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utopia

Boccia Artieri: “Che c’è dopo la fine dell’utopia di internet”

di Giovanni Boccia Artieri, Professore di Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

12 Lug 2017

12 luglio 2017

Se pensiamo la Rete come una realtà eter-utopica usciamo dall’illusione progressista o negativista della tecnologia in sé e per sé e ci addentriamo in un terreno comprensivo capace di dare maggiormente conto della complessità non internet-centrica del reale contemporaneo

Pensare la tecnologia nel ‘900 significa confrontarsi con le tracce di un pensiero utopico che la pervade. L’utopia tecnologica è da intendersi secondo quella ambiguità polisemica che ne contraddistingue la semantica, tra la promessa di costruire un ambiente in cui essere felici (eutópos) e la tensione alla produzione di un non-luogo (outópos), senso implicito che assumerà lungo la fine del secolo in un modo fattuale che è generato dalle tecnologie dell’informazione, quando all’utopia della tecnica si sostituisce, nel compiersi della modernità, l’utopia cibernetica.

L’utopia della tecnica struttura uno spazio – fisico e cognitivo, come dei desideri e dell’immaginario – che è quello dell’era industriale in cui la molteplicità si struttura in forme organizzate gerarchicamente, in cui la regolazione è di tipo energetico – sul versante metaforico della tecnologia – e disciplinare – osservando il potere e le forme istituzionali. Il mito del progresso, come miglioramento continuo dell’umanità guidato dalla tecnica, è la grande utopia che dà forma all’immaginario sociale e scientifico con cui si entra nel ‘900.

L’utopia cibernetica è invece quella della società post-industriale, del terziario avanzato, e struttura una spazialità più fluida, di tipo orizzontale, che assume il suo senso regolativo in una prospettiva reticolare. La regolazione cibernetica è di tipo automatizzato, è quella della tecnologia dell’informazione, e sostiene una società del controllo che trova la sua forma più compiuta nel dispiegarsi della diffusione della tecnologia computazionale in ogni ambito del quotidiano, sia del lavoro che del tempo libero. Alla fiducia nel progresso generato dalla tecnica, come progetto di evoluzione continua del miglioramento della società e dell’uomo, si sostituisce una nuova utopia, quella della smaterializzazione della realtà per opera della tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Anche qui ci troviamo di fronte ad un’evoluzione progressiva ed inesorabile guidata tecnologicamente: non il progresso ma la progressiva dematerializzazione del mondo che prende corpo nel progetto teorico/tecnico del virtuale.

Almeno così per come viene inteso negli anni ’90 sull’onda di una letteratura scientifica e di intrattenimento che assorbe le suggestioni dei primi progetti di Realtà Virtuale immersiva e porta alle estreme conseguenze il rapporto tra atomi e bit che le tecnologie computazionali, non ancora connesse nell’Internet che conosciamo, lasciano intravedere. Questa seconda fase dell’utopia tecnologica si innesta in un clima culturale e teorico che contraddistingue l’era della globalizzazione e del capitalismo post industriale che vede dissolvere tutto ciò che è solido: lo Stato, le identità collettive, le imprese, ecc. L’universalità del mercato, la quarta rivoluzione tecnologica, la crescita di interdipendenza economica, l’emergere di una società mondializzata, prefigurano un mondo sempre più decentrato fatto di diversi nodi di una rete eterarchica.

È però nella modernità più tarda ed avanzata, quando la natura cibernetica e auto-regolativa della società viene supportata e sospinta non solo dai progetti di una tecnologia informatica ma dal suo intrecciarsi con le telecomunicazione e la strutturazione di una rete di uomini e macchine che rendono la connessione tra nodi visibile nel progetto Internet, che troviamo un cambio di direzione dell’utopia cibernetica negativa che immagina una progressiva volatilizzazione della realtà per opera della tecnologia a favore di un’utopia positiva che interpreta il senso della cyber-connessione che cominciamo ad osservare.

Avvicinandoci alla fine del secolo scorso la suggestione del progetto virtuale e di de-materializzazione del mondo incorporati nella visione delle tecnologie che ci circondano lasciano quindi il posto ad una nuova cyber-utopia che ci condurrà all’ingresso del nuovo millennio. È in questo clima culturale che l’utopia del virtuale come dematerializzazione del reale si afferma prima di essere sostituita da una terza utopia tecnologica, quella della Rete.

La cyberutopia, così come viene tracciata da Pierre Lévy nel suo “L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio” – tradotto per Feltrinelli nella collana Interzone che in Italia ha supportato il diffondersi del tecno-utopismo connesso a Internet – ha la funzione positiva di favorire uno spirito critico perché spinge a confrontare il reale con un universo di valori possibili e questo contro «il nichilismo scettico, postmoderno e paranoico che impera nella maggioranza dei mass media e delle università» (p. 22). In pratica l’affermarsi delle tecnologie digitali connettive costituiscono per Lévy la premessa per un accrescimento economico, culturale, politico che si associa all’emergere di un movimento sociale sospinto da una tecno élite cyber culturale, che dà forma ad un progetto di diffusione ed allargamento planetario che ha una sua tensione ideologica nell’intelligenza collettiva e nelle comunità virtuali.

Se ripercorriamo il pensiero dominante su Internet ritroviamo una perfetta sintesi di questa utopia negli scritti di autori come Howard Rheingold o Sherry Turkle, di Kevin Kelly o David Weinberger. È l’utopia cibernetica nella sua versione “cyber connettiva”, che genera una narrazione fatta di comunità virtuali, di accesso permanente e condiviso del sapere, di tecno-democrazia sospinta da un egualitarismo digitale e da un libertarismo espressivo che talvolta sembra determinato dalla tecnologia di rete in sé e dalle sue proprietà informatiche.

Spesso abbiamo a che fare con una narrazione sociale consolatoria che ha le sue basi nella cyber utopia. Troviamo così esaltata una natura salvifica della Rete, in particolare nella deriva che assume attorno al concetto di “comunità virtuale” che tenta di rinsaldare paradossalmente la modernità più avanzata con le forme sociali di solidarietà organica pre-moderne. E al contempo con atteggiamenti culturali che definiscono un contesto discorsivo su Internet caratterizzato da opposizioni del tipo beatificazione vs. demonizzazione che enfatizzano il ruolo escatologico della tecnologia rispetto alla nostra società, influenzando l’immaginario di questa nostra tarda modernità. Si tratta, ancora una volta, di un’esaltazione della natura metafisica della téchne che ha la stessa matrice dei discorsi introdotti dal principio di de-materializzazione della utopia della simulazione.

La visione cyber utopica – come ideologia liberatoria associata al diffondersi della rete Internet e delle possibilità comunicative connesse – esaurisce la sua spinta propulsiva nel momento in cui la penetrazione ubiquitaria delle tecnologie di comunicazione digitale tocca la routine del mondo della vita quotidiana e in cui il progetto di globalizzazione politica ed economica dell’occidente a capitalismo avanzato rivolge il suo sguardo alla Rete come strumento di esportazione liberale della democrazia.

Il progetto emancipativo di un modello democratico che associa il progetto tecnocratico delle “autostrade dell’informazione” di Al Gore sotto la presidenza Clinton alla cyber cultura lascia il passo ad una “secolarizzazione” dell’info-tecnica: Internet comincia ad assumere un ruolo rilevante nella politica degli Stati. In particolare è appunto l’occidente a vedere nella penetrazione della Rete e nelle pratiche connettive tra le persone e di redistribuzione dell’informazione – in particolare con l’emergere ed il diffondersi di blog, siti di social network, progetti wiki, ecc. – una praxis per l’esportazione di democrazia. Nel gennaio 2010 il segretario di stato degli Stati Uniti d’America Hillary Clinton tiene al “Newsmuseum” un discorso sulla libertà di Internet  in cui facendo riferimento alle possibilità connesse a siti, blog e social network sostiene “Dobbiamo mettere questi strumenti nelle mani di persone che li usino per il progresso della democrazia e dei diritti umani”. È la stessa amministrazione che chiederà a Twitter di rinunciare alla sua manutenzione nei giorni della green revolution in Iran per non chiudere un canale di produzione e distribuzione delle informazioni in un momento di protesta ed emancipazione democratica della popolazione. Sembra di osservare sotto traccia l’ideologia cyber utopica ma a ben guardare si tratta di un salto di qualità che dopo l’11 settembre la politica dell’occidente ha realizzato pensando alla funzione che la Rete può avere nell’“esportazione della democrazia”.

Ci troviamo così di fronte ad un contesto diverso in cui attitudine populista e interessi di Stato si associano pragmaticamente. La componente demagogica se vogliamo resta come rischio, come sottolinea Evgeny Morozov nel suo “The net delusion”, quando si abbraccia in pieno la convinzione che la tecnologia «darà potere a gente che, oppressa da anni di regime autoritario, inevitabilmente si ribellerà, mobilitandosi attraverso SMS, Facebook, Twitter e qualunque altro strumento arrivi l’anno prossimo» (p. XIV). Su questo versante resta l’entusiasmo diffuso su media di massa, attivisti on e off line e alcuni teorici della cybercultura mentre la consapevolezza della realtà a due facce della Rete sembra essere più evidente nelle forme di praxis da giocare in campo politico e giuridico del diritto all’informazione.

La fine dell’utopia passa così da un approccio che Morozov definisce, in modo critico, di Internet-centrismo e che rappresenta il versante di filosofia dell’azione che delinea le strategie di inclusione di Internet come tecnologia di mutamento a prescindere dal contesto in cui questo operi.

All’utopia della tecnologia si sostituisce così la praxis.

Questo non toglie che ci si trovi comunque di fronte ai rischi prodotti dall’associare alla Rete una funzione di progresso (democratico) in sé e per sé, attribuendo quindi a Internet un potenziale trasformativo positivo per il quale: Internet=maggiore informazione libera e quindi garanzia di avanzamento democratico di un Paese. Per questo motivo occorre oggi ripensare la categoria della utopia tecnologica verso una dimensione che meglio incarni lo stato di possibilità non necessario legato alle tecnologie, come l’uso di Internet fra liberazione e repressione nei diversi Paesi sta mostrando. Esauritasi nel ‘900 la forza esplicativa nella sua funzione progressista e critica si tratta oggi di superare le forme di ambiguità semantica contenute nel concetto di utopia aprendo a percorsi di senso diversi.

L’utopia nel suo incarnarsi nel processo evolutivo delle tecnologie vive oggi una sua tensione di sospensione non realizzativa: non è tanto da intendersi quindi come uno stato di irrealtà capace di dare concretezza alla realtà, come ad esempio possiamo intendere la “funzione utopica” novecentesca messa in luce da Ernst Bloch nel suo Il principio speranza, ma incarna lo stato di potenzialità all’attualizzazione senza una realizzazione necessaria. Incarna cioè lo spirito di contingenza dei tempi, uno stato di possibilità che non è quell’“oggettivo possibile” che la scienza con il suo dispiegarsi mostra, ma una potenzialità irrisolta che rappresenta il versante culturale di quello che la scienza propone e predispone.

In pratica ci troviamo di fronte ad una relazione tra utopia e téchne che sembra mutare il senso della “funzione utopica” in altre direzioni, in direzioni non consolatorie, non augurali, direzioni come quelle aperte dal concetto di eterotopia di Michel Foucault che definisce tutti gli spazi che sono connessi agli altri spazi, presentandosi come luoghi di connessione e di transito, reale, comunicativo o cognitivo. Le eterotopie sono in tal senso più inquietanti delle utopie «perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la “sintassi” e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa “tenere insieme… le parole e le cose”(Le parole e le cose, p. 8). E Internet, come acquisizione evolutiva di una tecnologica che supporta le forme di comunicazione della società, rappresenta al meglio oggi la complessa relazione semantica fra utopie ed eterotopie. Ed è forse proprio nello spazio mediano, nell’esperienza mista fra utopie ed eterotopie che possiamo trovare un percorso esplicativo. Foucault in Eterotopia usa l’esempio dello specchio come luogo ibrido fra utopia ed eterotopia. Da una parte esso è un’utopia perché consente di vederci in un luogo in cui non siamo “in uno spazio irreale che si apre virtualmente dietro la superficie” (p. 14). Qui posso osservarmi dove non sono, attraverso l’immagine che mi rimanda, attraverso cioè un’operazione riflessiva. Ma allo stesso tempo lo specchio è un’eterotopia, poiché la sua esistenza è reale e produce un “effetto di ritorno” nel luogo in cui mi trovo: “io ritorno verso di me e ricomincio a portare il mio sguardo verso di me, a ricostruirmi là dove sono” (ivi).

È un’eterotopia perché il mio osservarmi è reale e mette in connessione il luogo in cui mi trovo con lo spazio circostante, ma allo stesso tempo mi richiede, proprio perché sia percepito, di passare da un’utopia irreale che è il punto virtuale dello specchio. Se usciamo dall’idea che lo specchio sia la semplice metafora di qualcosa, ad esempio della Rete Internet, e ne cogliamo il portato analogico, ad esempio con la Rete Internet, possiamo osservare come questi spazi mediani eter-utopici a. mettano in stretta connessione paesaggi esteriori e paesaggi interiori, b. siano dispositivi di riflessività che non si limitano a “rispecchiare” ma attivano modalità riflessive, cioè la capacità di osservarci mentre osserviamo e c. fondino la realtà su una percezione che passa necessariamente da forme di un reale non materiale, ma non per questo non autentiche. La loro autenticità sta nella loro natura analogica con le forme della realtà.

Se pensiamo la Rete come una realtà eter-utopica usciamo dall’illusione progressista o negativista della tecnologia in sé e per sé e ci addentriamo in un terreno comprensivo capace di dare maggiormente conto della complessità non internet-centrica del reale contemporaneo.

La realtà della praxis di Internet, quella delle piattaforme proprietarie, dei walled gardens, degli algoritmi che creano bolle informative, della polarizzazione che pare insita nella Rete, ci hanno trascinato prepotentemente fuori da ogni sogno utopico. Ma questo non significa ricadere sotto un determinismo tecnocritico che spazza via i vissuti, le pratiche di senso intessute dagli utenti, insomma: le loro utopie personali e collettive. È nella visione eter-utopica che possiamo cogliere la distanza fra i capitalisti del digitale e i loro progetti di chiusura e la molteplicità di forme riflessive che la connessione produce.

Questo testo è largamente fondato sul mio saggio Eter-utopia e internet. Fuori dal Novecento e dalla cyber-utopia, in: Mazzoli L. e Zanchini G., Utopie. Percorsi per immaginare il futuro, Codice, Torino, 2012, pp. 119-133;

 

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