digitale

il commento

Amazon, perché fallisce il sindacato: se il capitalismo digitale è un ritorno all’800

Il fallimento del referendum tra i lavoratori dell’impianto Amazon di Bessemer in Alabama –  indetto per poter creare un sindacato interno – è indice di molti problemi della società nell’era digitale. Di fondo, è una conferma: che la chiamano quarta rivoluzione industriale, ma è sempre la prima che sembra non passare mai

12 Apr 2021
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

An employee of the Amazon electronic commerce company works on April 11, 2015 in Lauwin-Planque, northern France. AFP PHOTO PHILIPPE HUGUEN (Photo credit should read PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

La notizia sarebbe incredibile se non sapessimo da tempo cos’è Amazon e qual è la sua filosofia aziendale – e cos’è il capitalismo.

Il fallimento del referendum tra i lavoratori dell’impianto Amazon di Bessemer in Alabama –  indetto per poter creare un sindacato interno – è infatti indice di molte cose:

  • dell’individualismo americano e dell’essere gli Usa il paese dell’io esasperato e del noi dimenticato, ma anche di come la Silicon Valley interpreta se stessa e il proprio potere autocratico;
  • di come questo potere d’impresa sia in conflitto con la democrazia politica ed economica;
  • del rapporto squilibrato tra impresa-padrone (usiamo questo termine antico, ma perfetto per definire a anche Jeff Bezos) e lavoratori;
  • ma anche di una libertà di espressione negata di fatto pur essendo sancita e riconosciuta dalla Costituzione di un paese – gli Stati Uniti –  dove però si confonde il potere del denaro con la democrazia e la libertà di avere un’arma con la libertà individuale.

Stati Uniti – paradosso nel paradosso – a cui tutti però guardano come a un modello virtuoso di democrazia e di libertà e tutti continuano ad usare Amazon nonostante il suo (addirittura ostentato e compiaciuto) sfruttamento ottocentesco dei lavoratori. “Sì, a volte i lavoratori devono urinare nelle bottiglie per poter rispettare i tempi imposti dall’organizzazione del lavoro”: Amazon ha dovuto alla fine ammettere ciò che il regista Ken Loach, nel suo film “Sorry, we missed you”, aveva rivelato.

Amazon però si è giustificata così: “Sappiamo che i nostri autisti possono avere e hanno problemi a trovare i bagni a causa del traffico o perché percorrono strade fuorimano e questo è stato particolarmente frequente durante la pandemia di Covid, quando molti bagni pubblici erano chiusi”[1] – giustificazione aziendale che, se fossimo consumatori responsabili e soprattutto rispettosi della dignità delle persone che ci portano i pacchi a casa, dovrebbe indurci un moto di ribellione – e  indurre gli Stati a chiedere indietro tutti i vantaggi fiscali concessi e i politici a rimangiarsi tutti gli elogi ad Amazon e a Bezos profusi a piene mani in questi ultimi anni.

Amazon e sindacato, fallimento a 360 gradi

Ma è stato – il referendum – un fallimento anche per il sindacato (che negli Usa non sempre ha avuto una bella storia), per il presidente Biden che nelle settimane scorse aveva perorato la causa del sindacato (in generale e non solo nel caso di Amazon) e per il Partito democratico, oltre che per i lavoratori stessi. Amazon è il secondo datore di lavoro negli Usa, si è sempre opposta alla formazione di un sindacato; quello in Alabama sarebbe stato un precedente importante, per i diritti dei lavoratori nell’era digitale.

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Potremmo allora considerare questo esito come una conferma del fatto che gli uomini a volte preferiscono la non libertà alla libertà. Dovremmo forse applicare al loro comportamento quella che il filosofo e psicoanalista Erich Fromm (un pensatore attualissimo e oggi assolutamente da riscoprire) aveva definito, nel 1941 e guardando all’esperienza del fascismo, come tendenza degli umani alla fuga dalla libertà[2]. O quella che già a metà del Cinquecento Etienne de la Boétie aveva chiamato servitù volontaria[3], analizzando come e perché gli uomini accettano di vivere nella servitù e nell’obbedienza a un potente (e oggi padrone potente è anche o soprattutto un’impresa come Amazon, disruptiva come poche altre nella storia della rivoluzione industriale ma anche amata e incensata da politici e consumatori come poche altre), invece di ricercare spazi sempre maggiori di libertà e di umanità. Una libertà che per de la Boétie sarebbe qualcosa di assolutamente naturale perché “gli uomini sono nati non solo padroni di questa libertà, ma anche dotati della volontà di difenderla”.

Perché i lavoratori di Amazon non lo hanno fatto, rinunciando a priori a difendere questa libertà? – confermando ancora de la Boétie per il quale “è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura”. Comportamento che invece e fortunatamente i loro colleghi italiani rifiutano di fare, anche se a fatica ma con determinazione – e ricordiamo il lavoro di sindacalizzazione svolto dai sindacati nei magazzini Amazon d’Italia e lo sciopero di 24 ore dello scorso 22 marzo, ovvero (ancora de la Boétie): “Siate dunque decisi a non servire mai più, e sarete liberi”.

Niente sindacato ad Amazon: una strana storia. E uno strano voto

Ma ricapitoliamo alcuni fatti. Bessemer è una delle sedi per la distribuzione delle merci che Amazon porta gentilmente nelle case degli americani che ordinano online. Negli Usa il tasso di sindacalizzazione è bassissimo, al 10,8% nel 2020 (era del 20,1% quarant’anni fa); ma è ancora più basso nel settore privato dell’economia e pari al 6,3%. Nel mondo sono circa 1,3 milioni gli addetti di Amazon, sia a tempo pieno che soprattutto part-time e precari. Sono quasi un milione nei soli Stati Uniti. E 9.500 in Italia.

E negli Usa (ma non solo, pensiamo a Marchionne – per altro considerato un imprenditore illuminato e visionario –  e alla sua guerra alla Fiom, poi smentito dalla Corte costituzionale; e al suo ricatto ai lavoratori di Pomigliano al referendum per l’introduzione della nuova organizzazione del lavoro, il Wcm, in sintesi estrema: “o votate sì, o chiudo lo stabilimento”), gli imprenditori non amano il sindacato, non lo amava il paternalista Henry Ford, non lo amava Taylor (considerando i sindacati come irrazionali se avessero tentato di contestare la sua organizzazione scientifica, quindi razionale in sé, quindi non contestabile a priori) del lavoro. Non era amato da Taiichi Ohno, padre del toyotismo e ispiratore della lean production, ammettendo al massimo solo i sindacati aziendali/aziendalistici in una Toyota fabbrica sì della qualità totale ma anche fabbrica della disperazione per quei lavoratori incapaci di tenere il ritmo della produzione[4].

Sempre negli Usa, il Congresso aveva approvato a marzo una legge per eliminare gli ostacoli esistenti all’azione sindacale nei luoghi di lavoro e per ridurre il potere di persuasione o meglio di coercizione usato dalle imprese per evitare l’organizzazione sindacale dei propri dipendenti. Una legge sostenuta dallo stesso Presidente Biden ma che ora avrà molto probabilmente forti difficoltà a passare anche al Senato, mentre proprio il caso di Bessemer ne dimostra tutta la necessità e l’urgenza. Proprio perché il modello americano d’impresa è un modello monocratico/autocratico, ma soprattutto antidemocratico e tendenzialmente monopolistico/oligopolistico, modello a cui il capitalismo americano ovviamente non vuole rinunciare.

Un modello antidemocratico perché, cercando di escludere il sindacato dall’impresa rifiuta di avere un contropotere capace di bilanciare e di controllare il potere dell’imprenditore – e questo è, invece, uno dei ruoli e delle funzioni democratiche del sindacato; antidemocratico perché questo bilanciamento di poteri e di potere e questo controllo reciproco tra i poteri è invece l’essenza della democrazia moderna e liberale, alla quale anche gli Stati Uniti dovrebbero ispirarsi. E non solo nell’impresa capitalistica.

Non ancora. Erano stati duemila (su un totale di 5.900) i lavoratori che – poco dopo l’apertura dell’impianto di Bessemer – avevano firmato per provare a costituire un sindacato interno, esasperati dai ritmi intensi e dai controlli invasivi esercitati su di loro. Nel conteggio finale – e non considerando il fatto che solo poco più della metà dei lavoratori aveva partecipato al voto (per posta) e i 500 voti contestati (prevalentemente da Amazon) – i sì alla creazione del sindacato sono risultati solo 738, mentre i contrari alla sindacalizzazione erano arrivati a 1.798.

Intimidazioni

Cosa è successo, tanto da far crollare la voglia di sindacato tra i lavoratori? Facile immaginarlo. E infatti i lavoratori hanno chiesto un’indagine sulle pratiche di intimidazione esercitate da Amazon, mentre Stuart Appelbaum, il segretario nazionale della RWDSU – la Retail, Wholesale and Department Store Union (RWDSU, appunto), il sindacato che i lavoratori di Bessemer avevano contattato – “ha già annunciato che il suo sindacato farà ricorso al National Labor Relations Board, affermando che: Amazon non ha lasciato nulla di intentato per manipolare i suoi dipendenti. Ad esempio, si è raccontato che anche ai lavoratori non iscritti al sindacato sarebbero state trattenute le quote sindacali. Falso, specie in quegli Stati dove i repubblicani hanno approvato le leggi cosiddette right to work, tese a contrastare il ruolo dei sindacati”. E ancora: il comportamento di Amazon “ha creato un’atmosfera di confusione, coercizione e paura interferendo con la libertà di scelta dei dipendenti. Le accuse non stupiscono: in queste settimane Amazon ha prodotto una campagna aggressiva sui social media, in passato ha ingaggiato la Pinkerton, agenzia di investigazioni private, per raccogliere informazioni sugli sforzi sindacali e ha un gruppo di monitoraggio delle pagine dei dipendenti sui social media. Un gigante organizzato, appunto”[5]. Nella logistica, ma anche nelle pratiche antisindacali.

Ed è quindi curioso che un’azienda considerata da tutti come una delle più innovative degli ultimi decenni – in realtà applica un algoritmo alle vecchie vendite per corrispondenza, nate oltre duecento anni fa – sia anche tra le più retrive dal punto di vista comportamentale e dei diritti civili e politici. Un altro dei paradossi della Silicon Valley e del nostro considerare questa Valle un luogo fisico ma anche metafisico del nuovo che avanza e che non si deve fermare.

Amazon, il nuovo che avanza?

In realtà questa innovazione tecnologica e organizzativa rappresentata da Amazon (e non solo) e questo nuovo che avanza e che quindi non si deve fermare – pena l’essere considerati luddisti e contro l’innovazione, cioè antimoderni (o solo anticapitalisti?) – posto che appunto viola i più elementari diritti civili e politici, sfrutta il lavoro usando le persone come se fossero macchine e agendo contro ogni dignità dell’uomo (portandoci a rileggere il Libro primo del “Capitale” di Marx e accorgerci che nulla sembra cambiato da allora quanto a sfruttamento dell’uomo e del suo pluslavoro per massimizzare il plusvalore/profitto del capitalista Bezos) – in realtà questo nuovo che avanza andrebbe fermato e in fretta, perché contro l’uomo, contro la democrazia, contro la libertà individuale. Dovrebbe, se il lavoro fosse ancora un diritto dell’uomo e non fosse invece tornato ad essere – è ancora il nuovo che avanza e non si deve fermare? – solo una merce[6], mera forza-lavoro al costo più basso possibile e da cui spremere (Marx diceva: mungere), il massimo della produttività…

D’altra parte, era stata una inchiesta del NYT a svelare nel 2015 (inchiesta criticata ma non smentita) alcuni elementi del modello organizzativo e della filosofia imprenditoriale di Amazon: “Ogni lunedì mattina i nuovi assunti fanno la fila per il corso di orientamento che li lancerà nel singolare mondo di Amazon. Innanzitutto, si sentono dire che devono dimenticare le brutte abitudini apprese in altri posti di lavoro. Poi, che quando si arriva al limite a causa dei ritmi di lavoro implacabili dell’azienda, non c’è altra soluzione che superarlo. E che per essere amazoniani bisogna lasciarsi guidare dai principi dettati dalla direzione, 14 regole scritte su pratici cartoncini plastificati. Qualche giorno dopo i neoassunti sono interrogati sui diversi argomenti e chi ottiene il punteggio pieno vince un’onorificenza virtuale con la scritta Io sono speciale. In Amazon i dipendenti sono invitati a demolire le idee degli altri durante le riunioni, a lavorare fino a tardi e a raggiungere standard che la stessa azienda definisce con orgoglio irragionevolmente alti”.

Non solo: “l’impiegato ideale è descritto come un atleta dotato di resistenza, velocità, capacità di superare i propri limiti, pensare in grande, e ossessionato dal cliente per soddisfarlo al meglio. Inoltre, in azienda non deve essere perseguita l’armonia, perché impedirebbe ogni tipo di critica; e tuttavia ciascuno deve diventare tutt’uno con l’impresa. Inoltre, controlli, raccolta dati sui dipendenti e psicologia per spingere i lavoratori a fare sempre di più[7].

Questo è dunque il nuovo che avanza – e perché lo crediamo nuovo nonostante le smentite della storia? Negli anni ’90 economisti, politici e imprenditori-guru assicuravano e promettevano che grazie alla rete saremmo entrati in una nuova era, che avremmo lavorato meno e avuto più tempo libero, che la creatività, la conoscenza e l’immaginazione erano finalmente arrivate al potere. È accaduto esattamente il contrario, ma non per una spiacevole eterogenesi dei fini – che si ha quando rispetto a un fine che si vuole raggiungere si produce invece qualcosa di opposto alle intenzioni – o perché la profezia non si è avverata, quanto per l’essenza stessa del capitalismo industriale. Per accrescere il plusvalore, il capitale deve infatti accrescere come detto il pluslavoro. Allungando la giornata lavorativa, accrescendo i tempi ciclo e i ritmi di lavoro. Non solo agendo sulle turnazioni che permettono di far lavorare gli impianti h 24 su più turni, ma soprattutto intensificando il tempo di lavoro e quindi la produttività di ciascuno. Estraendogli crescente produttività anche riducendogli i tempi morti – morti, cioè non produttivi di plusvalore, per l’impresa, quindi da eliminare o ridurre quanto più è possibile; tempi vivi invece per il lavoratore, per tirare il fiato e magari poter andare in bagno senza farla in una bottiglia.

Tempi morti, tempi vivi

Riduzione dei tempi morti. In nome dell’efficienza e della produttività. Qualcosa che nasce in realtà con la rivoluzione industriale e si affina ancor di più – perché è appunto strutturale al capitalismo industriale – con la rivoluzione industriale digitalizzata di oggi. Perché è nella logica del capitalismo (del capitale) e non solo del cattivo Bezos.

Come aveva infatti confermato una ricerca della Fiom di Milano e della Fondazione Sabattini di Bologna, “le tecnologie 4.0 combinate con i sistemi organizzativi della lean production, determinano una forte compressione dei tempi ciclo, un peggioramento dei ritmi di lavoro e un aumento delle saturazioni, intensificando così la prestazione lavorativa. (…). Per cercare di nascondere questi effetti, il tentativo delle aziende è quello di oggettivare tempi e ritmi, dando loro una parvenza di scientificità incorporandoli in dispositivi e procedure e sottraendoli quindi alla contrattazione formale e informale. I tempi ciclo (…) vengono presentati come qualcosa di oggettivo, determinato unicamente dalla tecnologia e, oltretutto, nascosto alla percezione dei lavoratori. Gli strumenti informatici sono funzionali a questo scopo”[8]. Appunto, non solo in Amazon.

Ed è quindi l’utilizzazione esaustiva del tempo, come scriveva Michel Foucault in “Sorvegliare e punire” spiegando come venissero addestrati i lavoratori nella prima rivoluzione industriale: “si tratta di estrarre dal tempo sempre più istanti disponibili e da ogni istante sempre più forze utili. Il che significa che bisogna cercare di intensificare l’uso del minimo istante, come se il tempo, nel suo continuo frazionamento, fosse inestinguibile; o almeno, come se per mezzo di una organizzazione interna sempre più dettagliata, si potesse tendere verso un punto ideale in cui il massimo della rapidità raggiunge il massimo dell’efficacia”[9]. Che è esattamente ciò che impone il sistema capitalista-industriale, passando dalle prime manifatture ai controllori dei tempi e metodi del fordismo, al just in time, al tempo reale e oggi al just in sequence/digitale e al management algoritmico.

Oggi la chiamano quarta rivoluzione industriale, ma è sempre la prima che sembra non passare mai.

Bibliografia

[1] https://www.lastampa.it/cronaca/2021/04/03/news/amazon-confessa-dipendenti-costretti-a-fare-pipi-nelle-bottiglie-1.40108816

[2] E. Fromm, “Fuga dalla libertà”, Oscar Mondadori, Milano 2006

[3] E. de la Boétie, “Discorso sulla servitù volontaria”, Feltrinelli, Milano 2014

[4] In L. Demichelis, “Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene”, FrancoAngeli, Milano 2020, pag. 157

[5] M. Mazzonis, “Amazon: sindacato sconfitto in Alabama, ma non demorde” – il manifesto del 10.04.2021

[6] Cfr., L. Gallino, “Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità”, Laterza, Roma-Bari, 2007

[7] Cfr., L. Demichelis, “Sociologia della tecnica e del capitalismo”, cit., pag. 169

[8] M. Gaddi, “Industria 4.0”, Fondazione Sabattini, Edizioni Punto Rosso, Milano

[9] M. Foucault, “Sorvegliare e punire”, Einaudi, Torino 2011, pag. 167

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