In Cina, nel giro di poche settimane, una battuta di cabaret e una frana hanno raccontato la stessa storia: lo spazio del discorso pubblico si è ristretto, e a presidiarne i confini è ormai anche l’intelligenza artificiale, capace di scandagliare l’intero panorama digitale del paese in tempo reale.
Sono episodi lontani per gravità e per natura, ma la logica che li tiene insieme è la stessa: definire i margini dell’informazione, più che bloccarla.
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La censura digitale in Cina colpisce anche il cabaret
Il 24 luglio 2026, durante uno spettacolo a Wuhan, Guo Degang, 53 anni, il comico di crosstalk più popolare in Cina, paragonato in Occidente a Ricky Gervais e fondatore della compagnia teatrale Deyun She, ha modificato “Playing My Beloved Pipa”, canzone della tradizione rivoluzionaria scritta per il film del 1956 “La guerriglia della ferrovia“, che porta lo stesso nome delle forze armate cinesi, sostituendo il riferimento al lago Weishan con uno alla Città Proibita, l’antico centro imperiale di Pechino, oggi sede della leadership del paese, per poi accompagnarlo con altre battute a braccio, tra cui una finta preghiera rivolta a Buddha. Il senso restava ambiguo, più allusivo che dichiaratamente polemico, e in sala la reazione fu poco più di una risata contenuta[1].
Il brano non è una canzone qualunque: il Comitato centrale del Partito lo aveva inserito nel 2019 tra le cento canzoni scelte per celebrare il settantesimo anniversario della Repubblica Popolare, un dettaglio che rende la libertà presa da Guo più rilevante di quanto la battuta in sé lasci intendere.[2] Guo aveva ottenuto le autorizzazioni necessarie per lo spettacolo, ma non aveva comunicato in anticipo l’intenzione di modificare il testo, hanno riferito funzionari di Wuhan a The Paper, quotidiano di Shanghai vicino alle autorità.[3]
Il procedimento
L’ufficio Cultura e Turismo di Wuhan ha quindi aperto l’11 agosto un’indagine formale, sostenendo che la parte improvvisata non fosse stata inclusa nel materiale sottoposto ad approvazione preventiva, come richiesto dalla normativa sugli spettacoli commerciali, mentre un contestuale esposto ha accusato Guo di aver “distorto e volgarizzato un’opera rivoluzionaria classica” violando il buon costume pubblico.
Il reato di oltraggio a eroi e martiri della nazione, richiamato in casi come questo, è stato introdotto nel 2021 con una modifica al codice penale cinese, ed è da allora applicato con rigore crescente.
Jian Xu, docente alla Deakin University di Melbourne che studia cultura digitale in Cina, ha osservato che il caso in questione mostra come la “denigrazione e la profanazione” di eroi rivoluzionari o di opere che celebrano la storia comunista possano attirare una condanna severa tanto dal pubblico quanto dallo stato, e che le celebrità sono sempre più soggette a una vera e propria “governance morale” che le spinge a promuovere “energia positiva” e valori socialmente approvati.
Ad ogni modo, non è la prima volta che il comico si scontra con le autorità culturali: già nel 2010 il suo crosstalk era finito nella campagna del Partito contro le “tre volgarità”, con la sospensione di alcune sedi e restrizioni mediatiche.
Il 7 settembre 2026 l’ufficio ha infine reso nota la conclusione dell’indagine: le sanzioni non hanno colpito Guo in prima persona, ma la società organizzatrice dello spettacolo e il teatro ospitante, per violazione della normativa sugli spettacoli commerciali. Le autorità hanno dichiarato che “le canzoni rivoluzionarie custodiscono la memoria della guerra di resistenza della nazione cinese e i sentimenti del popolo” e che “nessuna organizzazione o persona può distorcerle o travisarle”, precisando che il personale coinvolto sarebbe stato “trattato con serietà”, senza specificare ulteriori sanzioni[4].
Diverse tappe del tour per il decimo anniversario della compagnia sono state cancellate, a partire da uno spettacolo a Xi’an rinviato a data da destinarsi: un dipendente del teatro ha dichiarato che non esiste una data né un piano per un possibile ritorno dello spettacolo, e che ai possessori dei biglietti verrà offerto il rimborso automatico.
Il precedente
Il caso di Guo non è isolato: nel 2023 una società di comici era stata multata per 14,7 milioni di yuan, circa 2 milioni di dollari, dopo che il comico Li Haoshi aveva paragonato due cani randagi che inseguivano uno scoiattolo all’esercito popolare di liberazione, ed era stato bandito a tempo indeterminato dalle scene; le autorità invitarono allora artisti e scrittori ad avere un “pensiero creativo corretto” e a offrire “un sano nutrimento spirituale al popolo”, spingendo diversi locali di cabaret del paese a cancellare per prudenza i propri spettacoli, mentre nel 2022 Li Bo aveva ricevuto una sanzione di 50.000 yuan per un commento sui lockdown pandemici[5].
Anche i commenti critici al caso Guo hanno avuto vita breve online: un utente che si era chiesto se una cultura incapace di tollerare una battuta innocua non fosse “tesa troppo stretta” ha visto il proprio post rimosso da WeChat[6].
Non tutti, in Cina, hanno condiviso la linea dura: Hu Xijin, ex direttore del Global Times, organo di stampa del Partito, ha scritto sul proprio account Weibo, seguito da quasi 25 milioni di persone, di aver trovato la versione di Guo “a disagio e inappropriata”, ma di dubitare della gravità della vicenda, avvertendo che infliggere la punizione più severa a chiunque esca dalla linea, per farne un esempio, “è un errore di giudizio”[7].
Disastri e censura dell’informazione in Cina
Il secondo episodio, di segno ben più grave, riguarda le frane e le inondazioni che hanno recentemente colpito il confine tra Nepal e Tibet, nella Cina sud-occidentale. Le cifre rese pubbliche dai due paesi divergono in modo netto: il Nepal ha riportato oltre 1.300 morti e quasi 5.000 dispersi, mentre la Cina ha comunicato poco più di 40 morti e circa 500 dispersi sul proprio versante del confine, a cui si aggiungono 261 cittadini stranieri di 23 paesi dati per dispersi in Tibet.
Pechino ha impiegato cinque giorni prima di diffondere informazioni sui dispersi stranieri, mentre il Nepal aveva pubblicato un elenco completo delle vittime già a ridosso del disastro, il 26 agosto[8].
David Bandurski, del China Media Project, ha osservato che Xinhua e CCTV esercitano un “dominio informativo totale” con il compito esplicito di “orientare l’opinione pubblica”, e che il livello dei controlli ha raggiunto proporzioni “senza precedenti”. Ryan Fioresi, dell’International Campaign for Tibet, ha segnalato che il bilancio reale potrebbe essere “molto più alto” di quello ufficiale, citando la distruzione di almeno 300 abitazioni nella sola contea di Gyirong. Rose Luqiu, della Hong Kong Baptist University, ha rilevato che la copertura dei media statali si è concentrata sulle operazioni di soccorso e sulla risposta del governo, non sulle testimonianze delle vittime.[4]
Ai giornalisti stranieri è stato negato l’accesso alla regione tibetana, politicamente sensibile: NPR non ha ottenuto alcun accesso, mentre altre testate hanno dovuto attendere oltre una settimana di richieste per un accesso limitato e controllato. I residenti tibetani delle zone colpite sono stati trasferiti in aree di accoglienza sotto stretto controllo, con le comunicazioni ridotte. I video del disastro che circolavano online, incluso uno che mostrava un torrente di fango travolgere un valico di frontiera, sono stati rimossi dalle piattaforme, e la polizia ha sanzionato dieci persone per presunta disinformazione, tra cui chi aveva semplicemente ipotizzato che migliaia di persone fossero sepolte sotto le macerie.
Il confronto con il terremoto che colpì la Cina sud-occidentale nel 2008 resta istruttivo. Allora gli spazi online si riempirono di rabbia per la scarsa qualità costruttiva delle scuole crollate, e i giornalisti produssero ritratti dettagliati delle famiglie colpite. Questa volta la narrazione si è concentrata sui soccorritori piuttosto che sulle vittime, e ai giornalisti cinesi è stato chiesto di attenersi a quanto riportato dalle testate statali maggiori[9].
Libertà online e repressione digitale in Cina
I dati raccolti dalle organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di informazione confermano la portata sistemica di questi episodi, più che la loro eccezionalità. Nel rapporto Freedom on the Net 2025, Freedom House assegna alla Cina un punteggio di 9 su 100, il più basso al mondo, con un valore pari a zero sulla componente relativa alle violazioni dei diritti degli utenti.
Lo stesso rapporto documenta la rimozione di oltre un milione di contenuti da parte delle piattaforme su indicazione della Cyberspace Administration, l’introduzione, a luglio 2025, di un sistema nazionale di autenticazione dell’identità online che richiede documenti governativi per registrarsi ai servizi internet e per pubblicare sui social media, la disconnessione della giornalista Gao Yu da internet e dalla rete mobile nell’agosto 2024 in risposta ai suoi commenti online, e la condanna di sei attivisti a pene comprese tra tre e dodici anni per “sovversione del potere statale” per aver organizzato un partito di opposizione prevalentemente attraverso attività online[10].
Nell’indice mondiale della libertà di stampa 2026 di Reporters Sans Frontières la Cina occupa il 178° posto su un totale di 180 paesi e territori censiti, terzultima, e risulta la principale prigione al mondo per i giornalisti, con 121 professionisti dell’informazione attualmente detenuti[11].
Dalla detenzione alle campagne sui contenuti online
Amnesty International, nel proprio rapporto sulla Cina, aggiunge a questo quadro ulteriori elementi che ne confermano l’ampiezza. A febbraio 2026 l’Amministrazione nazionale della radio e della televisione ha introdotto un regime di licenze obbligatorie per le micro-serie online, mentre la Cyberspace Administration ha avviato una campagna contro i contenuti ritenuti capaci di “istigare all’ostilità” o “diffondere pessimismo”.
A giugno, i reportage investigativi pubblicati da Caixin e dal settimanale Southern Weekly su un presunto decesso in stato di custodia della polizia sono stati rimossi nel giro di poco tempo.
Sul fronte della detenzione, la giornalista Zhang Zhan ha ricevuto una seconda condanna a quattro anni di carcere per la sua attività di difesa dei diritti umani, il regista Chen Pinlin è stato condannato a tre anni e mezzo per “aver provocato liti e creato scompiglio”, accusa dai contorni volutamente indeterminati, e la studentessa Zhang Yadi è stata trattenuta dalla sicurezza di stato per attività di volontariato svolte all’estero, sospettata di “incitamento al separatismo”. Ad ottobre quasi trenta pastori e fedeli della Zion Church sono stati fermati in diverse città, nell’ambito di un’intensificazione dei controlli sulle attività religiose[12].
Memoria e controllo cinese oltre i confini
Il perimetro di ciò che non si può dire si estende anche al passato, e oltrepassa i confini nazionali. A Hong Kong, Lee Cheuk-yan e Chow Hang-tung, dirigenti dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti democratici patriottici, rischiano pene fino a dieci anni per aver organizzato le veglie annuali in memoria del massacro di piazza Tienanmen: le autorità hanno qualificato il loro appello a “porre fine al regime a partito unico” come un tentativo illegale di rovesciare il Partito comunista cinese, ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale.
In Cina, l’artista Gao Zhen, residente permanente negli Stati Uniti, ha ricevuto una condanna a tre anni di carcere per “aver leso la reputazione di eroi ed eroine”, per una serie di opere satiriche tra cui “La colpa di Mao”, che ritrae il leader cinese in ginocchio, realizzate prima che la norma invocata per condannarlo entrasse in vigore.
Il controllo si proietta anche oltre i confini della Cina: nell’estate del 2026 funzionari cinesi avrebbero puntato armi a impulsi elettrici, illegali nel Regno Unito, contro i manifestanti che, davanti all’ambasciata cinese a Londra, commemoravano Lobga Rangzen, l’attivista tibetano che si era dato fuoco nei pressi della sede newyorkese delle Nazioni Unite. Il precedente non manca: quattro anni prima, il personale del consolato cinese di Manchester aveva già trascinato e picchiato un manifestante che esponeva un cartello contro Xi Jinping.
Cosa dicono i dati
Un rapporto di Freedom House pubblicato il 17 settembre 2026, alla vigilia della cena di stato che la Casa Bianca ha organizzato per Xi Jinping il 24 settembre, quantifica la portata di questa proiezione oltre confine: la Cina è responsabile del 23% degli episodi di repressione transnazionale catalogati dall’organizzazione tra il 2014 e il 2025, un dato che comprende operazioni di sorveglianza contro attivisti hongkonghesi e tibetani, il monitoraggio della diaspora uigura negli Stati Uniti, presunte stazioni di polizia illegali su suolo americano, e la deportazione dalla Tailandia, nel febbraio 2025, di quaranta uomini uiguri riconsegnati alle autorità cinesi.
Il rapporto richiama inoltre la legge sull’unità e il progresso etnico approvata nel 2026, il cui articolo 63 rivendica autorità su individui e organizzazioni al di fuori della Cina, cittadini statunitensi compresi: una base giuridica che estende all’estero la stessa logica di controllo linguistico e culturale documentata all’interno del paese. Il precedente della visita di Xi a San Francisco nel novembre 2023, quando le proteste pro-democrazia incontrarono episodi di violenza, spiega perché Freedom House chieda ora alle autorità americane di garantire il diritto alla protesta pacifica e al Congresso di codificare una definizione legale di repressione transnazionale[13]
Pechino ha inoltre esercitato pressioni su un’organizzazione cattolica statunitense perché cancellasse un relatore invitato a una conferenza in Texas sulla regolazione statale delle attività religiose[14].
Il Locknet della censura digitale cinese
Per capire perché episodi così diversi, una battuta di cabaret, una catastrofe naturale, la persecuzione di attivisti e artisti, ricevano lo stesso trattamento, è utile guardare a come la ricerca accademica descrive oggi l’architettura del controllo cinese dell’informazione.
Jessica Batke e Laura Edelson, in uno studio pubblicato da ChinaFile per Asia Society al termine di un’indagine durata diciotto mesi, propongono di abbandonare la metafora del Great Firewall[15], un muro monolitico e impermeabile, a favore di quella del “Locknet“: un sistema di chiuse e canali di gestione delle acque.
Un’impermeabilità totale sarebbe costosa e inefficiente; il sistema cinese, osservano le autrici, è deliberatamente poroso, e regola il flusso dell’informazione attraverso più canali contemporaneamente invece di bloccare tutto indistintamente. Pechino non si limita a presidiare i confini digitali del paese, ma sorveglia e filtra i flussi di informazione anche al proprio interno, privilegiando l’efficienza dei costi rispetto alla tenuta assoluta del sistema[16].
Una conferma diretta di questa architettura a più livelli viene proprio dal lavoro di Freedom House, che ha individuato nella provincia dello Henan sistemi di blocco dei siti web operanti su base provinciale, accanto e in aggiunta all’infrastruttura nazionale del Great Firewall. Un elemento centrale dello studio è che il sistema funziona soprattutto attraverso l’attrito, non attraverso il blocco assoluto: rendere la circoscrizione degli accessi scomoda scoraggia la maggior parte degli utenti, specialmente quando alternative domestiche soddisfano già la gran parte dei bisogni, mentre il sottoinvestimento nelle infrastrutture di connessione internazionale aggiunge attrito passivo senza richiedere censura attiva.
Le autrici documentano inoltre uno spostamento dagli avvisi di rimozione espliciti verso forme di censura algoritmica nascosta, soprattutto nei feed di contenuti e nei sistemi basati sull’intelligenza artificiale, una copertura che rende il controllo più difficile da rilevare pur continuando a condizionare ciò che i cittadini incontrano online[17].
Come l’intelligenza artificiale automatizza la censura
È proprio su questo terreno, quello dell’automazione della moderazione dei contenuti, che si gioca la partita più rilevante per chi segue la regolazione dell’intelligenza artificiale. Un’analisi pubblicata a marzo 2026 dal Carnegie Endowment for International Peace ricostruisce il funzionamento concreto della censura assistita dall’IA in Cina: le piattaforme, da WeChat a Weibo a Douyin, utilizzano sistemi di elaborazione del linguaggio naturale, apprendimento automatico, analisi del sentiment e riconoscimento delle immagini per scansionare i contenuti in tempo reale, spostando il baricentro da una rimozione reattiva a una soppressione proattiva.
La scala del problema spiega la necessità del ricorso all’automazione: con oltre 1,05 miliardi di utenti internet già nel 2023, una revisione integralmente manuale è materialmente impossibile. Il sistema che ne risulta è ibrido, con l’IA incaricata di una prima scansione e del filtraggio dei contenuti potenzialmente sensibili, mentre i revisori umani intervengono sui casi ambigui[18].
Lo stesso studio segnala però un limite strutturale che merita di essere riportato con la stessa attenzione riservata alla capacità del sistema: quanto più uno stato reprime rigidamente il discorso pubblico, tanto meno dati rilevanti genera per addestrare i propri algoritmi. L’autocensura e il ricorso a un linguaggio in codice da parte degli utenti privano i sistemi di IA degli esempi necessari a distinguere ciò che è tollerato da ciò che va rimosso, e l’importazione di dati di addestramento da contesti internazionali si rivela solo parzialmente efficace, perché il linguaggio cifrato cinese diverge sostanzialmente da quello delle piattaforme occidentali.
A questo si aggiunge un costo economico tutt’altro che trascurabile: la spesa non dichiarata per il “mantenimento della stabilità” ha raggiunto, secondo le stime citate nello studio, circa 198,5 miliardi di dollari nel solo 2019, una cifra superiore al bilancio ufficiale della difesa, segno che l’automazione non ha ridotto in modo sostanziale il costo complessivo del controllo dell’informazione. Anche gli attivisti, notano gli autori, possono talvolta muoversi più rapidamente della capacità di rilevamento dei sistemi, in particolare quando ricorrono a formule e slogan che l’algoritmo non ha ancora incontrato[19].
Cina ed Europa: due modelli di controllo digitale
Per chi osserva questi meccanismi dall’Europa, e in particolare per chi si occupa di regolazione dell’intelligenza artificiale, il confronto con l’impianto normativo costruito attraverso l’AI Act è quasi obbligato. Il regolamento europeo, all’articolo 5, qualifica come pratiche vietate i sistemi che impiegano tecniche subliminali o manifestamente manipolative capaci di distorcere il comportamento di una persona eludendo la sua capacità di scelta consapevole, quelli che sfruttano le vulnerabilità legate all’età, alla disabilità o alla condizione socioeconomica, e quelli di social scoring che portano a un trattamento pregiudizievole o sproporzionato dei soggetti valutati.
Sono vietati, salvo eccezioni circoscritte, anche l’identificazione biometrica remota in tempo reale in spazi accessibili al pubblico a fini di applicazione della legge e la raccolta indiscriminata di immagini facciali per la costituzione di banche dati di riconoscimento facciale. Il filo conduttore di questo elenco è la preoccupazione che sistemi automatizzati possano orientare su larga scala ciò che le persone vedono, dicono o persino pensano, eludendo la loro capacità di scelta consapevole: esattamente il rischio che il caso cinese, oggi, documenta nella sua applicazione più sistematica e su scala nazionale.
Le norme cinesi
Un contrappunto diretto a questo impianto viene dalle Misure provvisorie per la gestione dei servizi di intelligenza artificiale generativa, in vigore in Cina dall’agosto 2023. L’articolo 4 impone ai fornitori di sostenere i valori fondamentali del socialismo e vieta la generazione di contenuti che incitino a sovvertire il potere statale o il sistema socialista, mentre l’articolo 17 richiede una valutazione di sicurezza preventiva e la registrazione presso la Cyberspace Administration degli algoritmi utilizzati dai servizi dotati di “proprietà di opinione pubblica o capacità di mobilitazione sociale”. Non si tratta di una norma sulla sicurezza dei sistemi, ma di una condizione di esistenza legale del servizio stesso, subordinata al suo allineamento ideologico[20].
Descriverlo come un problema di maggiore o minore severità normativa sarebbe però impreciso. Il modello europeo nasce dal presupposto che la capacità di scelta informata dei cittadini sia un bene da proteggere anche a costo dell’efficienza del sistema; il modello cinese, al contrario, tratta la gestione dell’ambiente informativo (orientare non solo ciò che i cittadini sanno ma anche ciò che pensano), come obiettivo di governo legittimo e prioritario. Sono due impostazioni che rispondono a domande diverse su cosa debba fare un sistema di regole per l’intelligenza artificiale, prima ancora che due gradi diversi di applicazione della stessa regola.
Pechino, del resto, non presenta questo impianto come un’eccezione da giustificare: lo rivendica come applicazione del principio della sovranità cibernetica, che la leadership cinese ha posto al centro della propria dottrina di governo della rete a partire dai discorsi di Xi Jinping alla World Internet Conference di Wuzhen del 2015, secondo cui ogni stato avrebbe il diritto di governare Internet entro i propri confini secondo il proprio ordinamento[21].
Questa distanza affonda radici più profonde di quanto il solo AI Act lasci intendere. La giurisprudenza della Corte di Strasburgo sull’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo subordina da tempo qualsiasi restrizione alla libertà di espressione alla previsione per legge, al perseguimento di una finalità legittima e alla necessità della misura in una società democratica. È una cornice che si è progressivamente irrigidita proprio nei confronti di internet, come mostrano le sentenze Pravoye Delo e Shtekel contro Ucraina e Delfi contro Estonia, ma che resta comunque sottoposta al controllo di un giudice indipendente e alla verifica caso per caso della proporzionalità.
Nel modello cinese quel controllo esterno manca: la definizione di ciò che minaccia la sicurezza o l’ordine pubblico spetta alla stessa amministrazione che la applica.
La pronunvia della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo
Il peso concreto di quel controllo esterno emerge da una pronuncia recente della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, che con quindici voti contro due ha ordinato il rilascio di Mehmet Osman Kavala, imprenditore e filantropo turco arrestato nel 2017, assolto nel 2020 e condannato all’ergastolo in un secondo processo: secondo i giudici la detenzione serviva a punirlo per le posizioni espresse come difensore dei diritti umani e a ridurlo al silenzio.
La stessa vicenda misura però la fragilità del meccanismo, perché la Turchia non ha dato esecuzione alle decisioni precedenti sul caso, al punto da rendere necessaria una procedura di infrazione davanti al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. La differenza rispetto al modello cinese resta di struttura: un giudice terzo può dichiarare illegittima la qualificazione che il governo dà di una minaccia alla sicurezza, e l’esito di quel giudizio diventa un fatto pubblico anche quando lo stato condannato tarda a conformarsi[22].
L’Unione europea non è immune neppure da un rischio imparentato, su scala più contenuta: quando la responsabilità di rimuovere contenuti ricade sulle piattaforme, il timore della sanzione può spingere gli operatori privati a rimuovere per prudenza più di quanto la legge richieda, un fenomeno che la dottrina statunitense chiama collateral censorship.
Il Digital Services Act prova a contenere questo rischio con obblighi puntuali: l’articolo 17 impone alle piattaforme di motivare ogni rimozione di contenuto nei confronti dell’utente interessato, gli articoli 20 e 21 garantiscono un reclamo interno e una risoluzione extragiudiziale delle controversie, e la vigilanza sulle piattaforme di dimensioni sistemiche spetta a Digital Services Coordinator nazionali e alla Commissione europea[23]. La differenza sta nel fatto che qui il rischio è un effetto collaterale che il diritto può correggere, mentre nel modello cinese orientare ciò che i cittadini vedono e dicono è l’obiettivo dichiarato del sistema[24].
L’impatto dei software
C’è però una terza variabile che il confronto tra Cina e Unione europea rischia di lasciare in ombra. Paolo Benanti, francescano e presidente della Commissione per l’intelligenza artificiale applicata all’informazione, osserva che nella galassia digitale gli accadimenti avvengono come dispongono i software che la governano, e che chi controlla quel software controlla ciò che accade, indipendentemente dal fatto che a esercitarlo sia uno stato o un’impresa privata.
La sovranità, nota Benanti richiamando Montesquieu, si fonda sulla separazione dei poteri, una condizione che nello spazio digitale manca quasi per definizione: pochissime imprese, i cui termini di servizio regolano di fatto la vita di miliardi di persone più delle costituzioni nazionali, concentrano il controllo dell’infrastruttura e la capacità di orientare ciò che gli utenti vedono e persino desiderano[25].
È un promemoria utile anche per chi guarda al modello europeo con sollievo: la garanzia formale che l’AI Act e il Digital Services Act offrono ai cittadini nei confronti dello stato non equivale automaticamente a una tutela nei confronti di un potere altrettanto concentrato, sia pure di natura diversa, come quello delle piattaforme che possiedono e governano lo stesso spazio digitale.
Etichettare l’AI tra trasparenza e tracciabilità
La stessa logica emerge con particolare chiarezza nel modo in cui Cina e Unione europea disciplinano l’obbligo di etichettare i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, un obbligo che le due giurisdizioni condividono sulla carta e riempiono di contenuti opposti.
Le misure cinesi per l’etichettatura dei contenuti sintetici generati dall’IA, in vigore dal 1° settembre 2025, impongono etichette esplicite per le categorie di contenuto più sensibili, dialoghi sintetici, sintesi vocale, manipolazione del volto, generazione di scene, con requisiti puntuali di visibilità, e obbligano inoltre a includere nei metadati di ogni contenuto generato dall’IA l’identità del produttore, tramite codici di credito sociale o documenti di identità, insieme a un identificativo univoco del contenuto. Gli obblighi coinvolgono non solo chi genera i contenuti, ma anche le piattaforme di diffusione, gli store di applicazioni e gli utenti finali.
L’articolo 50 dell’AI Act, in vigore dall’agosto 2026, disciplina la stessa materia in termini assai più circoscritti: richiede una marcatura in formato leggibile da macchina per i contenuti sintetici, riguarda i fornitori e i soggetti che li utilizzano professionalmente, e si applica ai contenuti che riproducono in modo ingannevole persone, oggetti o eventi realmente esistenti, escludendo gli utenti privati che agiscono a titolo personale[26].
La differenza tra le due discipline non sta nel principio, in entrambi i casi si chiede di rendere riconoscibile un contenuto sintetico, ma nell’uso che se ne può fare: un’etichetta che incorpora l’identità verificata del produttore, in un sistema dove la registrazione online richiede già documenti governativi, si trasforma da strumento di trasparenza informativa in strumento di tracciabilità individuale.
Il costo sociale della censura digitale cinese
Gli effetti di questo controllo non restano confinati alla sfera online. Con amici e familiari le persone restano disposte a lamentarsi apertamente, del lavoro o della scuola, ma i limiti imposti alla discussione digitale finiscono per condizionare anche il confronto dal vivo, perché l’informazione deve pur venire da qualche parte.
Un post su WeChat dedicato al caso Guo, poi anch’esso rimosso, descrive con un’immagine efficace quanto la cautela sia arrivata fino alla tavola da pranzo: quando la conversazione si avvicina a un tema sensibile, si guarda prima intorno e si abbassa la voce, come agenti sotto copertura che si scambiano informazioni.
Questi limiti alla libertà di espressione danneggiano la Cina stessa, rendendo più difficile individuare tempestivamente i problemi e affrontarli in modo razionale, e potrebbero in prospettiva danneggiare anche il partito, lasciando che le tensioni sociali si accumulino senza un dibattito che le renda visibili prima che esplodano: è un’osservazione che chi lavora su governance dei dati e trasparenza algoritmica riconosce anche in altri contesti, dove la soppressione sistematica dei segnali di allarme provenienti dal basso finisce per compromettere la capacità di correzione tempestiva del sistema stesso.
Non è tuttavia così che la leadership cinese valuta la situazione: il partito dispone di proprie fonti interne di informazione e considera che l’opinione pubblica non debba occuparsi degli affari di stato. La capacità di definire l’agenda nell’era digitale, di controllare gran parte di ciò che le persone vedono e dicono, è per la dirigenza cinese l’obiettivo perseguito, non un effetto collaterale tollerato, anche a fronte dei costi economici e dei limiti tecnici che lo stesso apparato di controllo continua a incontrare[27].
Il potere degli algoritmi
Restano, alla fine, tre attori distinti a contendersi la stessa posta: uno stato che tratta il controllo dell’informazione come funzione di governo, un’istituzione pubblica che lo sottopone a regole e limiti procedurali, e un’infrastruttura privata che lo esercita senza mandato elettorale né piena trasparenza. Il confronto tra Pechino e Bruxelles rischia di far dimenticare che la terza forma di potere è già quella con cui, ogni giorno, la maggior parte delle persone nel mondo democratico fa i conti.
Chi progetta un algoritmo di raccomandazione, nei regimi democratici, risponde ad azionisti e inserzionisti, secondo metriche di engagement e tempo di permanenza, mentre esercita un potere sulla formazione dell’opinione pubblica che nella sua natura è paragonabile a quello di un’istituzione.
Uno scarto aggravato dall’opacità dei criteri di ranking, sottratti allo scrutinio anche dei regolatori, dalla scala degli effetti, che una singola modifica algoritmica produce su centinaia di milioni di persone in tempi che nessun processo democratico riesce a eguagliare, e dalla natura sistemica del danno, che riguarda la capacità collettiva di distinguere informazione da disinformazione più che singoli errori isolati; il Digital Services Act ha provato a colmare questo vuoto imponendo alle piattaforme di grandi dimensioni obblighi di valutazione del rischio sistemico e di trasparenza sui parametri di raccomandazione, lasciando però ampi margini di autoregolazione.
Il caso cinese mostra l’esito opposto dello stesso problema: l’algoritmo risponde allo Stato, ma lo Stato non risponde a nessuno se non a se stesso. Le Provisions on the Administration of Algorithmic Recommendation for Internet Information Services, in vigore dal marzo 2022, impongono la registrazione degli algoritmi presso la Cyberspace Administration of China e la promozione di “mainstream value orientations”, trasformando lo strumento tecnico in un mezzo di allineamento ideologico sottoposto a un’autorità politica priva di contrappesi indipendenti.
La ricerca del Citizen Lab dell’Università di Toronto[28] ha documentato come WeChat applichi un filtro di parole chiave lato server attivo solo per gli account registrati originariamente con un numero di telefono cinese. Un vincolo che persiste anche se l’account viene poi collegato a un numero internazionale, con un’intensità maggiore nelle chat di gruppo rispetto a quelle uno a uno, e senza alcuna notifica all’utente quando un messaggio viene bloccato, e questo mostra come la calibrazione di ciò che vediamo dipenda dal tipo di legittimità, di mercato o politico-autoritaria, a cui l’algoritmo è in ultima istanza subordinato, e suggerisce che la domanda su chi risponde di queste decisioni vada completata chiedendo attraverso quali meccanismi quella risposta possa essere verificata e contestata.
Nel modello europeo un meccanismo giudiziario e amministrativo, per quanto imperfetto, esiste; in quello cinese il controllo resta interno all’apparato che detiene il potere, ed è quindi uno strumento di governo dell’informazione più che una garanzia per chi la riceve.
Note
[1] “Speech in China is in the deep freeze”, The Economist, Chaguan, 7 settembre 2026. ↩
[2] “Chinese comedy star Guo Degang under investigation for changing lyrics”, Newswav, agosto 2026. ↩
[3] Yan Zhuang, “Chinese Comic Investigated After Singing a Riff of a Patriotic Song”, The New York Times, 19 agosto 2026. ↩
[4] Associated Press, “Chinese theater, promoter fined for altered patriotic song in a comedy show”, 7 settembre 2026. ↩
[5] “China’s most famous comedian under investigation for joke about communist song”, CNN, 18 agosto 2026. ↩
[6] “Speech in China is in the deep freeze”, The Economist, cit. ↩
[7] Yan Zhuang, “Chinese Comic Investigated After Singing a Riff of a Patriotic Song”, The New York Times, cit. ↩
[8] Emily Feng, “Questions grow over China’s reporting of Nepal floods death toll”, NPR, 7 settembre 2026. ↩
[9] Speech in China is in the deep freeze”, The Economist, cit. ↩
[10] Freedom House, “China: Freedom on the Net 2025” (rapporto annuale). ↩
[11] Reporters Sans Frontières (RSF), World Press Freedom Index 2026. ↩
[12] Amnesty International, rapporto annuale sulla Cina (report-china). ↩
[13] Katie LaRoque, “Xi Jinping in Washington, DC: Countering Beijing’s Efforts to Undermine Free Speech Beyond Its Borders”, Freedom House, 17 settembre 2026. ↩
[14] Sarah McLaughlin, “In China and Hong Kong, remembrance is a crime”, FIRE (Foundation for Individual Rights and Expression), Free Speech Dispatch, 2 settembre 2026. ↩
[15] Freedom House, “China: Freedom on the Net 2025”, cit. ↩
[16] Jessica Batke e Laura Edelson, “The Locknet: How China Controls Its Internet and Why It Matters”, ChinaFile/Asia Society. ↩
[17] Jessica Batke e Laura Edelson, “The Locknet: How China Controls Its Internet and Why It Matters”, cit. ↩
[18] “China’s AI-Empowered Censorship: Strengths and Limitations”, Carnegie Endowment for International Peace, marzo 2026. ↩
[19] China’s AI-Empowered Censorship: Strengths and Limitations”, Carnegie Endowment for International Peace, cit. ↩
[20] Cyberspace Administration of China e altri, “Interim Measures for the Management of Generative Artificial Intelligence Services”, 2023, articoli 4 e 17. ↩
[21] Sul principio della sovranità cibernetica (网络主权) cfr. i discorsi di Xi Jinping alla World Internet Conference di Wuzhen a partire dal 2015; si veda anche DigiChina, Stanford University, “Persisting in Respect for the Principle of Cyber Sovereignty, Promoting the Construction of a Community of Common Destiny in Cyberspace”. ↩
[22] Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, caso Kavala c. Turchia; cfr. Sarah McLaughlin, “In China and Hong Kong, remembrance is a crime”, FIRE, cit. ↩
[23] Regolamento (UE) 2022/2065 (Digital Services Act), articoli 17, 20 e 21. ↩
[24] Oreste Pollicino, “La prospettiva costituzionale sulla libertà di espressione nell’era di Internet”, Rivista di diritto dei media, già in G. Pitruzzella, O. Pollicino, S. Quintarelli, “Parole e potere. Libertà d’espressione, hate speech e fake news”, Egea, 2017; sul concetto di collateral censorship cfr. anche J.M. Balkin, “Free Speech and Hostile Environments”, Columbia Law Review, 99(8), 1999. ↩
[25] Paolo Benanti, intervista, “Big Tech più potenti degli Stati”, QN – Quotidiano Nazionale, 2026; si veda anche l’intervista rilasciata a EWTN Vatican, “Franciscan expert on artificial intelligence addresses its ethical challenges”. ↩
[26] Bird & Bird, “New AI Content Labelling Rules in China: What Are They and How Do They Compare to the EU AI Act”, 2025; Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), articolo 50. ↩
[27] “Speech in China is in the deep freeze”, The Economist, cit. ↩
[28] Lotus Ruan, Jeffrey Knockel, Jason Q. Ng, Masashi Crete-Nishihata, “One App, Two Systems: How WeChat uses one censorship policy in China and another internationally”, The Citizen Lab, University of Toronto, 30 novembre 2016 — https://citizenlab.ca/2016/11/wechat-china-censorship-one-app-two-systems/ ↩

























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