Brevetti, il Patent office Usa dice no ai "robot inventori": le conseguenze della decisione | Agenda Digitale

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Brevetti, il Patent office Usa dice no ai “robot inventori”: le conseguenze della decisione

Per l’Ufficio brevetti Usa, il robot non è una persona fisica e non ha diritto neppure a chiedere un brevetto, figurarsi a ottenerlo. Una decisione comprensibile, se vogliamo. Ma una questione complicata resta sul tavolo: chi possiederà le “macchine” più intelligenti, potrà diventare titolare di un oligopolio sui brevetti?

30 Apr 2020
Guido Scorza

Autorità Garante Privacy


L’intelligenza artificiale e i robot che le danno forma possono e potranno fare, ogni giorno di più, tante cose ma, almeno per il momento, non possono essere inventori o, almeno, anche laddove lo siano non possono esserlo nella forma, in una domanda di brevetto.

È la sintesi di una decisione pubblicata ieri dall’ufficio brevetti americano con la quale nel respingere il ricorso avverso un provvedimento di diniego di brevetto richiesto per conto e nell’interesse di un sistema di intelligenza artificiale, la Commissione di ricorso ha messo nero su bianco che, ai sensi della disciplina americana, l’inventore che ha diritto a vedersi attribuire, qualora ne sussistano i presupposti, un brevetto per invenzioni deve sempre e comunque essere una persona fisica, un umano.

Il robot non è una persona fisica

Per quanto l’invenzione di cui si chiede il brevetto sia proprio stata generata dall’intelligenza artificiale e per quanto geniale essa sia, il robot non è una persona fisica e non ha diritto neppure a chiedere un brevetto, figurarsi a ottenerlo.

Nel caso di specie l’inventore artificiale in questione si chiama DABUS, è un inventore-non inventore seriale con al suo attivo oltre 350 “invenzioni” ed è una “macchina creativa”, come la definisce nel ricorso Stephan Thaler, il fisico che gli ha dato i natali, progettata e sviluppata proprio con il compito di produrre trovati inventivi.

E, a leggere il ricorso, sembra quasi di capire che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione tecnico-giuridica o economica, Thaler si sia imbarcato nella sua crociata contro il sistema brevettuale americano un po’ per principio, perché, semplicemente non ritiene che sia né giusto, né etico che sia lui – o chi per lui – a prendersi il merito di un’invenzione fatta dalla sua macchina.

Nessuno spazio per etica e politica dell’innovazione

Ma la decisione dell’ufficio brevetti, lascia, come è giusto che sia, poco spazio all’etica e alla politica dell’innovazione in generale e, limitandosi a interpretare le norme, stabilisce che quando le regole parlano di “chiunque” come potenziale titolare di un brevetto in quanto inventore o di “individuo o individui”, fanno riferimento necessariamente a un umano.

E, in questo senso, d’altra parte, si è già pronunciata in passato la giurisprudenza americana in ipotesi nelle quali, a chiedere di essere riconosciuti inventori, non erano robot o sistemi di intelligenza artificiale ma lo Stato o società private.

La risposta è sempre stata la stessa: l’inventore, legge brevetti alla mano, è necessariamente una persona fisica mentre Stato o Società possono, naturalmente, essere identificati come titolari dei diritti brevettuali.

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Non c’è ragione – né possibilità alcuna – secondo l’ufficio brevetti USA, per rivedere questa posizione ora che a chiedere di essere riconosciuto inventore è – e sarà sempre più di frequente – un robot.

Lo sforzo mentale inventivo che la legge richiede appartenga all’inventore, secondo l’ufficio brevetti non può che essere quello di una persona fisica perché la macchina non ha una “mente”.

E a poco valgono anche, secondo la Commissione di ricorso del Patent office USA le considerazioni di matrice politica svolte dal ricorrente sulla circostanza che riconoscere la qualificabilità di un robot come inventore costituirebbe un notevole incentivo allo sviluppo dell’innovazione e scrollerebbe via al sistema un po’ di ipocrisia oggi presente nella qualificazione come inventori di persone che effettivamente non lo sono avendo semplicemente richiesto il brevetto di un’invenzione realizzata da una macchina.

Niente di tutto ciò vale a superare la lettera della legge dettata dal Congresso e interpretata dai Giudici.

Il precedente del macaco naruto

L’intera vicenda e questo passo della decisione in particolare ricordano un po’ la saga giudiziaria di Naruto, il macaco nero in nome del quale, per anni, un’associazione di animalisti, ha rivendicato i diritti d’autore su un celeberrimo selfie attribuito al fotografo, saga poi conclusasi con i Giudici americani costretti a mettere nero su bianco che, fino a un nuovo eventuale e sempre possibile intervento del Congresso che avesse modificato la legge, una scimmia, negli USA, allo stato, non può essere titolare dei diritti d’autore.

Ma se condividere la decisione dell’ufficio brevetti nel caso DABUS è facile, più complicato è risolvere l’altra questione che rimane sul tavolo: se il robot non può essere formalmente inventore ma lo è nei fatti, l’umano che lo usa ma non inventa, ha, invece, diritto a chiedere e ottenere un brevetto?

E’ una questione centrale nell’economia del sistema brevettuale negli anni a venire e, più in generale, per i mercati globali perché, nella sostanza, chi possiederà le “macchine creatrici” più intelligenti, nello spazio di qualche anno, sarà titolare di un oligopolio sui brevetti che inesorabilmente influenzerà lo sviluppo di interi comparti industriali e commerciali.

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