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PNRR, strategie e politiche per il lavoro: quale formazione per l’occupabilità giovanile

Non solo soldi da investire, ma capacità di incanalare le risorse nei settori e territori giusti e di incrociare adeguatamente la domanda con l’offerta di lavoro. L’Italia ha un gravissimo gap da recuperare in termini di occupazione e formazione giovanile. Basterà il PNRR per colmarlo?

26 Mag 2022
Dunia Pepe

INAPP e Stati Generali dell’Innovazione

disinformazione

L’Italia ha un grande bisogno di investire sulle giovani generazioni visto che oltre 3 milioni di giovani tra 15 e 34 anni non sono occupati, non vanno a scuola e non si formano. Quasi un quarto del totale, la quota più elevata tra i Paesi europei, osserva Valentina Conte in un suo articolo su PNRR occupabilità giovanile (2021). E la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro è di 14 punti inferiore alla media Ue.

Lavoro e competenze: il PNRR occasione per un ripensamento generale

Il Recovery Plan dovrebbe creare 90 mila posti per i giovani entro il 2023, su 750 mila/un milione totali, ai quali riserverà l’8,12% delle risorse pari a 15,55 miliardi. Ma sono molte le incognite sull’impatto del PNRR sulle opportunità di occupazione dei giovani.

L’impatto generazionale del PNRR

Un aspetto estremamente significativo del problema legato all’occupabilità giovanile riguarda non solo la quantità di soldi da investire ma anche la capacità dei progetti di incanalare le risorse nei settori e territori giusti, così come la capacità di incrociare adeguatamente la domanda con l’offerta di lavoro. Proprio in relazione a questo problema, il Consiglio Nazionale dei Giovani – CNG – ha chiesto al governo di istituire un comitato per valutare l’impatto generazionale del PNRR e correggerne eventualmente le progettualità. Se non si indirizzano le politiche verso i giusti obiettivi, osserva Valentina Conte (2021), neppure la clausola peraltro non vincolante del 30% di posti nei bandi legati al Recovery riservati a giovani e donne, riuscirà a invertire la difficile condizione di queste categorie.

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In particolare, il CNG propone nuove politiche attive per orientare i giovani verso percorsi professionali in settori dedicati a innovazione e tecnologia e per evitare un futuro di contratti in nero, agevolare gli affitti e non solo i mutui, aprire Agenzie di lavoro a loro dedicate come è stato fatto con successo in Germania. Si tratta di sfide importanti la cui attuazione non è né facile né immediata.

Il CNG propone anche una metodologia regionale per intercettare nuova occupazione, invitando a guardare i settori che tirano di più negli specifici territori in modo da concentrare risorse in quei settori, indirizzarvi sforzi formativi e creare cluster (Conte, 2021). La crisi, scatenata dalla pandemia, si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7.9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30.2%, del 32.4% e del 43.6%. Tra il 2005 e il 2019, il numero di italiani sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3% al 7,7% della popolazione prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4%. Ad essere particolarmente colpiti, osserva Giampaolo Ferradini (2021) sono stati donne e giovani.

Le difficoltà delle imprese

L’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di NEET, ragazzi tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione. Il tasso di partecipazione delle donne al lavoro è solo il 53,8%, molto al di sotto del 67,3% della media europea. Questi problemi sono ancora più accentuati nel Mezzogiorno, dove il processo di convergenza con le aree più ricche del Paese è fermo da molto tempo (Ferradini, 2021).

Per attuare il PNRR, scrivono Pogliotti e Tucci (2022), così come per accelerare i modelli di industria 4.0 serviranno essenzialmente laureati STEM, vale a dire laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche. Tuttavia, dati recenti di Unioncamere-Anpal e AlmaLaurea denunciano le difficoltà, da parte delle imprese, di trovare proprio questi profili. “In cima alla lista ci sono ingegneri elettrotecnici ed esperti informatici, dove il mismatch evidenziato dalle aziende ha ormai raggiunto livelli record, rispettivamente 74,1% e 67%. Le difficoltà di reperimento ‘scendono’… intorno al 60% delle selezioni per altri profili strategici del Made in Italy, vale a dire progettisti e amministratori di sistemi, ingegneri elettronici e in telecomunicazioni, analisti e progettisti di software, tecnici della produzione manifatturiera (Pogliotti e Tucci, 2022). In realtà, le imprese, in particolare quelle manifatturiere, chiedono non solo laureati in economia e ingegneri, ma anche laureati nei settori scientifico-matematico-fisico-informatico, nei settori green, nel campo chimico-farmaceutico e in quello della formazione.

La difficoltà di trovare questi profili e soprattutto la difficoltà di trovarli tra i giovani è, secondo il vicepresidente di Confindustria per il Capitale umano Gianni Brugnoli, davvero preoccupante: “Sono almeno 6-7anni che si parla di Industria 4.0 – osserva Brugnoli – e oggi dovremmo poter contare su quei talenti di cui abbiamo bisogno per trasformarci e innovare” (Brugnoli cit. da Pogliotti e Tucci, 2022). Nel 2021, le imprese hanno aumentato la richiesta di assunzione di laureati, soprattutto di laureati STEM, arrivando a chiedere 634mila profili; tuttavia, per 4 profili su 10, cioè per 240mila laureati, le aziende hanno riscontrato enormi difficoltà nel trovare il candidato giusto.

“Il mercato del lavoro, da qui al 2026, scrive Alberto Orioli sul quotidiano Il Sole 24 Ore (2022a), cerca tra 1,3 e 1,7 milioni di nuovi posti, dicono le proiezioni Unioncamere e Anpal. Ma il punto è che Industria 4.0, le rivoluzioni green e digitale spinte dal PNRR e l’internazionalizzazione, che stanno investendo con forza ormai da qualche anno, richiedono nuove competenze e personale. E qui arriva il tasto dolente: nei primi quattro mesi del 2022 le difficoltà di assunzioni hanno sempre superato quota 40%”. Quando si parla dei giovani, osserva Orioli (2022b), non bisogna preoccuparsi delle difficoltà che incontreranno nel momento in cui dovranno percepire la pensione; è importante invece preoccuparsi di dar loro una formazione che possa garantire l’accesso ai lavori oggi disponibili ed abbattere il mismatch tra competenze richieste e competenze disponibili.

Esiste dunque un ‘gap’ delle figure disponibili sul mercato. Pochi giovani e soprattutto donne scelgono percorsi tecnico-scientifici. Le donne laureate, nell’anno accademico 2021, che hanno conseguito il titolo in percorsi STEM sono il 18,9% sul totale delle laureate, gli uomini il 39,2% sul totale degli uomini laureati. E non stupisce, come ci ha ricordato di recente l’Istat, che la quota di laureati 25-34enni nelle aree disciplinari scientifico-tecnologiche in Italia sia appena il 24,6%. In Francia è del 26,8%, in Spagna del 27,5% e in Germania del 32,2% (Pogliotti e Tucci, 2022).

Competenze e competenze digitali

Nella formazione dei giovani sono essenziali le competenze digitali, tuttavia, in Europa come nel resto del mondo esiste ancora un gap tra mercato della domanda e dell’offerta di talenti digitali. Secondo le stime della Commissione Europea, osserva Patrizia Licata (2021), solo il 3,5% degli studenti universitari frequenta un corso di laurea in ICT, e 1 lavoratore su 3 non possiede competenze digitali di base. “Questa carenza si riflette sulle performance aziendali: 4 aziende su 10 hanno dichiarato un calo nella produttività e nella retention dei clienti a causa della mancanza di abilità digitali” (Licata, 2021). In effetti, nei paesi dell’Unione Europea si è stimato che nel 2016 circa il 37% della forza lavoro avesse competenze digitali insufficienti per portare avanti il proprio lavoro; all’interno di questa percentuale ricadono anche i lavoratori che non hanno alcuna competenza digitale, considerato che non utilizzano Internet. Questi lavoratori, scrive Paola Capoferro (2022), costituiscono l’11% della forza lavoro dell’UE, ma tale percentuale supera il 25% per paesi come Portogallo, Bulgaria, Romania e Italia. Oggi siamo ancora lontani dall’ottenere risultati apprezzabili in termini di maggiore diffusione delle competenze digitali, visto che il miglioramento rispetto a cinque anni prima è stato solo dell’1%.

Senza dubbio, il lockdown ha fatto fare un importante balzo in avanti all’utilizzo delle nuove tecnologie ed alla familiarità con le competenze digitali. La vita negli ultimi due anni si è decisamente spostata online: lo smart working, la scuola a distanza, i corsi di ginnastica, le partite di bridge, gli aperitivi con gli amici. E tutti hanno dovuto fare sforzi per scaricare applicazioni, scoprire nuove funzionalità, utilizzare in modo diverso smartphone e pc, risolvere da soli problemi che non avevamo mai nemmeno affrontato. Chi lavora da casa ha imparato a usare davvero gli strumenti di collaboration, gli studenti hanno preso più confidenza con i computer, gli anziani hanno scoperto le videochiamate e WhatsApp (Capoferro, 2022). Nonostante la spinta data dal lockdown alla digitalizzazione, il digital mismatch sta vivendo una crescita esponenziale. Nonostante gli atenei cerchino di offrire percorsi di laurea con focus su big data e data science, intelligenza artificiale, sicurezza informatica e cybersecurity con l’obiettivo di colmare questo gap, secondo il quinto Osservatorio delle Competenze Digitali, nel biennio 2019-2021, si riscontra una carenza di 5.100 laureati.

In crescita la richiesta di lavori altamente qualificati

L’European Centre for the Development of Vocational Training dell’Unione Europea – Cedefop – ha stimato che dal 2020 al 2025 circa 46 milioni di opportunità di lavoro, su un totale di 107 milioni, nasceranno per lavori altamente qualificati, che prevedono una preparazione di livello universitario o fortemente specializzata. In un orizzonte temporale che arriva fino al 2025, le stime per l’Europa prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro per ruoli e professioni a elevata qualificazione e una diminuzione di quelli a bassa qualificazione. La differenza sta nelle competenze che non saranno esclusivamente di natura tecnologica, osserva Capoferro (2022), ma faranno riferimento a un mix più ampio e complesso che contempla competenze di processo, abilità sociali e soft skill. Queste ultime giocheranno un ruolo di primo piano, considerando che sono determinanti per risolvere problemi complessi, gestire il cambiamento, collaborare e relazionarsi, adattarsi con flessibilità e comunicare.

Anche il percorso verso una maggiore consapevolezza dell’impatto del digitale sul valore del business non è ancora completato in diversi ambienti del management italiano. Da qui scaturisce l’elevata quota di aziende ed enti in cui la transizione al digitale è ancora a un livello troppo basso nella scala delle priorità strategiche rispetto all’effettiva urgenza, malgrado la quota crescente di competenze digitali richieste nelle funzioni direttive e manageriali. Nel corso del 2020 l’Italia ha fatto dei progressi nel digitale, soprattutto in termini di connettività, ma resta ancora ampiamente al di sotto della media europea sul fronte delle competenze digitali, ambito nel quale il Belpaese si piazza tra gli ultimi classificati in Europa, al terzultimo posto. È la situazione che emerge dall’edizione 2021 dell’indice Desi, lo strumento con cui la Commissione europea misura il progresso digitale negli Stati membri (Crisantemi, 2021). Se la classifica generale vede l’Italia risalire di qualche posizione, passando dal 25° al 20° posto, il Rapporto DESI evidenzia ancora un grave ritardo sulle competenze digitali, sia di base che avanzate, che rischia di escludere parte della popolazione dall’accesso ai servizi digitali e limitare la capacità innovativa delle imprese.

Valentina Conte (2021), citando un’indagine Eurostat del 2019, fa notare come solo il 39% dei giovani italiani nella fascia 16 – 24 anni abbia competenze digitali superiori a quelle di base, contro quasi il 60% dei coetanei francesi e della media Ue, il 65% dei tedeschi e addirittura il 69% degli spagnoli. Nella fascia successiva, 25 – 34 anni, va pure peggio: 36% degli italiani, 47% dei francesi, 55% degli spagnoli, 61% dei tedeschi, 50% della media UE a 28. In definitiva nel digitale, che rappresenta accanto al verde un settore chiave per lo sviluppo, siamo in fondo alla classifica dei Paesi europei.

Le richieste di green jobs da parte delle imprese

Estremamente significative sono anche le richieste di green jobs da parte delle imprese. Il Rapporto Le competenze green elaborato dal Sistema Informativo Excelsior e presentato nell’aprile 2022, a cura di Unioncamere ed Anpal, mostra come le entrate di green jobs programmate dalle imprese nel 2021 siano state 1,6 milioni, pari al 34,5% del totale dei contratti previsti. I dati sui principali green jobs indicano la rilevanza delle competenze green nelle figure della logistica quali addetti alla gestione dei magazzini, del personale non qualificato addetto all’imballaggio e degli addetti allo spostamento delle merci; negli ambiti dell’ICT in particolare analisti e progettisti di software e tecnici esperti in applicazioni; nelle professioni del settore edilizio come muratori, elettricisti e installatori; infine per gli specialisti nella commercializzazione di beni e servizi, ad esempio, per gli esperti nel marketing e per il personale dedicato all’acquisto e alla vendita (Unioncamere e Anpal, 2022, pp. 36 – 37).

Nell’industria, l’incidenza di Green Jobs sul totale delle entrate è molto elevata, pari al 68,6% mentre per i servizi si attesta al 20,9% (Unioncamere e Anpal, 2022, p. 37). Per oltre 3,5 milioni di posizioni, pari al 76,3% del totale delle entrate programmate dalle imprese, la competenza verde è ritenuta necessaria per svolgere la professione, e per il 37,9% delle entrate totali il grado di importanza di questa skill è considerato elevato (Unioncamere e Anpal, 2022, p. 50). Per ciò che riguarda le figure professionali più richieste per competenze green, le richieste maggiori riguardano i settori delle costruzioni, della meccatronica e dei servizi avanzati alle imprese.

Strategie e politiche per i giovani

Il 22 luglio 2021, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, si è insediato il COVIGE: Comitato per la Valutazione dell’Impatto Generazionale delle politiche pubbliche. L’istituzione del Comitato, presieduto dalla Ministra per le Politiche Giovanili Fabiana Dadone, rappresenta un importante salto di qualità nella misura in cui i giovani diventano oggetto di esplicita attenzione da parte delle politiche del Governo attraverso strumenti e indicatori in grado di misurare e quindi coordinare le dinamiche di intervento.

Il Comitato è composto da diciassette componenti selezionati tra dirigenti e rappresentanti di pubbliche amministrazioni, docenti universitari ed esperti di valutazione e di politiche giovanili, tra cui i rappresentanti del Consiglio Nazionale dei Giovani e dell’Agenzia Nazionale per i Giovani. Oltre ad occuparsi della valutazione di impatto delle misure destinate ai giovani nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il COVIGE si occupa anche di definire gli indicatori utili in riferimento a modelli praticati in altri paesi UE e agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Nella prospettiva di Domenico Marino (2021), al fine di poter realizzare gli obiettivi del PNRR occorre proporre un modello di innovazione armonica che sia capace di accompagnare imprese e territori nelle sfide delle transizioni digitale e tecnologica, verde e circolare, sociale ed economica in una logica di convergenza tra tech e social innovation e nella prospettiva di un modello Industry 4.0.

Il 24 marzo 2022, la Ministra Fabiana Dadone presiede l’evento italiano per il lancio dell’anno europeo dedicato ai giovani presso l’Ara Pacis di Roma. Pur in una situazione di grande difficoltà per le giovani generazioni, nell’intento di offrire ai ragazzi uno sguardo costruttivo e nuove opportunità sul futuro, nel corso di questo evento viene rilanciata la Carta Nazionale dei Giovani volta a dare formazione ed informazione, un piano per i NEET in collaborazione con l’Anci, ma anche sette hub sul territorio per far incontrare la domanda e le offerte di lavoro. È significativo rilevare il drammatico paradosso di un anno, il 2022, che avrebbe voluto e dovuto sostenere i giovani in una prospettiva di ripresa post-pandemia per il loro sviluppo personale, sociale e professionale e per un maggiore coinvolgimento nella vita democratica dell’Europa. Nella realtà questo anno, caratterizzato da un conflitto che in diverso modo interessa i paesi d’Europa e del mondo, rischia di gettare proprio le giovani generazioni in una condizione di “… inasprimento delle disuguaglianze sociali e geografiche restituendo loro prospettive sconfortanti e incerte sul futuro” (Dadone, 2022). All’interno della stessa prospettiva, si rileva come un anno che avrebbe dovuto assistere alla svolta green accanto a quella digitale, volute e sancite dal Piano Next Generation EU, veda in realtà l’involuzione delle politiche ambientali e l’aumento dei rischi di inquinamento dovuti alla carenza di gas naturale, provocata proprio dal conflitto in Ucraina, dal grande utilizzo di gas liquido, dall’impiego di navi gassificatrici così come dal rinnovato utilizzo, in molti paesi d’Europa, delle centrali di energia a carbone.

L’Osservatorio sulle Politiche Giovanili

L’Osservatorio sulle Politiche Giovanili, realizzato dalla Fondazione Bruno Visentini a partire dall’anno 2017, ha presentato nell’aprile 2022 il suo IV Rapporto sul divario generazionale relativo all’anno 2021. Questo Rapporto rileva e presenta la misura del divario generazionale in Italia, ovvero il grado di difficoltà che un giovane deve affrontare per raggiungere le principali tappe che dovrebbero condurlo a una vita autonoma e di realizzazione personale e professionale. L’Indice del divario generazionale si basa su 13 indicatori compositi e 37 indicatori elementari. Esso riguarda non gli effetti del divario, ma le sue cause: tali cause vengono misurate attraverso “l’altezza” e l’intensità degli ostacoli che i giovani devono affrontare per diventare adulti nel senso economico e sociale del termine. “Dal 2006, in cui l’indicatore misurava 100, questi ostacoli sono aumentati sempre di più, e la crisi finanziaria del 2008 lo ha spinto fino a 130 punti: in poche parole il significato è che, tra il 2006 e il 2008, gli ostacoli verso cui si interfaccia un ventenne sono aumentati del 30%. Immaginando un muro di un metro, è come se questo muro in due anni si fosse alzato di trenta centimetri” spiega Luciano Monti (cit. da S. Torlontano, 2022). Partendo dal presupposto che l’indice fosse pari a 100 nel 2006, esso è pari a 142 punti nel 2021, a conferma del fatto che le crisi sistemiche che colpiscono l’Italia hanno sempre un impatto generazionale asimmetrico sulle fasce più giovani della popolazione.

Analizzando i singoli indicatori compositi, si rileva come a determinare maggiormente il divario generazionale siano delle stesse variabili fuori controllo legate alla mancata parità di genere, al peso eccessivo del sistema pensionistico sui conti dello Stato, alle condizioni di reddito, ricchezza e welfare, credito e risparmio sempre meno a disposizione dei giovani. Giovani che negli ultimi anni sono stati più che altro alle prese con problemi di DAD, di mobilità e di frenata dei loro interessi e dei loro entusiasmi per l’ambiente e per la possibilità di affrontare in maniera significativa i problemi relativi alla sostenibilità sociale ed economica. Sicuramente, la pandemia ha influenzato le percezioni valoriali delle priorità. Se nell’anno precedente le tematiche ambientali erano messe in testa a tutto, da oltre un quarto degli studenti, ora tale scelta è opzionata solo da un quinto dei rispondenti mentre si rafforza l’attenzione verso la scuola, la formazione e il lavoro.

I fattori di disparità

Un fattore importante di disparità riguarda la differente condizione dei giovani che vivono nei maggiori centri rispetto a quelli che vivono in piccole città oppure nel Mezzogiorno, la metà degli studenti siciliani dichiara di non poter contare sulla connessione internet a casa. La provenienza territoriale pesa anche sui problemi della mobilità con oltre un terzo degli studenti che abita nei piccoli comuni che dichiara di impiegare oltre 40 minuti per recarsi a scuola, contro una media generale che non raggiunge il 18%. “Non sorprende allora scoprire che, se solo uno studente su tre che risiedono nei centri con oltre 100.000 abitanti immagina di sviluppare la propria futura vita professionale e relazioni nella sua città natale, tale numero scende a uno su cinque per le realtà di minori dimensioni e addirittura a poco più di uno su sei nei centri con meno di 5.000 abitanti. In questi ultimi, il 36,5% degli studenti si immagina in un’altra regione italiana, mentre il 26,3% addirittura all’estero. Dati questi che lasciano presagire una accelerazione del processo di spopolamento oramai in atto da decenni e che se non contrastato condannerà alla scomparsa di molte delle comunità locali del nostro Paese” (Fondazione Bruno Visentini e Luiss, 2022, p. 14).

Un problema diffuso in tutti i Paesi europei riguarda il fatto che solo il 9% degli oltre cinquemila interventi di politiche attive e passive del lavoro, monitorati dal portale LABREF, riguarda esplicitamente i giovani. Specificamente, per ciò che riguarda questo tipo di interventi, l’Italia si posiziona al 10% dietro a Francia e Spagna che registrano l’11%. Tuttavia, l’accordo politico raggiunto dall’Unione europea per il prossimo ciclo di programmazione 2021-2027 prevede che gli Stati membri con un tasso di giovani NEET, di età compresa tra 15-29 anni, superiore alla media europea dovrebbero dedicare almeno il 12,5% delle loro risorse FSE+ al sostegno delle riforme strutturali e delle azioni mirate ai giovani (Fondazione Bruno Visentini e Luiss, 2022, p. 15).

Il secondo semestre 2021, tuttavia, ha fatto registrare un cambio di passo verso la definizione di una strategia unitaria per rilanciare il capitale umano più giovane agganciata alle opportunità insite nella duplice transizione ecologica e digitale. La prima, come si è detto, è stata l’istituzione del Comitato per la valutazione dell’impatto generazionale delle politiche pubbliche – COVIGE -. La seconda, promossa dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando a ottobre 2021, è stata la proposta di istituzione del Tavolo per l’occupazione giovanile, in ottemperanza alle indicazioni del Target 8, riguardante il Goal “Lavoro dignitoso e crescita economica” in seno alle attività di ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Questo tavolo è chiamato a mettere a sistema tutti i provvedimenti che a vario titolo contribuiscono a supportare non solo l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma anche l’acquisizione di nuove competenze durante l’attività lavorativa e il giusto bilanciamento di quest’ultima con il tempo libero e le relazioni familiari. Infine, le opportunità del PNRR riservate al Mezzogiorno e l’Accordo di partenariato che il Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale ha negoziato con Bruxelles potranno costituire la base per una politica giovanile integrata capace di mettere a sistema le risorse messe a disposizione dall’Unione europea e dallo Stato italiano al fine di affrontare il problema dello “spread generazionale” proprio nel sud d’Italia (Luiss, 2022).

I giovani dei tanti paesi del mondo hanno manifestato le loro opinioni, il 12 agosto 2021, a Ginevra, in occasione della Giornata internazionale della gioventù: la Global Shapers Community del World Economic Forum che ha lanciato il Piano di ripresa elaborato dai giovani. Lo Youth Recovery Plan nasce con l’obiettivo di garantire che la prossima generazione – comprendente giovani di età compresa tra 20 e 30 anni – possa dare un contributo a disegnare il futuro comune. La Global Shapers Community ha organizzato dialoghi virtuali e sondaggi in tutto il mondo in seguito all’invito dell’Agenda di Davos del gennaio 2021. Questi dialoghi hanno coinvolto persone appartenenti ai gruppi più diversificati: dai migranti privi di documenti ai forum pubblici comprendenti capi di stato e personaggi pubblici. Il rapporto si basa su 344 dialoghi tenuti in 146 città e su circa 19.000 risposte al Davos Lab Survey condotto in 187 paesi. La portata totale di questo lavoro ha coinvolto circa 2,3 milioni di persone. Attraverso questi dialoghi e i sondaggi, i giovani hanno condiviso le loro opinioni, idee e paure, che sono riassunte come una serie di intuizioni attuabili e raccomandazioni per i decisori chiave.

Lo Youth Recovery Plan auspica l’attuazione di politiche ambientali più rigorose, un più facile accesso alle nuove tecnologie, investimenti in programmi volti a sostenere la partecipazione dei giovani alla vita politica, forme di protezione finanziaria per le giovani generazioni (Global Shapers Community, 2021). I giovani, osserva la coordinatrice della Global Shapers Community, Wadia Ait Hamza, sono maggiormente interessati dai rischi del futuro globale rispetto alle altre categorie ma sono, al tempo stesso, quelli che hanno le idee e le energie più innovative per poter disegnare un mondo migliore. In linea con il Rapporto del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico – IPCC – delle Nazioni Unite, i giovani propongono di porre fine a tutte le forme di utilizzo del carbone, petrolio e gas per poter contenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5°C stabilito nell’accordo di Parigi. Al fine di raggiungere questi obiettivi, i giovani della Global Shapers Community invitano le istituzioni finanziarie a non appoggiare società che cercano di avviare nuove attività di esplorazione e sviluppo di combustibili fossili e invitano le aziende a ridurre i combustibili fossili per passare a fonti di energia verde.

Quasi la metà dei giovani intervistati ha affermato di sentirsi scarsamente qualificato per affrontare il mercato del lavoro e quasi un quarto ha affermato che rischierebbe di indebitarsi di fronte a una spesa medica imprevista. I giovani sostengono un internet aperto e accessibile a tutti ma sono preoccupati per l’uso improprio dei social network. Metà della popolazione mondiale non ha ancora accesso al web e molti sono alle prese con frequenti ed estesi blackout della rete. I protagonisti della Global Shapers Community raccomandano quindi un piano di accesso digitale da due trilioni di dollari per colmare il divario soprattutto all’interno di condizioni di distanziamento sociale, come lo sono state le condizioni dettate dalla pandemia, in cui hanno preso il sopravvento le competenze digitali e le interazioni virtuali.

Bibliografia

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