Cambiamenti

Big data, lo storytelling per dare un senso “umano” alla marea di dati

Come in una commedia shakespeariana, dove le vicende umane si svolgono entro scenari densi di presenze magiche, così gli sviluppi tecnologici ci vedono immersi in un tessuto connettivo dove l’onnipresenza dei dati ci porta a guardare la realtà circostante non solo come materia inerte, ma anche come possibilità narrativa

03 Ott 2017
Giulio Lughi

Consulente in media digitali, già professore nell'Università di Torino

storytelling

Oggi si parla sempre più di storytelling, poiché “raccontare storie” sembra essere l’espediente comunicativo più potente per giungere al cuore delle cose, per far capire più intensamente l’essenza di ciò che intendiamo descrivere o spiegare.

Perché si usa storytelling, un termine inglese? Innanzitutto perché copre un campo semantico più ampio rispetto ai termini italiani: romanzo, racconto, narrazione, narrativa, ecc. restano infatti limitati all’ambito letterario e al linguaggio verbale (orale e scritto), mentre lo storytelling si applica anche al campo del visuale, soprattutto dell’immagine in movimento (video e cinema); inoltre, a differenza dei termini italiani citati sopra, lo storytelling comprende testi sia di fiction (di nuovo un termine anglosassone intraducibile, che comprende letteratura e cinema), sia di non fiction, come giornalismo, formazione, pubblicità, e altro.

Per rendersi conto dell’estensione che questo termine sta prendendo, basta vedere come viene utilizzato in campi molto diversi da quelli a cui lo si associa abitualmente (quello letterario e quello cinematografico). Troviamo infatti:

  • Educational Storytelling: il riconoscimento che lo storytelling è uno strumento potente nei processi di apprendimento, in quanto elabora i significati dell’esperienza, integra i nuovi dati negli schemi concettuali precedenti, favorisce la memoria e la condivisione del sapere;
  • Visual Storytelling: tendenza sviluppata negli ambienti professionali di grafica e design, che tende ad esaltare il potere narrativo delle immagini e degli oggetti;
  • Advertising Storytelling: mentre si appanna l’autoreferenzialità del logo, la necessità di puntare su strategie di engagement dell’utente porta il mondo pubblicitario verso forme sempre più spiccatamente narrative;
  • Corporate Storytelling: è la tendenza a personalizzare l’identità delle imprese mediante la loro storia; ma non si tratta solo di un pratica aziendale, anche la severa Fondazione CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) organizza dei corsi sull’ “opportunità di un racconto avvincente per comunicare l’Università”;
  • Journalism Storytelling: in ambito anglosassone la scrittura giornalistica è sempre stata definita come “to tell a good story”; ancor più oggi lo sviluppo e la facilità di produzione dei web-doc e delle forme di content curation stanno riorientando articoli e reportage in direzione narrativa;
  • Data Storytelling: con l’aumento esponenziale dei big data, soprattutto in forma open, si sviluppa una convergenza fra analisti di dati, progettisti, grafici e storyteller, in funzione di uno storytelling orientato sia al giornalismo (data journalism), sia ai processi di trasparenza fra amministrazione e cittadini, sia a forme di analisi e comprensione di grandi quantità di dati.

Soprattutto quest’ultima tipologia, il Data Storytelling, mette in risalto come lo storytelling stia emergendo sempre più sullo scenario culturale come strumento in grado di gestire la complessità. Ormai neanche i blogger più ingenui considerano la costruzione di storie un “mettere gli eventi uno dietro l’altro”: la capacità interpretativa della mente, che consente di organizzare e spiegare il reale attraverso storie complesse, a volte solo possibili, a volte anche improbabili (vedi la fantascienza), prende avvio nell’antichità con i grandi miti di fondazione della civiltà, lo storyworld, e continua nella storia dell’umanità fino alla psicoanalisi, che studia un campo apparentemente “fuori dalla realtà”, ma ad alta intensità emotiva (i sogni), dove il racconto dimostra tutta la sua potenza creativa smontando e rimontando la realtà quotidiana proprio per esplorare e spiegare le dimensioni più profonde e nascoste della conoscenza.

Costruire storie significa costruire il senso, una pratica tanto più necessaria in un contesto culturale come quello contemporaneo che ha bisogno di elaborare la riflessività necessaria per capire cosa sta cambiando nei flussi sociali, nelle logiche della produzione e del consumo, nelle nuove forme di relazioni fra le persone. Lo sviluppo dei big data infatti porta con sé lo smarrimento, l’ansia cognitiva, la consapevolezza dell’impossibilità di cogliere tutta la complessità che governa la sterminata quantità di dati disponibili.

Un problema cognitivo, dunque, che sicuramente dipende dalla perdita di linearità nella trasmissione culturale (dai vecchi ai giovani; dai maestri agli allievi; dai libri ai lettori; dall’inizio alla fine del testo; dallo schermo allo spettatore; ecc.), e dalla pervasività della dimensione reticolare; ma sicuramente dipende anche da questi fattori di quantità e complessità. Il sistema di organizzazione culturale tradizionale, basato sulla stampa, sugli archivi, sulla conservazione, sulla raggiungibilità sistematica del sapere viene affiancato oggi dal mondo dei big data, che sembra ormai al di là della portata della comprensione del singolo, talmente complesso da poter essere interpretato solo dagli stessi strumenti che l’hanno prodotto, gli algoritmi.

Da qui l’interesse rivolto allo storytelling come forma più empirica, agile, flessibile, di accedere alla conoscenza; come elemento organizzatore che consente di selezionare i dati e poi connetterli secondo modalità che non sono rigide, come quelle delle procedure algoritmiche, ma esplorative e nomadi, simili al vagabondare in terre sconosciute. L’interactive storytelling aggiunge un elemento in più: la mano che gestiva il mouse per muoversi fra i bivi del racconto, o che impugnava il joystick per immergersi nei videogiochi tridimensionali, si è ora spostata sullo schermo dello smartphone, diventato una specie di bacchetta per l’odierno rabdomante: attraverso lo smartphone, il nuovo lettore–spettatore è diventato anche viaggiatore, il suo testo sono gli spazi urbani mediati, interattivi perché ormai l’ubiquitous computing dissemina ovunque microelaboratori in grado di ricevere input ed emettere output.

Come in una commedia shakespeariana, dove le vicende umane si svolgono entro scenari densi di presenze magiche, di folletti e spiriti soprannaturali, di entità sensibili e flussi emozionali, così gli sviluppi tecnologici attuali ci vedono immersi in un tessuto connettivo dove l’onnipresenza dei dati e la pervasività dei flussi comunicativi ci porta a guardare la realtà circostante non solo come materia inerte, ma anche come possibilità narrativa, fatta di atomi, certo, ma soprattutto di bit.

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