Autoritarismo digitale, cresce la lista dei i "tecnoregimi" con velleità censorie: cosa rischiamo tutti - Agenda Digitale

l'analisi

Autoritarismo digitale, cresce la lista dei i “tecnoregimi” con velleità censorie: cosa rischiamo tutti

I nuovi strumenti di controllo digitale offrono metodi innovativi per generare o mantenere il potere e contribuiscono non di rado alle mire di sorveglianza diffusa e al monitoraggio delle opposizioni. Una dettagliata ricognizione delle molte facce e delle diverse dimensioni della censura e dei Paesi che la praticano

28 Lug 2021
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officer

Le nuove tecnologie, la diffusione di internet, dei social media, l’intelligenza artificiale promettono di migliorare la vita di tutti i giorni, ma hanno indiscutibilmente rafforzato la morsa dei regimi autoritari.

La repressione digitale, sempre più intensa in alcune zone del mondo, mostra una visione desolante della continua limitazione delle libertà individuali.

Il declino delle democrazie nel segno del digitale: chi le salverà?

I nuovi strumenti di controllo digitale offrono metodi innovativi per generare o, a seconda dei casi, mantenere il potere e contribuiscono – non di rado – alle mire di sorveglianza diffusa e al monitoraggio delle opposizioni. Consentono ai regimi autoritari di modellare la percezione pubblica della sua legittimità, di consolidare le ambizioni di egemonia e di potenziare le tattiche di repressione e censura che, non solo riducono la probabilità che si verifichino forme di protesta diffusa, ma limitano anche le probabilità che un governo debba affrontare importanti e prolungati sforzi di mobilitazione e gestione del dissenso. Occultare è meno impegnativo del dover rendere spiegazioni.

È questo uno scenario sicuramente allarmante che non ha tuttavia impedito la creatività, la reattività e lo sviluppo di nuove idee, nuovi approcci e nuovi strumenti promossi e sostenuti da “imprenditori illuminati” e sostenitori dei diritti e delle libertà fondamentali, volti a far sì che la leadership promessa dalla tecnologia nel XXI secolo non diventi necessariamente una maledizione.

Il rocambolesco arresto del dissidente Roman Protasevich

Per circoscrivere lo scenario di cui ci andremo a occupare, partiamo da un recente fatto di cronaca. Parliamo dell’incredibile storia del volo Ryanair fatto deviare dal regime bielorusso attraverso l’impiego di un caccia MiG-29 dell’aeronautica.

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La vicenda ha costituito, di fatto, l’ennesima occasione per alimentare il dibattito e la riflessione a livello globale sull’(ab)uso della tecnologia da parte dei governi autoritari per controllare e “modellare” il comportamento dei cittadini attraverso la repressione, la manipolazione e la censura online.

La libertà di espressione porta alla luce i suoi limiti rendendo evidente la portata critica dell’urgente presa di posizione degli Stati a livello globale.

L’obiettivo del dirottamento aereo è stato quello di arrestare il dissidente Roman Protasevich, fondatore ed ex redattore del canale Telegram Nexta (rimasto “eroicamente” accessibile ai cittadini malgrado la repressione statale e i blocchi di Internet), accusato dal regime bielorusso di atti di terrorismo alimentati attraverso la condivisione di contenuti che sostenevano le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko, a sua volta accusato di aver manipolato le ultime elezioni per ottenere il sesto mandato presidenziale consecutivo.

La versione ufficiale bielorussa dei fatti, però, diverge. L’aeroporto di Minsk avrebbe, infatti, ricevuto una mail, inviata dall’indirizzo ahmed_yurlanov1988@protonmail.com, riconducibile ad un tale Akhmed Yurlanov “rappresentante di Hamas”, che intendeva avvisare i servizi speciali e i controllori del traffico aereo bielorussi di una presunta bomba a bordo.

Un documento interno trapelato al London Dossier Center ed esaminato da SPIEGEL, tuttavia, sembrerebbe smontare quest’ultima ricostruzione rendendo evidenti le contraddizioni della stessa, in particolare, alla luce dell’ orario di ricezione dell’ e-mail contenente la presunta minaccia di bomba (ricevuta alle 12:25 ora bielorussa dall’amministrazione di “Aeroporti lituani”) quasi mezz’ora dopo l’apertura del controllo di volo bielorusso.

Ad ogni modo, mentre da una parte l’esigenza di maggiore chiarezza ha portato l’ICAO, l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile, ad aprire un’inchiesta per capire cosa sia successo realmente e cosa abbia potuto giustificare l’impiego del caccia bielorusso per “scortare” il volo di linea Ryanair dirottandolo fino all’aeroporto di Minsk, dall’altra i paesi europei prendono posizione e, Ucraina compresa, chiudono lo spazio aereo ai voli bielorussi disponendo anche che da Minsk non parta più nessun volo verso l’UE fino al completo accertamento dei fatti.

La Russia si dichiara neutrale e in Bielorussia si continua a protestare sotto la scure della censura e delle ritorsioni: i prigionieri politici noti condannati o in attesa di processo salgono e migliaia di persone permangono in carcere, esposte a umiliazioni e talvolta torture. Secondo l’associazione bielorussa dei giornalisti, sarebbero almeno 27 gli esponenti dei media attualmente in prigione.

Un terzo dei governi mondiali censura i social

Ma la Bielorussia è in buona compagnia. Brasile, India e Turchia, tutte nazioni del G20, sono alcuni degli Stati che evidenziano la gravità del declino a cui è sottoposta la democrazia nel XXI secolo. Si stanno trasformando in autocrazie: i numeri riportati dall’istituto Varieties of Democracy (V-Dem) di Göteborg sono eloquenti. Il 68% della popolazione mondiale (87 Paesi) vive ormai in regimi autocratici e in contesti di minacce alla libertà dei media, del mondo accademico e della società civile. La Polonia è in testa in questa corsa.

Il percorso che conduce al modello autocratico è piuttosto ricorrente e parte sempre dalla demolizione di uno dei maggiori pilastri democratici: la limitazione alla libertà di espressione. “I governi al potere prima attaccano i media e la società civile, polarizzano le società mancando di rispetto agli avversari e diffondendo informazioni false, poi minano le elezioni”.

Il report Surfshark ha evidenziato come un terzo dei governi di tutto il mondo, negli ultimi cinque anni, almeno una volta abbia censurato un contenuto sui social. Asia e Africa sono i contenenti in cui la libertà di espressione, formalmente sancita nel 1948 nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è maggiormente limitata, in particolar modo durante le elezioni. Ma anche in Europa, l’est del continente racconta una storia diversa specie in quei nei territori che vedono costantemente minacciate minoranze etniche ed il libero esercizio dei diritti umani

Il materiale di analisi completo analizzato dai ricercatori Surfshark è disponibile, per chi fosse interessato ad approfondire.

Le dimensioni e le molte facce della censura social

“In a time of universal deceit, telling the truth is a revolutionary act.” o anche, “nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

Le big tech ci prendono diritti e futuro: urgono nuove forme di governance

Come si è arrivati a questo punto?

Il passaggio dai sognatori digitali – culminato nel 2011 durante la “Primavera Araba”, quando l’ondata di proteste che ha investito il mondo arabo ha reso evidente il ruolo importante svolto dai social network nella diffusione delle rivolte – ai monopolisti, immagine delle rivelazioni di Snowden del 2013, dello scandalo Cambridge Analytica, al “deplatforming” di Donald Trump, fino alle aspre forme di controllo del traffico di rete, repressione e interdizione dei regimi asiatici, è stato rapido.

La sottile linea che separa la libertà di espressione e d’informazione dalla censura, resa ancora più insidiosa tanto dagli effetti della sezione 230 del “Communications Decency Act” degli Usa che di fatto deresponsabilizza le piattaforme Web da quanto viene condiviso dai propri utenti, come dal rigore delle normative cogenti espressione delle mire egemoniche e di sorveglianza dei regimi dispotici, quanto dalla mancanza di quadri regolatori adeguati e dal calo di fiducia nei confronti delle istituzioni nei paesi democratici, rappresenta il limite e lo spazio di un problema politico sociale grave e complesso.

L’ecosistema dei social network e delle app di messaggistica non costituisce infatti l’insieme di meri canali di comunicazione ma rappresenta uno spazio digitale pubblico dove il potere delle grandi piattaforme digitali, cresce a ritmi esponenziali al punto da condizionare gli equilibri stesse della rete, indirizza il dibattito politico e mediatico contemporaneo, seduce e si rivela in grado di plasmare il modo di pensare e di agire di individui ed istituzioni, entrambi esposti agli “effetti di rete” e alle asimmetrie informative. Si piega ai governi autoritari e viceversa assoggetta il potere politico democratico, limita i diritti umani e rafforza la repressione e la sorveglianza senza alcun riguardo per vincoli legali e i principi cardine di un ordine costituzionale digitale che, nel XXI secolo, ancora fatica ad affermarsi.

Alla pletora di pratiche di moderazione dei contenuti, messe in atto dalle singole piattaforme in modo arbitrario e spesso incoerente – specie in quelle aree calde del mondo dove il panico per una minaccia percepita dai contenuti immediatamente virali condivisi nel social, con estrema facilità, può portare al linciaggio o peggio – ai tecnicismi ancora non abbastanza sofisticati degli algoritmi software progettati per proteggere ma che in realtà finiscono per penalizzare i gruppi emarginati che si affidano ai social media per averne supporto – rispondono le misure di “internet shutdown”, ovvero, quelle pratiche che passando o meno per le vie legali della regolamentazione del governo, consentono di rendere inaccessibile, rallentare o limitare l’accesso ad internet e alle piattaforme social. Ed è proprio questa una delle armi più utilizzate in mano alla sorveglianza e al controllo dei regimi dispotici che coinvolge Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram, Telegram e altre piattaforme.

Allo stesso modo è piuttosto frequente riscontrare il divieto di utilizzo di reti private virtuali (VPN) e altri strumenti utilizzati per la sicurezza, l’anonimato e l’elusione, compreso il sistema di cifratura end-to-end, implementata da applicazioni di messaggistica come Whatsapp, Signal, Telegram, e altre.

A tal riguardo il recente report di Access Now sulla censura online “Shattered Dreams and Lost Opportunities. A year in the fight to #KeepItOn” unitamente al portale internetshutdowns.in/ forniscono un quadro esauriente ed aggiornato dell’estensione geografica specifica in cui si sono sperimentati strumenti di controllo e di censura piuttosto espliciti.

Azioni queste ultime che, pur rivelandosi insostenibili in ottica di lungo periodo poiché interessano molti servizi importanti, “comprese le comunicazioni del governo”, rappresentano comunque un potente strumento di potere e controllo.

India, Bangladesh, Uganda, Myanmar, Yemen, Etiopia, Tanzania, Cuba, sono tutte realtà in cui il blackout di “internet” costituisce una delle “pratiche” più diffuse e abusate dai governi, aventi l’obiettivo di esercitare il controllo sul flusso di informazione di una determinata minoranza o gruppi di dissidenti politici.

Molte di queste iniziative vengono spacciate per misure di prevenzione volte al contrasto della violenza e dell’odio online, in realtà, molto più spesso, rappresentano manifestazioni plateali inconstituzionali di violazioni dei diritti umani e di consolidamento di modelli esistenti di censura e discriminazione.

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  • La Bielorussia, oltre alle note censure in costanza di elezioni di YouTube, WhatsApp, Telegram, Viber, Vkontakte, e altre piattaforme social, cui è seguito il blocco di alcuni provider VPN, di Tor Project e di Google Play, stando sempre ai riscontri contenuti nel report di Access Now, starebbe sviluppando ulteriori strumenti di monitoraggio e di censura ad alto impatto, basati sul controllo delle comunicazioni tramite il filtro DPI Deep Packet Inspection (già sperimentato ad agosto 2020): una funzione di filtraggio di rete che appositamente configurata riesce ad intercettare e inibire qualsiasi nome di dominio Internet con una porzione corrispondente a un elenco predefinito di parole chiave.
  • Ventinove paesi hanno bloccato, limitato o rallentato l’accesso alla rete almeno 155 volte solo nel 2020. Dieci in Africa, otto nel Medio Oriente, sei in Asia, tre in America Latina e Caraibi e due sono europei, Bielorussia e Turchia.
  • A volte i tagli avvengono chirurgicamente selezionando specifici canali di comunicazione social, o anche determinate rotte di traffico di rete internazionali e fasce orarie ritenute maggiormente strategiche.
  • Come in Vietnam, quando il governo ha impedito l’accesso a Facebook a causa della percezione delle autorità vietnamite che il social media statunitense non fosse particolarmente performante nella censura dei contenuti critici all partito comunista al potere. O in Pakistan dove TikTok, la popolarissima app cinese di condivisione video, per via dei suoi “contenuti giudicati immorali” che promuovono, a detta del primo ministro Imran Khan lo “sfruttamento, l’oggettivazione e la sessualizzazione” di ragazze minorenni, viene bandita. O anche in Turchia e Corea del Nord, dove la Korean Central News Agency (KCNA) è divenuta l’unica fonte autorizzata a pubblicare notizie, come riportano i dati dell’osservatorio Internet NetBlocks.
  • I Paesi che limitano l’accesso ai social e a internet sono sempre di più e la portata dei divieti in rapida ascesa.
  • In Cina, tra le altre ben note manifestazioni di censura e sorveglianza, tra cui il divieto di utilizzo di VPN e social media occidentali e dove Il Grande Firewall cinese è uno dei sistemi di censura web più avanzati al mondo, anche le applicazioni mobile come WeChat e Douyin, due delle più diffuse, vengono costantemente sollecitate dalle autorità di stato, affinchè impediscano la condivisione di determinati contenuti in particolare provenienti da determinati influencer invisi al regime. Recentemente le piattaforme streaming cinesi sono state addirittura costrette a stravolgere un evento innocuo come la reunion di Friends, che ha visto di nuovo insieme i sei protagonisti della popolare sit-com Usa, facendo sparire dai video trasmesso gli ospiti speciali Justin Bieber, Lady Gaga e il gruppo di K-pop Bts, che in passato hanno, per ragioni diverse, irritato Pechino. E anche Hong Kong ha stabilito la modifica della Film Censorship Ordinance per adeguarla alla nuova legge della “Sicurezza Nazionale” che costringerà l’ex colonia britannica ad impedire la diffusione di tutti quei filmati che veicolino frasi, concetti, dialoghi o principi non graditi al pensiero del PCC.
  • In Russia l’intensificarsi delle proteste antigovernative a favore dell’oppositore politico Alexey Navalny, hanno portato Putin ad intensificare le pressioni su Google, Twitter e Facebook; Iran e Turkmenistan, ognuno con le proprie leggi, sono tra i Paesi con il più alto tasso al mondo di censura a internet e ai social media.
  • Mentre da una parte Facebook si dota di un organismo autonomo deputato a prendere decisioni sulla moderazione dei contenuti e annuncia nuove misure “automatizzate” relative al controllo e alla rimozione degli account che operano in violazione dei propri Terms of use, dall’altra l’intelligenza artificiale di Instagram si rivela gravemente fallace e, in determinati contesti risulterebbe persini allenata a riconoscere i post provenienti da alcune minoranze, consentendo alla piattaforma di applicare metodi di “censura collaterale” e nascondere i post pro-Palestina. Tanto è avvenuto durante la campagna di bombardamenti israeliani a Gaza.
  • L’India, recentemente regredita da “più grande democrazia del mondo” ad “autocrazia elettorale”, invita le piattaforme online a rimuovere tutti i post che citano la contagiosa variante indiana del coronavirus e il governo Modi introduce nuove regole che richiederebbero alle app di messaggistica crittografata come WhatsApp di rendere i messaggi “tracciabili”. Nuova Delhi chiede di censurare tweet e post che criticano la gestione della pandemia e Twitter dal canto suo comincia ad etichettare i tweet di alcuni politici indiani come contenenti “messaggi manipolati”.
  • Twitter “banna” un tweet del Presidente della Nigeria che per tutta risposta non perde tempo a “bannare” Twitter.
  • Polonia e Ungheria, da tempo al centro di accesi dibattiti e accuse di limitazione della libertà di espressione e di stampa, sul modello di Parler, hanno sviluppato due social network, chiamati Albicla e Hundub per favorire la circolazione di idee di estrema destra, limitate dalle policy di moderazione dei contenuti delle grandi piattaforme come Twitter e Facebook.
  • Mentre in Germania, le “proteste via Tweet” del cuoco vegano Attila Hildmann, cospirazionista, antisemita ed estremista di destra, accusato di istigazione a delinquere e attualmente latitante, circa la presunta limitazione del suo canale Telegram, riaccendono il dibattito in Europa sul fatto per cui “negare l’accesso ad un social a chi mette in pericolo la società aperta non è un atto di censura bensì di libertà1”, a maggior ragione dopo che gli utenti di Twitter a seguito della condivisione del post di Hildmann hanno reagito “servendosi” del suo stesso hashtag #AttilaHildmann per esprimere piena adesione alla rimozione dei contenuti evidentemente discriminatori del cuoco vegano.

E in America Ron DeSantis, governatore della Florida e possibile candidato repubblicano alle prossime Presidenziali Usa, firma una nuova legge che vorrebbe imporre sanzioni fino a $250.000 al giorno per ogni piattaforma social che bloccherà indiscriminatamente un profilo politico, con ciò sperando di porre un freno alle pratiche di rimozione dei contenuti e deplatforming condotte in modo arbitrario dai poteri privati della Silicon Valley.

Cosa distingue un atto di censura e di rimozione di un contenuto da una buona regolamentazione

Probabilmente, a distinguere un atto di censura da una buona regolamentazione è proprio la bontà delle istituzioni.

E certo la proposta di una regolamentazione globale della rete è un pensiero ormai diffuso che coinvolge sempre più stati e le stesse grandi aziende informatiche, malgrado le evidenti divergenze, in certi casi insanabili, in termini di governance internazionale dello spazio cibernetico, cristallizzate intorno a opposte visioni su quale sia il modello più adeguato e su quale ruolo debba essere riservato alla sovranità cibernetica e alle prerogative nazionali dei singoli stati.

Mentre le autocrazie e i regimi dispotici, come detto, si avvalgono della nozione di sovranità digitale, perseguendo chiari obiettivi di sorveglianza e controllo dello sviluppo tecnologico nazionale, e stabiliscono autonomamente l’ampiezza dei diritti e delle libertà fondamentali gestendo la sicurezza e la privacy dei propri cittadini – e Cina e Russia vengono viste come modello da seguire – sull’altro fronte, gli stati democratici, pur prendendo le distanze dalle diverse manifestazioni di autoritarismo digitale, faticano non poco a definire le proprie politiche di governance ispirate ai principi di trasparenza e responsabilità. E anche in tali contesti tecno democratici i rischi e i dubbi di sorveglianza diffusa, favoriti dalla mancanza di quadri regolatori internazionali, non si fanno attendere, per di più ampliati dalla crisi pandemica in atto.

Se da una parte, infatti, le società di analisi dei dati statunitensi – come Palantir- e le società di videosorveglianza cinesi – come Hikvision – registrano negli stati dell’UE un’impennata delle rispettive forniture su appalto pubblico per far fronte alle esigenze di monitoraggio e contenimento anti COVID-19, dall’altra numerose aziende con sede negli Stati Uniti, Israele, Italia, Germania, Francia e Regno Unito, continuano ad esportare tecnologie di sorveglianza in Medio Oriente e Nord Africa (MENA): tra queste l’italianissima Area spa , accusata di aver venduto fino al 2011 dispositivi di spionaggio alla Siria idonei a consentire che il regime di Bashar al-Assad “potesse intercettare, scansionare e catalogare ogni e-mail inviata nel Paese”.

La posizione della Gran Bretagna quanto al controllo dei contenuti condivisi on line e alla crittografia end – to – end è nota da tempo: il Regno Unito, chiede che WhatsApp e le altre applicazioni e piattaforme social online siano accessibili alle autorità per motivi di intelligence. La recente proposta di legge, Online Safety Bill, il disegno di legge che fa eco all’ Online Harms White Paper, pubblicato più di due anni fa, ha reso evidente l’intenzione di procedere verso un quadro normativo chiaro ed esauriente per l’identificazione e la rimozione di contenuti dannosi dal web a cui si affiancano strumenti giuridici come il Technical Capability Notice (TCN): un’ ingiunzione con cui impedire all’azienda di applicare la cifratura end-to-end.

In Europa, intanto, procedono le concertazioni sulla governance del digitale e le conseguenti fasi di approvazione tanto della proposta di regolamento che intende apportare delle deroghe temporanee (o meglio delle backdoor di Stato) ad alcune protezioni della riservatezza e sicurezza delle comunicazioni previste dalla direttiva ePrivacy, quanto del pacchetto noto come Digital Services Act (DSA), la proposta di regolamento sui servizi digitali che si propone di garantire un ambiente online sicuro, trasparente e responsabile.

E nel mentre, negli USA, attraverso tecnicismi e costruzioni giuridiche varie, i poteri forti e privati delle piattaforme social continuano a mettere alla prova il diritto del Primo Emendamento, fornendo una legittimazione tecnica e contrattuale alla gestione e rimozione dei contenuti condivisi attraverso le rispettive infrastrutture tecnologiche, che evidenzia, nel bene e nel male, la reale portata dell’attuale regime di de-responsabilizzazione delle stesse.

I servizi di comunicazione spina nel fianco dei tecno regimi

The Onion Router – abbreviato Tor – il server schermato a “cipolla” capace di rendere anonima la navigazione web, le applicazioni di messaggistica come Protonmail, Telegram di Pavel Durov, Signal, Threema, che fanno dell’applicazione del principio della minimizzazione dei dati (non puoi infatti compromettere la sicurezza di dati che non possiedi) il mantra delle loro garanzie di riservatezza e trasparenza, e dell’inaccessibilità dei contenuti a governi e autorità il cardine della loro infrastruttura digitale in cui “chiunque” può scrivere e fare qualunque affermazione voglia, l’Uncensored Library, la libreria virtuale (contenente libri e articoli che sono stati censurati nel loro paese di origine. Il link per la libreria viaggia sui social con l’hashtag #TruthFindsAWay) della libertà di stampa costruita all’interno di uno dei videogiochi di maggior successo al mondo, Minecraft, frutto del progetto di RSF che vuole rendere accessibili contenuti giornalistici censurati dai regimi di appartenenza agli utenti dell’Egitto, Messico, Russia, Arabia Saudita, Vietnam, Brasile e Bielorussia – sono alcuni tra gli esempi di servizi di comunicazione e informazione maggiormente noti che hanno inteso contrapporsi alle tattiche di repressione e controllo dei regimi autoritari e dell’ecosistema ad essi correlato.

Ma anche in questo caso il confine tra libertà e abuso della stessa è labile e insidioso e alle preoccupazioni relative ai governi che adottano misure sempre più draconiane per impedire ai propri cittadini di esprimere dissenso si uniscono i timori altrettanto importanti che derivano da un utilizzo incontrollato e pericoloso, da un “cattivo uso”, di questi servizi e del loro lato oscuro (truffe, porno, armi, droga e pedofilia).

Conclusioni

“Dall’India all’Australia fino alla Palestina, ogni giorno ci arrivano nuove storie di indignazione in merito alla rimozione di contenuti”, Carola Frediani riportava qualche giorno fa in un suo articolo su Valigia Blu le parole di Casey Newton, il fondatore ed editore di Platformer. “In alcuni casi, queste rimozioni sono state fatte su richiesta del governo. In altri, le policy delle piattaforme giocano a sfavore delle minoranze, rendendo più difficile vedere i loro post. Ma quale che sia la causa, le lamentele per la censura stanno solo diventando più forti – e il modo in cui le piattaforme risponderanno avrà enormi implicazioni nel mondo”.

Vero.

Eppure oltre alla previsione di quadri regolatori adeguati (come quelli attesi in Europa) sarà proprio la consapevolezza e la responsabilizzazione di ogni utente in relazione all’utilizzo degli strumenti a sua disposizione a fare la differenza.

Ogni diritto e libertà fondamentale è vitale per la dignità l’autonomia, l’autodeterminazione degli individui e quando la sorveglianza, in tutte le sue forme aumenta, si puà essere “dissuasi” dall’esercitare tali diritti e libertà.

Non va bene.

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