Centro Italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A): perché anche la Chiesa lo sostiene - Agenda Digitale

Materiale e immateriale

Centro Italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A): perché anche la Chiesa lo sostiene

Come le grandi cattedrali della cristianità hanno cristallizzato la storia di un popolo e delle civiltà che hanno espresso e ispirato, il Centro Italiano per l’Intelligenza artificiale risponde a molte esigenze concrete, anche per la Chiesa, tra cui lo studio sulla dimensione antropologica, etica e valoriale dell’IA

16 Apr 2021
Don Luca Peyron

Teologo Università Cattolica, Apostolato digitale Diocesi di Torino

La pandemia ha messo in rilievo come nonostante decenni di papers e convegni non siamo affatto pronti a fronteggiare eventi globali. L’intelligenza artificiale può aiutarci a farlo, come sistema paese e come sistema globale: penso in particolare alla necessità di una ricerca e di uno sviluppo rispetto ai trasporti, la sanità, l’energia, la difesa, la pubblica amministrazione, il credito e la finanza.

Per avvalorare il bisogno che l’Italia si doti del Centro Italiano per l’intelligenza artificiale (I3A)- Centro per il quale, a nome della Chiesa di Torino ed insieme alle istituzioni e alla società civile, mi sono battuto sia affinché fosse realizzato, sia affinché potesse nascere a Torino come, in effetti, il Governo ha deciso nell’autunno scorso – vorrei partire da alcune considerazioni: Johann Wolfgang Goethe nel suo Massime e riflessioni apparso postumo nel 1833 scrive: “Le pietre sono maestri muti, esse fanno ammutolire l’osservatore, e il meglio che si impara da loro non si può comunicare”. Le pietre in effetti parlano del tempo, dello spazio, del presente e del passato, ma anche, se non soprattutto, del futuro.

Un luogo fisico per un bene immateriale

Le grandi cattedrali della cristianità hanno, letteralmente, cristallizzato nelle colonne e nei capitelli, negli altari e nelle facciate, la storia di un popolo e delle civiltà che hanno espresso ma, soprattutto, che hanno ispirato. L’opportunità di un centro, in sinergia con altri enti sparsi sul territorio nazionale, mi pare risponda ad alcune esigenze molte concrete. La prima, che può sembrare banale ma è invece culturalmente decisiva, è quella che vi sia un luogo fisico a cui imputare un bene del tutto immateriale e sfuggente. La questione dirimente di questo tempo non è, infatti, legata alla valenza tecnica di questo tipo di tecnologia, ma alla sua valenza sociale. Pare fin superfluo in questa sede sottolineare questo aspetto.

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L’intelligenza artificiale è una tecnologia che, benché tecnicamente incapace di senso, in realtà ne produce molto e di portata ampia ed intensa. Al di là della distopia delle serie tv e dei film, l’AI non rappresenta per i consociati un bene dai contorni chiari e dal significato certo. Non solo per il quivis e popolo, ma neppure per ampi settori ad alta scolarizzazione e dimensione professionale. Penso a buona parte degli ordini professionali per giungere sino ai decisori politici e istituzionali ad ogni livello.

L’effetto scatola nera mi pare del tutto evidente e preminente. È giunto il tempo di aprire quella scatola e di fare disseminazione di saperi con la maggiore ampiezza possibile e questo può avvenire ancora di più se vi è un luogo fisico, un grattacielo al centro di una città, che attiri, coaguli, irradi conoscenza e interesse su questi temi. Come un museo, più di un museo, un museo nel senso moderno e attuale, come il nostro museo Egizio sempre qui a Torino.

Un centro per promuovere sinergie e collaborazioni

Un secondo aspetto decisivo è la necessità che vi sia un centro di imputazione di rapporti internazionali autorevole e costituito. Da quando la candidatura è divenuta assegnazione, e pure in assenza di tale centro, ho personalmente ricevuto manifestazioni di interesse di soggetti più diversi, nazionali e internazionali, desiderosi di creare sinergie e collaborazioni. Viviamo un mondo globalizzato e un tempo reticolare ove la presenza di nodi e snodi è necessaria alla tenuta dell’intero sistema.

La frammentarietà e la frammentazione rispetto a temi così delicati come l’intelligenza artificiale espongono il Paese al rischio di una altrettanto frammentata politica di ricerca, di sviluppo e di collaborazione non coordinata e collaborativa, ma anche al rischio di perdere sinergie vitali laddove la frammentazione rende troppo piccoli i soggetti singoli per reggere progetti decisamente grandi e complessi. Benché sia un centro questo non significa che debba accentrare e assorbire, soprattutto le già scarse risorse destinate alla ricerca universitaria. Al contrario l’esistenza di un centro, per quanto significativo, ma mai sufficiente a sviluppare tutta la ricerca necessaria, può essere collettore di grandi interessi e risorse che vengono poi distribuite e assegnate secondo criteri di efficienza ed efficacia, senza quei particolarismi e quelle isole protezionistiche che rischiano di essere ormai male endemico anche della nostra ricerca di più alto livello.

Credo che possa avere paura che un tale centro esista solo chi sa di non fare ricerca all’altezza delle aspettative del Paese. Il bene dell’Italia e del sistema europeo è un ulteriore motivo a sostegno dell’esistenza in tempi brevi di I3A. Linee di ricerca e allo stesso tempo linee di finanziamento permetterebbero al centro di vivere e far vivere.

Intelligenza artificiale e Università

Sempre in tema di Università, per quanto encomiabile sia lo sforzo dell’accademia, la sua terza missione non è sufficiente ai bisogni culturali e di sviluppo di cultura industriale del Paese. La terza missione, come sappiamo, ha una storia di fatto molto recente rispetto alla tradizione centenaria dell’istituto universitario. Nata di fatto a metà del secolo scorso per finanziare la ricerca di base universitaria, si è poi man mano sviluppata restando sempre come “terza” rispetto a didattica e ricerca, in una posizione tra la tentazione e il fastidio. Come farla, quanto farla, perché farla? Quanto essa porta via “tempo” e risorse alla ricerca e alla didattica, quanto le risorse legate alla terza missione rischiano di condizionare la libertà nella ricerca e dunque della didattica.

Il dibattito è aperto e non si conclude perché ogni volta risente, comprensibilmente, della differenza tra la sensibilità, le vocazioni e le salutari polarizzazioni che rendono l’università viva come deve essere. È doveroso poi spendere una parola sulle nostre PMI, da sempre considerate l’ossatura del Paese ma da sempre evocate più che concretamente e fattivamente aiutate a stare in un mercato definitivamente globale. L’AI rappresenta anche per questo settore vitale un fattore di possibile sviluppo ma con la difficoltà innanzitutto culturale e concreta di sapere quale AI serva a quella determinata azienda e chi al suo interno sia capace di governarla e implementarla.

Conclusioni

I3A può essere palestra efficace in questo senso con sperimentazioni su di un territorio – quello piemontese – che gode di una varietà a spettro così ampio da essere quasi conclusivo. Infine il punto che è primo nella lista per l’interesse ed il servizio che la Chiesa desidera portare alla società, la ragione per cui esiste il Servizio per l’Apostolato Digitale che, insieme a collaboratori con varie competenze, abbiamo fatto nascere ed oggi vivere. Esso è dedicato a servire la Chiesa nel difficile compito di essere germe di unità, speranza e salvezza per tutta l’umanità all’interno delle trasformazioni tecnologiche di questo tempo, soprattutto rispetto alla loro portata da un punto di vista antropologico ed etico. Nella laicità che dovrà contraddistinguerlo, ma non in un suo inutile laicismo, I3A dovrà e potrà essere parimenti centro di studio sulla dimensione antropologica, etica e valoriale dell’intelligenza artificiale promuovendo ricerca e sviluppo su tali temi, mettendo a terra le tante statuizioni internazionali con processi che affianchino il legislatore e le diverse forme di normazioni tecnica – come i parametri ISO e similari – sino a giungere alla concretezza delle scelte di ognuno di noi per aiutarci ad imparare quanto è difficile comunicare. Ma è vitale, per l’oggi e per il domani.

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