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i rischi

Cancellate i vostri account social per migliorare il mondo: la teoria di Lanier

I social network stanno diventando strumenti pericolosi in grado di modificare massivamente i nostri stessi comportamenti sociali e noi, grazie ai social, siamo diventati “una manica di stronzi narcisisti”. Così, almeno, la pensa lo scrittore Jaron Lanier, che ci invita a cancellare i nostri account per salvarci tutti

07 Giu 2018

Manolo Farci

Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali Università degli Studi di Urbino, Carlo Bo


È appena uscito l’ultimo libro di Jaron Lanier dal titolo Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now (Henry Holt and Co.). L’informatico americano, riconosciuto pioniere della realtà virtuale e oramai punto di riferimento del pensiero critico nei confronti delle nuove tecnologie è stato tra i tanti che ha aderito alla campagna #deletefacebook nata a seguito dall’inchiesta Cambridge Analytica. La campagna ha accompagnato l’iniziativa Open Book Challenge, promossa dal miliardario newyorchese Jason Calacanis che ha messo a disposizione un budget di 100mila dollari a sette start up selezionate per sostenere lo sviluppo di un social network diverso da Facebook.

Le nostre vite connesse e il concetto di “Bummer”

Ma mentre la sfida di Calacanis nasce tutta all’interno del mondo hi-tech della Silicon valley ̶ avendo ricevuto, tra gli altri, l’appoggio di Brian Acton l’ex co-fondatore di Whatsapp e Elon Musk che ha deciso di rimuovere dal social network le pagine di Tesla e di SpaceX ̶ il libro di Lanier si rivolge direttamente alle nostre vite connesse. La tesi è tanto semplice quanto allarmante: consideriamo le piattaforme digitali  ̶  Facebook anzitutto  ̶  come luoghi oramai scontati dell’esperienza sociale e questo ci fa dimenticare quanto tali ambienti stiano diventando strumenti pericolosi in grado di modificare massivamente i nostri stessi comportamenti sociali.

Per sottolineare la gravità della situazione, Lanier conia il concetto di Bummer  ̶  acronimo di Behaviours of Users Modified, and Made into an Empire for Rent. Il Bummer è una macchina statistica che vive nelle nuvole informatiche. La sua minaccia per le nostre vite è simile a quella che proviene dal cambiamento climatico, pericolosa ma difficilmente dimostrabile. Non si può certo sostenere che il cambiamento climatico sia responsabile di una particolare tempesta, un’inondazione o una siccità, ma si può dire che aumenti le probabilità che ciò accada. Basta però rivolgere lo sguardo a lungo termine e vedere tutte le conseguenze attribuibili al cambiamento climatico: innalzamento del livello del mare, sovrappopolamento demografico, necessità di trovare nuove fonti di cibo. A quel punto, la situazione sarà così irreversibile da non poter più fare nulla di concreto per arginarla.

Allo stesso modo, non è possibile provare che una persona sia stata resa peggiore dal Bummer, né che esso abbia modificato i suoi comportamenti. Eppure, la probabilità che ciò accada esiste. Benché non possiamo sapere quali dettagli del nostro mondo sarebbero diversi senza la macchina Bummer, possiamo almeno conoscere il quadro generale e agire prima che le sue acque ci travolgano definitivamente.

La macchina Bummer e la teoria delle correlazioni

Si dice oramai da parecchi anni: se non paghi per usarlo, allora il prodotto sei tu. La macchina Bummer è gratis, ma sappiamo che ogni contenuto che carichiamo al suo interno è una forma di lavoro gratuito che regaliamo alle piattaforme. Persino i “mi piace” che mettiamo su una pagina fan di Facebook corrispondono ad un ritorno economico, che è stato recentemente stimato di 174 dollari per l’azienda che ha investito su questa piattaforma. Il prezzo di tutta questa gratuità è che viviamo sotto continua sorveglianza: vengono raccolti dati sulle nostre comunicazioni, sui nostri interessi, movimenti e acquisti. Persino le reazioni emotive, le espressioni facciali, i movimenti oculari e tutti i segni vitali che formano la complessità della nostra personalità diventano potenzialmente monetizzabili. Algoritmi sempre più raffinati correlano i dati di ogni persona in rapporto ad altri gruppi sociali. Le correlazioni diventano teorie efficaci sulla natura di ogni persona, permettono di produrre profili potenzialmente predittivi, che aziende e mondo della politica possono astutamente utilizzare per modificare a loro piacimento i nostri futuri comportamenti. Ad esempio, spiega Lanier, se stai leggendo questo articolo su un dispositivo digitale, i tuoi comportamenti di lettura saranno relazionati a quelli di moltitudini di altre persone. Se qualcuno che ha un modello di lettura simile al tuo ha comprato qualcosa dopo aver ricevuto un certo avviso, allora è molto probabile che anche tu riceverai una comunicazione simile.

La manipolazione dei comportamenti sociali

Nulla vieta che, poco prima di un certo appuntamento elettorale, potresti essere raggiunto da strani messaggi che ti spingono a non andare a votare, e che si sono dimostrati avere una certa efficacia su persone che il sistema ha valutato essere simili a te. Manipolazione dei comportamenti sociali via algoritmo: le piattaforme di Bummer hanno già una lunga storia di esperimenti sociali fatti con l’obiettivo di modificare le emozioni delle persone, orientare le loro intenzioni di voto o semplicemente rafforzare la fedeltà ad un marchio.

Tutto ciò ci sta trasformando in cani pavloviani pronti a rispondere ai più svariati stimoli. Solo che, invece del suono del campanello, a noi vengono offerti contenuti customizzati, raccomandazioni targhettizzate, feed personalizzati che servono a “coinvolgerci” in maniera sempre più pervasiva con l’obiettivo di farci passare sempre più tempo possibile all’interno del sistema. I giardini recintati come Facebook procedono verso quella idea di personalizzazione dove qualsiasi messaggio al di fuori dell’orizzonte personale non riuscirà mai a penetrare nella nostra ecologia dell’informazione. E noi, di tutta risposta, consumiamo contenuti personalizzati perché questo ci offre l’illusione di poter accedere a tutta la potenzialità iscritta nel fatto stesso di comunicare. Potrei contattare questa o quella persona (ma non lo faccio); d’ora in poi indicherò la mia marca preferita (anche se non mi viene chiesto). Non importa quello che si fa. Non importa quale sia il contenuto della vostra comunicazione e il motivo della vostra relazione con l’altro. La comunicazione è lì pronta a proporsi come unico orizzonte di senso possibile. È un valore vuoto e pragmatico: ed è il miglior lubrificante sociale per alimentare i nostri algoritmi di profilazione.

Ne deriva che, mentre noi siamo indotti a credere di essere attori della comunicazione  compartecipi alla costruzione di un nuovo mondo, fondato sull’informazione del tutto a tutti, gli algoritmi sono totalmente indifferenti a tutto questo e del contenuto di quel che ci diciamo non interessa nulla.

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L’economia dell’attenzione e il costo per uscirne

Tuttavia, il costo per uscire da questo sistema appare troppo elevato per la maggior parte di noi. Non è tanto una questione di pressione sociale. Il punto è che i social media si sono rivelati un bel trucchetto per convogliare facilmente l’attenzione della gente ed è impossibile negarne l’aspetto che crea dipendenza. Lanier fa un esempio recente: da quanto Facebook ha enfatizzato il ruolo delle “notizie” nel suo feed, l’intero mondo del giornalismo ha dovuto riformularsi per adattarsi agli standard di Bummer. Per evitare di essere lasciati fuori, i giornalisti hanno dovuto creare storie che enfatizzassero il clickbait. Sono stati costretti a diventare Bummer per non essere annientati da esso. E lo stesso capita a noi. Dal momento che l’economia dell’attenzione e la ricerca di visibilità sono oramai le uniche monete di riconoscibilità sociale, siamo diventati “una manica di stronzi narcisisti” (Lanier dice proprio così). Perché se il solo buon messaggio è quello facilmente comunicabile, oggi è la polemichetta, il “adesso te lo faccio vedere io”, il piccolo j’accuse a rivelarsi strumenti più adatti all’economia dei “mi piace”. E se questa affermazione appare eccessiva, basti guardare le bacheche di molti attuali politici italiani per rendersene conto.

Cancellare il nostro account per migliorare il mondo 

Dunque, che fare? Tracciare una linea dice Lanier e guardare al quadro completo. Il nostro problema non è internet, gli smartphone o gli algoritmi intelligenti. Il problema non è una qualsiasi particolare tecnologia, ma l’uso della tecnologia per manipolare le persone, la concentrazione del potere in mano a un manipolo di aziende hi-tech che, in nome dei loro affari, rischiano di minacciare la sopravvivenza stessa della nostra civiltà.

Il problema è la macchina Bummer. E quindi la scelta dipende solo da noi. Possiamo anche consapevolmente stabilire di affidarci ad un terapista e trarne beneficio. Ma se quel terapeuta fa gli interessi di una gigantesca corporation e viene pagato per convincerci a prendere certe decisioni che non sono necessariamente nel nostro interesse, allora quel terapista diventa un Bummer. E noi il suo cane di Pavlov.

Se vogliamo dunque contribuire a rendere migliore il mondo – conclude Lanier – non dobbiamo rinunciare al nostro smartphone, usare i servizi cloud per computer o visitare siti web. Dobbiamo evitare il Bummer, eliminare i nostri account. Siete pronti a farlo?

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