Le big tech ci prendono diritti e futuro: urgono nuove forme di governance | Agenda Digitale

l'analisi

Le big tech ci prendono diritti e futuro: urgono nuove forme di governance

I modelli di business delle Big Tech si rivelano sempre più lo specchio di un potere manipolativo fondamentalmente incompatibile con i valori democratici. I Governi stanno cercando di procedere verso nuove forme di governance del digitale, ma ogni possibile soluzione attraversa il terreno spinoso della Silicon Valley

26 Mag 2021
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officer

Lo strapotere delle grandi piattaforme digitali, dai social network ai colossi tecnologici, cresce a ritmi esponenziali, condiziona gli equilibri della rete, aumenta la propria incidenza sulla fruibilità dei servizi essenziali e, capitalizzando l’attuale momento storico emergenziale riesce ad entrare in settori nuovi con poca resistenza come la pubblica istruzione, indirizza il dibattito politico e mediatico contemporaneo richiamando l’attenzione sulla necessità di un repentino cambio di marcia.

I conflitti per la governance di Internet diventano i nuovi spazi in cui il potere politico ed economico si fondono e si sviluppano.

Elusione fiscale, inosservanza dei quadri regolatori, abuso di posizione dominante, violazione della privacy, violazione della proprietà intellettuale, disinformazione, fake news, scarsa trasparenza e uso spregiudicato delle tecniche di profilazione comportamentale e di data analysis, segnano i punti cardine di un’agenda strategica diretta tanto dalle Big Tech, “nemici-amici” a seconda delle convenienze, quanto dagli stessi Stati sovrani.

Programmatic advertising, così Google (e Facebook) manipolano il mercato degli annunci elettronici

La lotta tra Facebook e Apple per il dominio dei dati in rete

Apple ha appena rilasciato un aggiornamento del proprio sistema operativo relativo alle modifiche apportate alla sua privacy policy che incide profondamente nel settore del tracciamento degli utenti e nel mondo della pubblicità. Gli sviluppatori di app d’ora in avanti dovranno infatti ottenere esplicitamente il permesso per il targeting degli annunci multipiattaforma.

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E non è passato molto tempo prima che tanto si trasformasse nell’ennesimo attacco “slugfest ” all’intero modello di business di Facebook incentrato prevalentemente sui guadagni derivanti dai sistemi di programmatic advertising.

Non è un mistero, infatti, che Facebook concentri molte delle sue aspettative di profitto nelle potenzialità dell’e-commerce per il social network, e non a caso gli utenti attivi del suo Marketplace hanno superato nel corso dell’ultimo anno il miliardo, contribuendo significativamente ai numeri da record resi noti dall’ultimo bilancio.

Tramite il servizio reso disponibile dall’App Tracking Transparency, Apple ha ora imposto ad ogni applicazione presente su iOS di dover chiedere in anticipo l’autorizzazione per condividere le informazioni personali dell’utente con broker di dati e altre reti, da destinare alla personalizzazione degli annunci pubblicitari.

Senza consenso, l’applicazione di turno non avrà infatti accesso all’Idfa (Identify for advertisers), ovvero al codice abbinato a ciascun dispositivo che permette di identificare l’utente e quindi di proporgli annunci pertinenti.

Tanto è bastato per rianimare la contesa tecnologica mai sopita tra Tim Cook e Mark Zuckerberg, condotta a suon di recriminazioni e dichiarazioni avverse: diritto alla privacy da una parte e libertà di iniziativa economica dall’altra.

Ed è piuttosto semplice, al di là di ogni tentativo “cool” condotto dalle due multinazionali a colpi di ipocrisia sulla tutela da riconoscere ai diritti degli individui, immaginare sin d’ora come il vincitore di un tale confronto sarà anche in grado di definire le sorti e la direzione del settore dell’advertising online, con un’efficacia immediata ben più incidente di ogni attuale quadro regolatorio e di ogni indagine giudiziaria.

Anche se, come rivela il Wall Street Journal, altrove, altri attori come Procter & Gamble Co., sono già impegnati nello sviluppo di tecniche alternative in grado di aggirare i nuovi presidi privacy di Apple Inc. e consentire comunque la raccolta dei dati dell’iPhone destinandoli ad annunci mirati.

Una cosa ad ogni modo rimane certa: i superpoteri tecnologici americani, ovvero le grandi aziende che “a scopo di lucro” dirigono un sistema pubblico e di servizi pubblici, inevitabilmente seducono e si rivelano in grado di plasmare il modo di pensare e di agire di individui ed istituzioni.

La velocità con cui l’egemonia del settore si è imposta nella tenuta democratica degli Stati, nel condizionamento delle quotazioni di borsa, nelle strategie geopolitiche e nei processi decisionali degli individui, è paragonabile solo al ritardo accumulato dalla società civile e dai legislatori nel percorso di consapevolezza circa la natura trasformativa imponente di queste aziende.

Come un’interfaccia obbligatoria in un contesto di scambi e di economia digitale le Big Tech definiscono le condizioni affinché altre società possano operare nel loro ecosistema; l’infrastruttura tecnologica alla base dei relativi modelli di sviluppo si impone alla società come passaggio imprescindibile, e anche gli Stati sovrani ne subiscono i pesanti effetti delegittimanti, mentre cresce la sensazione di impotenza derivante in modo particolare dalla mancanza di campioni tecnologici alternativi in grado di competere con USA e Cina.

È ora di una nuova era di regolamentazione per le Big Tech?

Secondo i dati riportati dal Wall Street Journal, i colossi tecnologici Microsoft, Facebook, Amazon, Apple e Google, tutti insieme, valgono oggi circa 8000 miliardi di dollari. Ed è questo il risultato di un trend di crescita che, rispetto al 2016, è aumentato fino a raddoppiare, registrando un valore complessivo che, a settembre dello scorso anno, ha addirittura superato l’intero mercato azionario europeo. In quello stesso frangente, Apple, Microsoft, Amazon, Google e Facebook hanno toccato la cifra record di 9.100 miliardi, rispetto ai 8.900 miliardi riportati dall’equity del Vecchio Continente, incluse Svizzera e Regno Unito. Singolarmente presi le multinazionali del digitale sono in grado di superare il valore di economie di paesi grandi come l’Arabia Saudita.

Google, YouTube e Facebook, WhatsApp, Facebook Messenger e Instagram sono i siti e le applicazioni web più visitati in tutto il mondo; insieme a Netflix dispongono di oltre il 40% del traffico Internet globale.

Il traffico web derivante dall’uso dei servizi di Google fornisce alla stessa azienda set di metadati incommensurati e informazioni di mercato quasi perfette e a sua esclusiva discrezione. Apple domina il settore della tecnologia mobile negli Stati Uniti e oltre, Amazon dirige il settore delle vendite di e-commerce e dei servizi web. Google e Facebook insieme detengono oltre i due terzi del mercato della pubblicità online. Microsoft fornisce alle istituzioni aziendali e a quelle governative i propri sistemi operativi.

Ora, è evidente, come le dimensioni e il potere economico, tecnologico e politico assunti dai giganti della tecnologia sollevino, per ogni società democratica, complesse questioni critiche che investono diritti e libertà fondamentali. Eppure, malgrado la loro rilevanza sono domande a cui non è stato ancora possibile rispondere adeguatamente, complice probabilmente anche “lo shock” generato dalla crisi pandemica in corso che ha contribuito tanto a massimizzare la confusione, la paura e l’incertezza sul futuro, con ciò avvantaggiando le élite politiche ed economiche, quanto a minimizzare la protezione dei valori democratici e dei diritti fondamentali.

Lo “Screen New Deal”

Naomi Klein, la nota giornalista canadese autrice del saggio “Shock economy”, pubblicato nel settembre del 2007, ha evidenziato in un recente articolo su”theintercept.com“, peraltro estremamente interessante, come si stia assistendo al rapido sviluppo di quella che lei definisce una “Dottrina dello shock pandemico ” ad alta tecnologia; uno “Screen New Deal“, dove mentre da una parte, a livello globale, si discute apertamente di come smantellare e arginare lo strapotere dei monopoli tecnologici, da Amazon, Facebook e Google, dall’altra i massimi esponenti del potere privato, come il fondatore di Microsoft Bill Gates e l’ex dirigente di Google Eric Schmidt vengono invitati dal governatore di New York Andrew Cuomo per discutere della digitalizzazione delle funzioni statali e dei modi per affrontare la crisi epidemiologica americana. Anche nel Regno Unito, i Big Tech siedono a Downing Street per concordare le strategie tecnologiche necessarie a superare il pericolo Covid-19. Mentre in Europa l’idea di una “sovranità digitale” salvifica viene enfatizzata da Francia e Germania con l’avvio del progetto Gaia X e dalla Commissione stessa con la presentazione del pacchetto “Digital Services Act”.

Ed è questo delle Big Tech un universo tecnologico in continua espansione alimentato dai cosiddetti “effetti di rete” e dalle asimmetrie informative, dominio dei ben noti poteri privati che, rispondendo alla logica per cui “winner takes all”, come sottolineano i ricercatori Rodrigo Fernandez, Tobias J. Klinge, Reijer Hendrikse e Ilke Adriaans, in un report pubblicato su The Tribune, opera come una vasta interfaccia digitale ineludibile e pervasiva utilizzata per gestire relazioni sociali e interazioni tra acquirenti e venditori; che colonizza la vita professionale e le abitudini di ogni individuo e monopolizza i flussi di informazione e comunicazione, annientando gli stessi presupposti giuridici alla base delle attuali logiche del capitalismo, rendendoli del tutto inadeguati e perciò inefficaci.

“Definiscono le condizioni affinché altre società possano operare nel loro ecosistema. È così che possono funzionare come un monopolio senza essere un monopolio”. Sostiene il Professor José van Dijck, dell’Università di Utrecht, alludendo al potere dell’infrastruttura e dei modelli di business delle piattaforme. “Non c’è quasi nessun settore al mondo che possa essere visto indipendentemente da ciò che sta accadendo nei mercati digitali. Stanno definendo come questi altri mercati si svilupperanno in futuro”.

L’accumulo di informazioni sul rilevamento della posizione e sulle attività online, come la rete satura di bot e di intelligenza artificiale, vanificano i presidi eretti dalle normative di data protection e intrappolano gli utenti in una rete di relazioni sociali e commerciali interconnesse, lasciandoli privi di qualsiasi forma di autonomia e controllo. Mentre le profilazioni e le impenetrabili predizioni algoritmiche favoriscono a loro volta la compressione della capacità di autodeterminazione e la discriminazione razziale e di genere.

Le piattaforme di social media, abili interpreti delle regole alla base dell’economia dell’attenzione e maestre dell’abdicazione a scapito della responsabilità per il loro operato, aggravano il disturbo dell’informazione, influenzano la percezione e la comprensione del passato e del presente, generano polarizzazione e condizionano il comportamento degli individui. Non ultimo si servono del proprio potere in grado di abilitare l’azione collettiva per influenzare il voto delle persone e con ciò sancire il successo o piuttosto il fallimento delle strategie politiche dei singoli Stati. In breve, controllano o quanto meno orientano il futuro stesso.

“Queste aziende hanno reso la vita delle persone molto più semplice grazie all’innovazione che hanno creato e questo crea un’alleanza tacita con i consumatori”, spiega il professor Pepper D. Culpepper, docente di Government and Public Policy presso la Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford.

“Città intelligenti” fatte di percorsi dotati di sensori ubiquitari e spesso invisibili alimentano i copiosi database di dati e informazioni asserviti alle tecniche di data analysis, provocando effetti personali di lungo termine sugli individui, di massima rilevanza e tuttavia impermeabili alle normative vigenti. Diritti e libertà subiscono la frenesia dell’attuale stato di eccezione e di emergenza restando in balia delle conseguenze delicatissime e di interesse costituzionale, cruciali eppure fondamentalmente ignorate.

I giganti della tecnologia, infatti, progettano e sviluppano i sistemi tecnologici che poi andranno a costituire l’infrastruttura su cui si svolgono i processi economici, sociali e politici e, tanto basta, per garantire loro un dominio non solo economico bensì ancora prima tecnologico, “algoritmico e di codifica”, oltre che politico e sociale: un’egemonia e un’influenza considerevoli e ciò nonostante opache, al momento difficilmente arginabili dai corrispondenti poteri di regolamentazione delle istituzioni democratiche.

L’autorità pervasiva degli “intermediari digitali” e dei giganti della tecnologia è diventata infatti decisamente inquietante.

Investire negli esseri umani o piuttosto nella tecnologia si sta rivelando una scelta ardua e inconciliabile, specie in questo preciso momento storico dove la pandemia e la comunicazione dell’emergenza, sotto forma di infodemia, vengono abilmente e forse ingenuamente assoggettate ai tiri di vendita e di potere delle élite economiche e politiche amplificandone i poteri di emergenza che, non sempre in modo lungimirante, limitano i diritti umani e rafforzano la sorveglianza statale senza riguardo ai vincoli legali, alla supervisione parlamentare o ai tempi per il ripristino dell’ordine costituzionale.

Nell’era dell’iperconnessione, la sorveglianza ab origine legata a idee come la tutela dell’ordine e la difesa dello Stato, pur nelle sue versioni autoritarie e “sbilanciate”, diviene cardine di una nuova dimensione di potere inteso come controllo, appannaggio esclusivo delle grandi multinazionali del web.

Sanzioni e nuove leggi antitrust basteranno ad arginare il potere delle Big Tech?

“Dobbiamo imporre precisi limiti democratici al potere politico incontrollato dei giganti di Internet”, ha ribadito Ursula Von der Leyen, in un discorso tenuto in occasione dell’avvio dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. “Le nuove tecnologie non devono mai spingersi fino al punto in cui siano altri a decidere come vogliamo vivere le nostre vite.”

Ironia della sorte, la propensione al monopolio della Silicon Valley risale agli hippie; è emersa dallo spirito di idealismo, trasformazione ed emancipazione che la cultura hippie ha inteso contrappore all’oppressione del controllo centralizzato e alla tirannia della burocrazia. L’idea era quella di lasciare che il mercato digitale fosse libero e non ostacolato dai regolamenti governativi, visti quali inibitori dell’innovazione e della creatività.

Eppure ben presto il passaggio del settore tecnologico dai sognatori digitali – culminato nel 2011 durante la “Primavera Araba”, quando l’ondata di proteste che ha investito il mondo arabo ha reso evidente il ruolo importante svolto nella diffusione delle rivolte dall’utilizzo da parte dei manifestanti dei social network – ai monopolisti, immagine delle rivelazioni di Snowden del 2013, dello scandalo Cambridge Analytica, fino al “deplatforming” di Donald Trump e i fatti di Capitol Hill, è stato rapido.

Il cyberspazio è diventato in breve tempo uno dei sistemi più centralizzati del pianeta. L’ottimismo ha lasciato il posto allo scetticismo, e questo alla crisi di fiducia verso le istituzioni e alla necessità di un urgente cambio di marcia che sia in grado di porsi oltre la perdurante semplificazione del dualismo tra l’autoregolamentazione americana e la normativa vincolante europea.

E ora, tutti i leader mondiali sono unanimi nella convinzione di dover procedere verso nuove forme di governance del digitale: dai dossier aperti sulle acquisizioni volte ad eliminare dalla scena e incorporare i potenziali concorrenti disruptive, alle indagini in procinto di attivazione, i procedimenti giudiziari pendenti, fino alla revisione delle modalità di tassazione delle imprese digitali e dei regimi antitrust e all’introduzione di nuovi quadri regolatori del digitale, sono tutte questioni sul tavolo dei decisori politici impegnati nella creazione del nuovo costituzionalismo digitale.

Negli Stati Uniti, la stessa nomina di Lina Khan al ruolo di commissario per la concorrenza si pone in linea con i piani di Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza nota per le sue battaglie contro i grandi marchi del digitale, e con la prospettiva transatlantica legata alla necessaria connessione digitale tra Europa e Stati Uniti.

Anche in Cina, Pechino prepara le sue strategie volte al controllo della crescita dei suoi colossi tecnologici – Batx – Baidu, Alibaba, Tencent e Xiaomi. Il gigante Alibaba viene sanzionato per la cifra record di 2,8 miliardi di dollari per pratiche anticoncorrenziali, mentre gli altri esponenti richiamati al ferreo rispetto delle prerogative del governo di Xi.

L’Australia dal canto suo introduce il controverso Codice australiano, la legge che affronta gli squilibri del potere contrattuale tra le principali piattaforme digitali – Google e Facebook – e le imprese dei media, per regolarne i rapporti commerciali.

L’India, devastata dalle conseguenze della pandemia da Covid 19, sotto la spinta del tecno-nazionalismo dei suoi rappresentanti politici, si accanisce contro il potere dei social media sfruttando le prerogative concesse dall’Information Technology Act.

Russia, Myanmar, Cambogia, ovunque si acuisce l’esigenza di introdurre regole per arginare il potere delle piattaforme digitali specie social media.

Nel frattempo, le grandi multinazionali tecnologiche, continuano a consolidare il loro ruolo di arbitri – sulla base di una delega de facto non disconosciuta dalle istituzioni – operando quel bilanciamento che investe i diritti fondamentali di miliardi di persone e interessi di rilevanza pubblica.

Le stesse vengono favorite o osteggiate dai rispettivi stati di appartenenza a seconda delle convenienze in ballo, competono tra loro per l’egemonia su settori strategici quando addirittura non preferiscono sottoscrivere patti di non belligeranza con effetti diretti in tutti i settori: dal cloud computing alla propaganda computazionale; dal social business alle applicazioni di intelligenza artificiale ,specie di sorveglianza biometrica alimentata dai copiosi database in ambito sia pubblico che privato.

In un caso come nell’altro i poteri privati si rivelano in grado di sancire i nuovi equilibri della rete. Si sottomettono ai governi autoritari e a loro volta assoggettano il potere politico democratico.

Il dominio del cyberspazio, il controllo dei social media, la raccolta e l’uso di Big Data come la priorità attribuita allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, prestano il fianco alle strategie di business delle Big Tech e alle mire egemoniche di alcuni governi, affinché entrambi dispongano del controllo assoluto ed efficiente in grado di consolidare l’affermazione globale delle rispettive egemonie.

Quando le grandi aziende tecnologiche lavorano insieme, favorite dalle fondamenta di irresponsabilità della sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 e dal dogma invalicabile del Primo emendamento della Costituzione americana, per creare un ambiente in cui i diritti e le libertà legati alla passata stagione del costituzionalismo analogico sono ormai inadeguati, e anche le sanzioni inflitte per le violazioni accertate si rivelano inconferenti, è forse tempo che i legislatori agiscano.

Ciò nondimeno, l’incontro tra le tecnologie dell’informazione e il diritto si manifesta ancora come una sorta di incontro-scontro tra una forza inarrestabile e multi-configurabile e un oggetto immobile.

Le strategie per il digitale in Usa ed Europa

Nel mese di ottobre 2020 la House Lawmakers degli Stati Uniti, sulla spinta della leadership democratica del Comitato giudiziario della Camera, ha rilasciato il famoso rapporto di 449 pagine frutto di oltre 16 mesi di indagini che descrive come Amazon, Apple, Facebook e Google, ciascuno nel proprio core business, esercitino un potere di monopolio che offre loro ingiusti vantaggi di mercato, e ne propone cambiamenti radicali tra cui il potenziale smembramento o separazione strutturale degli stessi (con ciò riprendendo alcuni degli argomenti della senatrice Warren), l’aumento del budget destinato alla FTC da destinarsi alla miglioramento dei processi di approvazione o blocco delle fusioni e acquisizioni su larga scala, in combinazione con l’aumento delle multe e delle sanzioni e la riforma delle leggi antitrust, ad oggi, ancora ancorate alla revisione operata dall’Hart-Scott-Rodino Act del 1976.

E anche il Dipartimento di Giustizia, come la Federal Trade Commission oltre a un certo numero di procuratori generali statali – non lesinano certo sforzi investigativi sui giganti della tecnologia per accerterne le potenziali violazioni. Tra questi ci sono quelli del DOJ che, insieme a undici procuratori generali dello stato, ha recentemente intentato una causa civile antitrust presso il tribunale degli Stati Uniti per il distretto della Columbia nei confronti di Google, accusandolo di pratiche anticoncorrenziali ed esclusive nei mercati della ricerca e della pubblicità per la ricerca.

Oltre ai percorsi giudiziari intrapresi dalla FTC contro Facebook e a quelli relativi all’esame delle acquisizioni passate messe in atto dalle grandi aziende tecnologiche.

Da una diversa prospettiva, lungi dal pensare di poter prendere una strada federale condivisa, Stati come il Maryland, l’Indiana e il Connecticut stanno seriamente considerando l’introduzione di regimi fiscali che vadano a tassare i proventi delle pubblicità digitali vendute da aziende come Facebook, Google e Amazon. New York invece si appresta a proporre una serie di emendamenti alle attuali leggi antitrust, ritenute obsolete e inadeguate, cercando di favorire un più agevole avvio delle azioni legali di pertinenza e introducendo la possibilità di procedere con specifiche class action.

In Florida lo “Stop Social Media Censorship Act”, presentato all’inizio di dicembre dello scorso anno, si propone di regolamentare la moderazione dei contenuti attualmente appannaggio degli operatori dei social media sulle loro piattaforme. Nel Nord Dakota, Georgia e Arizona e Massachusetts, diversi disegni di legge si concentrano sulle pratiche di Apple e Google e sulla commissione, fino al 30%, applicata dagli stessi alle vendite di app sui relativi marketplace.

In Canada invece il ministro Steven Guilbeault sollecitato dai parlamentari è impegnato a valutare se e come il disegno di legge Bill C-10 potrebbe modernizzare il Broadcasting Act consentendo al governo di regolamentare tutto ciò che potrebbe essere pubblicato sui social media come Facebook, Instagram e YouTube.

Mentre dal canto suo l’UE, malgrado la sua evidente dipendenza dalle società tecnologiche statunitensi, dopo la recente e controversa introduzione della Direttiva europea sul copyright (ritenuta da molti un modo più per agevolare l’arbitrio algoritmico dei giganti web su più che un residio di libertà), si prodiga nell’ulteriore avanzamento della propria strategia digitale attraverso la presentazione del pacchetto di riforme noto come Digital services act– DSA-DMA. Lo fa destreggiandosi tra le posizioni più estreme espresse da stati come Francia e Paesi Bassi e quelle più flessibili che vorrebbero favorire i campioni europei come Airbnb e Booking.com, convinte che solo limitando il potere dei grandi gruppi tecnologici americani si potrebbe dare nuovo impulso a un’alternativa europea a Google. Dal canto loro, anche le autorità di regolamentazione si spendono energicamente per reprimere le condotte scorrette dei “gatekeeper” – Google, Apple, Facebook e Amazon.

Come l’AGCM italiana, anche la Germania ha aperto un’indagine sugli abusi di Amazon e Apple nella pratica di “brandgating“, secondo la quale verrebbero esclusi dal marketplace di Jeff Bezos altri rivenditori concorrenti quando un brand di rilievo – in questo caso Apple – vende i propri prodotti sull’e-commerce.

In Francia, gli editori e gli inserzionisti, appoggiati anche da Facebook- preoccupato che i propri profitti vengano danneggiati dalla nuova funzionalità di Apple introdotti con le recenti modifiche alla propria privacy policy – attaccano quest’ultima, accusandola di comportamenti anticoncorrenziali e abuso di posizione dominante.

L’Italia intanto sta esaminando le condotte di Google per presunto abuso della sua posizione dominante nel mercato italiano della pubblicità display online ed è di questi giorni la sanzione da 100 milioni di euro per abuso di posizione dominante che l’Antitrust ha inflitto alla società.

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In UK, la Competition and Markets Authority – CMA, sollecitata dalle considerazioni emerse nel rapporto commissionato dal governo e preparato da Jason Furman, chiede al governo di introdurre un nuovo regime normativo favorevole alla concorrenza per contrastare il potere di mercato di Google e Facebook e annuncia il lancio della Digital Markets Unit (DMU).

E tuttavia tanto non pare scalfire minimamente i piani di Google e delle altre Big Tech – “alleate” per l’occasione – impegnate in aggressive campagne di lobbying per contrastare o quantomeno rallentare le strategie di governance del digitale portate avanti del commissario francese Thierry Breton e dalle istituzioni di Bruxelles. Anzi, il processo di “specializzazione” dell’industria del lobbismo tra Bruxelles e Washington ne trae nuova linfa e contribuisce a rendere in modo particolare il pacchetto DSA dell’UE l’obiettivo cardine urgente dei facoltosi lobbisti tecnologici: ciò peraltro è quanto emerge da un documento interno di Google reso noto dalla testata francese Le Point, in cui risalta la ferma intenzione dello stesso “di rimuovere i vincoli irragionevoli al proprio modello di business e di “reimpostare la narrativa politica” attorno alla legislazione proposta. E se in Europa Sundar Pichai, dopo la fuga di notizie, si scusa con Thierry Breton, a Washington, invece, l’Internet Association, che rappresenta le principali società Internet mondiali tra cui Google, Amazon e Facebook, incoraggia il governo federale americano ad “agire con decisione e rapidamente per prevenire la rapida espansione delle iniziative dannose” promosse in Europa.

Conclusioni

Costruire un futuro digitale più equo si sta rivelando un’impresa piuttosto ardua e, certo, ogni possibile soluzione attraversa necessariamente il terreno spinoso della Silicon Valley.

I modelli di business delle Big Tech si rivelano troppo spesso lo specchio di un potere manipolativo fondamentalmente incompatibile con i valori democratici.

Il punto critico di svolta necessario tanto alla tecnologia quanto alla società evidenzia opportunità importanti ma rivela anche la necessità di introdurre misure urgenti per affrontare problemi urgenti.

Tramontata la stagione delle rete intesa come “tecnologia della libertà”, che avrebbe consentito l’autodeterminazione sia politica che economica, e del liberismo tecnologico alimentato dalla delega in bianco rilasciata ai poteri privati investiti di funzioni para costituzionali, per comprendere cosa significherà la tecnologia per il futuro della società, del diritto e della rete stessa, dovremo intanto impegnarci a capire in che modo la progettazione delle tecnologie dell’informazione e della raccolta dei dati all’interno dei modelli di business dei giganti del web sta riflettendo e riproducendo la nuova dimensione del potere economico e politico destinato ad incidere nella sostanza e nell’interpretazione delle garanzie legali fondamentali, entro le quali vengono definiti diritti, libertà, obblighi e le modalità con cui vengono applicati.

Nel mentre “la plasticità del codice digitale offre punti di leva normativa sia agli attori statali che a quelli privati”[1] da cogliere con consapevolezza e capacità di visione in vista dell’effettività delle tutele dei diritti in gioco nell’era dei Big Data.

  1. Between Truth and Power: The Legal Constructions of Informational Capitalism. Julie E. Cohen.© Julie E. Cohen 2019. Published 2019 by Oxford University – e Lawrence Lessig, Code and Other Laws of Cyberspace, (New York: Basic Books, 1998).
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