Il lavoro del futuro, dopo il covid: le previsioni World Economic Forum | Agenda Digitale

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Il lavoro del futuro, dopo il covid: le previsioni World Economic Forum

Il futuro del lavoro delineato dal report “Future of Jobs 2020” del World Economic Forum: quali sono le dinamiche in atto, quelle accelerate dalla pandemia, le skill necessarie a competere nel mercato occupazionale, la situazione in Italia

10 Nov 2020
Giacomo Bandini

Competere


La crisi sanitaria ed economica causata dalla pandemia sta accelerando il cambiamento della produzione, della logistica e, di conseguenza, anche del lavoro.

Una percentuale crescente di aziende progetta modifiche organizzative per gestire i diversi volumi di domanda (prima in forte calo e poi in risalita nel quarto trimestre, ora di nuovo in fase di rallentamento) e adattare le proprie strutture alla Covid-19. Automazione e digitalizzazione guidano il cambiamento. Rispetto a un anno fa, però, le previsioni sul rapporto tra posti di lavoro creati e perduti peggiora se proiettato nel 2025.

La domanda di occupazione qualificata con skill miste si scontra con la velocità del cambiamento tecnologico, accelerata dalla pandemia. Così, il report “Future of Jobs 2020” del World Economic Forum delinea trend di resilienza, opportunità e rischi per il prossimo decennio, anche per il nostro paese.

WEF: le caratteristiche del lavoro del futuro

La premessa dell’AD del del WEF, Klaus Schwaab, conferma quanto era stato possibile osservare durante il lockdown: “La Covid-19 ha accelerato i processi di automazione industriale e le ricadute della recessione economica hanno acuito le disuguaglianze esistenti nei mercati, invertendo i guadagni occupazionali realizzati dalla crisi finanziaria globale nel 2007-2008”.

Ma quali sono le caratteristiche fondamentali del lavoro del futuro che emergono dall’analisi del WEF, basata sulle risposte di oltre 300 manager? Le capacità di pensiero analitico e creatività verranno esaltate nei nuovi assetti organizzativi. La domanda per le professioni emergenti, ad alto livello di digitalizzazione, è destinata a crescere contemporaneamente all’adozione di nuove tecnologie nei processi di produzione di beni e servizi. Il podio tecnologico è occupato da cloud computing, big data analytics e Internet of Things. A seguire cybersecurity, intelligenza artificiale e commercio digitale e robotizzazione. Tra i settori maggiormente coinvolti in questa trasformazioni si trovano quello della Digital Communications and Information Technology, dei Financial Services e dell’Healthcare.

In un simile contesto dovranno cambiare anche le skill necessarie a competere nel mercato occupazionale. Pensiero critico e capacità analitiche, problem solving e autogestione sono le competenze la cui richiesta sarà in forte espansione nei prossimi cinque anni. Ma anche abilità di lavorare all’interno di team multidisciplinari e di utilizzare e gestire la tecnologia sono fondamentali per almeno il 50% delle aziende intervistate dal WEF.

I possibili squilibri sul medio termine

Se un aumento rapido dei processi di digitalizzazione e automazione è sintomo di società dinamiche e capaci di adattarsi alle situazioni critiche, come una pandemia e le sue conseguenze, esso rischia di creare anche degli squilibri di medio termine. Sebbene il numero di posti di lavoro distrutti verrà superato da quelli creati, a differenza degli anni precedenti il tasso di incremento di questi ultimi potrebbe rallentare. È previsto che entro il 2025 i ruoli sempre più routinari caleranno dal 15,4% della forza lavoro al 9% (-6,4%) e che le professioni emergenti cresceranno dal 7,8% al 13,5% (+5,7%).

Entro il 2025, 85 milioni di posti di lavoro potrebbero essere sostituiti in seguito a una diversa suddivisione del lavoro tra uomo e macchine, mentre potrebbero emergere 97 milioni di nuove professioni più adatte ai nuovi assetti organizzativi aziendali. Il 43% delle aziende prevede di ridurre la propria forza lavoro a causa dell’integrazione di nuove tecnologie nei processi di produzione, il 41% di espandere il proprio utilizzo di contractor esterni e il 34% di necessitare un maggior numero di impiegati per poter gestire e utilizzare al meglio la tecnologia applicata.

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Un’altra nota negativa riguarda il gap tra le competenze necessarie a operare in un simile contesto e quelle presenti nella forza lavoro che continua a essere elevato. Le società interpellate stimano che circa il 40% dei lavoratori dovrà essere riqualificato nei prossimi sei mesi. Il 94% del campione dichiara, poi, di aspettarsi l’acquisizione di nuove conoscenze e skill da parte dei dipendenti nel decennio a venire.

Com’è messa l’Italia

Come si colloca l’Italia all’interno di questo quadro in continuo cambiamento? La scheda elaborata dal World Economic Forum rivela una natura duale. Sul fronte delle competenze e della forza lavoro emergono diverse debolezze in comparazione con i paesi più industrializzati. Il livello di digital skill, non è una novità, rimane inferiore alla media e così il grado di istruzione avanzata che interessa solamente il 14% della popolazione lavorativa (in Francia supera il 30%, in Germania il 25%). Nel contempo rimane elevata la richiesta da parte dell’industria di forza lavoro altamente qualificata (86% degli intervistati). Ciò significa che è probabile si verifichino fenomeni di skill mismatch e di asimmetrie tra domanda e offerta di professionalità altamente qualificate.

Considerando le mansioni del futuro e le tecnologie fondamentali per il cambiamento strutturale, l’Italia rimane sostanzialmente allineata alla maggior parte dei paesi coinvolti nel report. È interessante, invece, l’orizzonte temporale del reskilling considerato necessario dalle imprese italiane. Se comparato con un’altra realtà manifatturiera ed esportatrice come la Germania, si nota che solo il 18% delle nostre imprese vede l’acquisizione di competenze come un attività di lungo termine (superiore a un anno). Le imprese tedesche che guardano a un termine più lontano sono invece il 36%.

Le dinamiche accelerate dalla pandemia

Il WEF delinea quindi dinamiche in atto da tempo, ma che hanno subito un’accelerazione imprevista in seguito alla pandemia. Il tasso di crescita dell’adozione di soluzioni digitali e automatizzate da parte di tutti i settori industriali potrebbe avere pochi precedenti. Questo ha costretto imprese e lavoratori a fare i conti con il cambiamento senza avere tempo di programmare strategie e ammortizzatori sociali.

Da una parte, quindi, si trova il potenziale tecnologico che nel prossimo decennio potrebbe cambiare definitivamente le modalità con cui vengono prodotti e consegnati beni e servizi. Dall’altra, una forza lavoro che necessita di stare al passo con le competenze richieste da un simile adattamento alle condizioni esterne. Spesso, peraltro, senza la possibilità di comprenderne la portata o senza avere le risorse per procedere con la fase di reskilling. Molti paesi avanzati condividono le medesime problematiche: carenza di forza lavoro qualificata e orizzonti temporali di breve termine nelle politiche aziendali e pubbliche. L’Italia ne è un esempio perfetto. Stretta tra la necessità di automatizzare la propria industria e un sistema nazionale che non è riuscito a incentivare la creazione di competenze avanzate e adatte alle sfide della digitalizzazione.

Una delle soluzioni indicate nelle conclusioni del report “Future of Jobs 2020” riguarda proprio questo ultimo aspetto. La collaborazione tra pubblico e privato deve essere finalizzata nella preparazione del sistema produttivo alle trasformazioni tecnologiche ed economiche in atto. Senza l’uno o l’altro componente il potenziale innovativo potrebbe rimanere inespresso e, anzi, aumentare i divari tra le fasce di occupazione. In termini di benessere, ma anche di tenuta sociale.

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