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Al cinema

Blade Runner 2049, quattro algoritmi per raccontare 152 minuti di nulla

Quando devi raccontare un film, a chi quel film non l’ha visto perché si è placidamente addormentato accanto a te, ti tocca individuare anche il significato celato ma quando non c’è cosa fai? Riempi il nulla

25 Ott 2017

Edoardo Fleischner, Comunicazione crossmediale all'Università degli Studi di Milano, progettista crossmediale


Abbiamo mangiato due filetti di branzino con asparagi. Niente vino. Acqua minerale. Ciascuno reagisce in modo diverso a 152 minuti di film.

Lei ha dormito. Perfettamente. Senza interruzioni. Io sveglio. Non mi addormento mai. Neppure all’opera. Terribile. Anche perché ho dovuto raccontarle la trama. Ma voleva anche l’atmosfera. E come erano gli attori. E la regia. E la fotografia. E la musica. Gli effetti sonori. E il significato: “Quello che il film non dice, ma c’è. Me lo dici sempre…”.

Tornando a casa ho pensato alla risposta per l’ultima richiesta. E le sue combinazioni.

“Quello che il film dice e c’è”.

“Quello che il film non dice e non c’è”.

“Quello che il film dice, ma non c’è”.

Quattro algoritmi.

“Perché vedi, il fatto è che comunque non oggi, magari, oppure sì, o addirittura oggi, incredibile vero? Già oggi c’è qualcuno, insomma qualche entità, qualche governo, qualche azienda che i replicanti li ha veramente già creati? E il problema è proprio darci un’anima, che poi cosa vuol dire? È un concetto da religione. O comunque è, diciamo, metafisico.

Ma quale anima!

Noi al massimo abbiamo un cervello e un po’ di corpo annesso. È tutto lì dentro e un po’ fuori, fuori inteso come gli altri cervelli. Stai dormendo?”

“No, no, ti ascolto, anche se sei tu che mi sembri un po’ fuori”. Bontà sua.

E comunque che vuol dire replicante? Dicano le cose come stanno. Si sta avverando tutto quello già scritto in montagne di libri e film… ci sono già i replicanti fra noi. Esagero? Ok esagero! E non voglio metterla sul “siamo tutti replicanti, tutti soldatini uguali, tutti a marciare in fila per tre” certo che quando li faremo, quando li creeremo, li faremo così uguali che avranno il DNA e tutto il resto… mi segui?”

“Certo che sì! Devo solo guidare… Direi che sono pensieri banali… ma il film era così ovvio?”

“Beh no… ma questa cosa della completa duplicazione dell’essere umano, non può che portare alla riproduzione fra loro, fra i replicanti, non c’è scampo. È da sempre che vogliamo diventare dio. E creare esseri a nostra immagine e somiglianza. Per parlarci quanto vogliamo. Per farli nascere e morire. Per affezionarci. Per farci fare compagnia. Per averli come schiavi. Per averli come ribelli. Per ucciderli. Per terminarli.  Il solito problema degli umani. Dominare sugli altri… con l’eterna scusa che gli vogliamo bene…”

“Ti ha preso il filmaccio, eh?”

“Ma figurati!… Magari siamo noi dei replicanti di quel dio che ci raccontiamo… Lui o lei ci hanno impiegato milioni d’anni a replicarsi e noi altrettanti milioni a replicarci. Dunque è il destino dell’umanità. Creare una nuova specie. Homo artificial sapiens. Fa impressione, vero? Certo con un’ora e quaranta di buio, blu notte, neve artificiale, polvere, acqua, auto volanti e favelas di grattacieli, dove tutto quello che accade sta nel trailer, non possono che venirti dei pensieri. Magari quei 152 minuti di schermo vuoto, pieno di resti del mondo, di montagne di rifiuti industriali, veri protagonisti della pellicola, vogliono essere in contrapposizione con la bulimia d’eventi di questo nostro mondo fuori dallo schermo. Mentre le uniche cose che ci accomunano col mondo frantumato di quel futuro 2049 è il dover aprire l’ombrello quando piove e un vecchio cane arruffato e sporco che guarda in silenzio il suo padrone portato via a forza…”

“Ma c’erano tutte queste cose?”

“Le uniche vere…”.

“Ah!…”

“Poi c’è la faccenda delle memorie, le memorie della vita. Per questi replicanti di nuova generazione c’è una tipa che ti prepara i ricordi di perfette feste di compleanno, oppure tu che nascondi un tuo cavalluccio di legno così i tuoi amichetti non lo trovano… così puoi pensare di essere proprio nato dal ventre di una mamma, d’aver giocato, corso, riso, pianto ed essere stato consolato. Ridicolo! Oppure mica tanto. Ricordi insertati nel cervello… È come dire che hai dei contenuti che ti porti nelle cellule cerebrali. Insomma come quando ci chiediamo se abbiamo comportamenti innati o comportamenti appresi… Ce lo chiediamo così spesso! Noo?”

“Beh, allora è un film che fa pensare!” Si concentra sulla guida.

“Occhio che è giallo!” Se pensare è riempire. Non rimane che riempire quel nulla. Ci ho messo dentro tutto.  Tutti e quattro gli algoritmi.

Ha posteggiato. Ha infilato la chiave nella serratura e mi ha detto: “Un capolavoro! Chissà se lo daranno in tv”.

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