Resistenza digitale

Comunicazione in tempi di guerra: com’è cambiata coi social

Sapevamo già che la comunicazione colma i vuoti in nome dell’horror vacui. Ma chi poteva immaginare tante trasformazioni così radicali, a ridosso di bisogni umani di sicurezza e sopravvivenza? Dai tempi che viviamo, possiamo imparare molte cose

05 Mag 2022
Mario Morcellini

Presidente Consiglio scientifico Fondazione Roma Sapienza

Non si può afferrare ciò che sta succedendo tra i belligeranti, in particolare sui tanti fronti di guerra aperti, semplicemente fondandosi sulla vicenda delle armi, vecchie o nuove che siano. Per molti versi, la dinamica quotidiana, la sua plausibile evoluzione e persino l’esito, sono già oggi (e tanto più lo saranno domani) influenzati da un terzo attore strategico[1], che mai come stavolta si è rivelato letteralmente geopolitico: la comunicazione.

Essa include tutti i media ma, come succede negli ultimi tempi, le novità più rivoluzionarie hanno puntualmente a che fare con le piattaforme, i social e la continua invenzione di circuiti di risposta al tentativo di rottamazione di Internet.

Guerra e fake news, i “danni collaterali” della corsa alla notizia

Informazione, guerra, verità

Il ruolo decisivo dell’informazione (complessivamente più attenta rispetto ad altri conflitti)[2] non garantisce ovviamente la “verità assoluta”, anche se occorre ammettere che ha già ora impedito che la Russia abbia conosciuto soltanto la versione Putin. Il primo risultato che colpisce è dunque che i social hanno fatto fallire la macchina propagandistica almeno su giovani, ceti intellettuali e strati dell’opinione pubblica crescenti per contagio, presumibilmente influenzando adulti e anziani entro i circuiti affettivi e familiari.

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Dal punto di vista della rapida moltiplicazione di innovazione mediale social, l’exploit delle novità sembra però in Ucraina. Qui occorre registrare un’ennesima prova di autonomia e activism delle piattaforme e delle app. Al contrario, in Russia, è diventato inevitabile aprire VPN[3], reti private che hanno conosciuto un netto incremento, e sembrano destinate ad un aumento continuo, nonostante i drammatici rischi per gli utenti, al fine di arginare il blocco dei social network occidentali o il controllo governativo su quelli russi come Vkontakte.

Figura 1: “La domanda per le reti private virtuali (VPN) in Russia nel periodo che va dal 24 febbraio al 10 marzo è aumentata del 1.092%”. Fonte: elaborazione sito top10vpn.com.

Ma un aiuto significativo sta giungendo anche dalle stesse piattaforme censurate, che stanno dando prova di straordinaria reattività infrastrutturale: è il caso di Twitter, che ha lanciato una versione della piattaforma su Tor, programma molto usato dai cittadini russi utile ad eludere blocchi e restrizioni del Cremlino.

L’altro elemento di clamorosa sorpresa è la flessibilità con cui tecnologie strutturate sull’indipendenza figurativa hanno saputo declinarsi come instrumentum regni del regime democratico di Zelensky. Pur essendo non completamente “pubblicizzate”, i contenuti sembrano letteralmente, almeno in prevalenza, istituzionalizzati e garantiti dal Governo (è il caso del Canale Telegram UkraineNow, originariamente attivato da un’agenzia tecnologica ucraina, l’Istituto di Modellazione cognitiva, durante l’emergenza Covid e “adottato” con oltre un milione di follower dal Governo ucraino). Senza contare la circostanza che molti dei leader ucraini hanno istituito propri canali Telegram, seguitissimi dalla popolazione.

Riassumendo provvisoriamente la situazione della comunicazione, in Russia appare essenzialmente monopolista e schiacciata sui diktat del Cremlino, mentre in Ucraina sembra pluralista, anche se occorre ammettere che essa è quasi completamente formattata dal Governo.

Non va trascurato inoltre l’evolversi della situazione e il prolungarsi di uno scontro bellico che tutto è stato tranne che una guerra lampo; ciò sta modificando con il trascorrere del tempo anche fronti e contenuti comunicativi, da analizzare sempre considerando la dicotomia social versus TV di Stato. In Ucraina, le televisioni sono oggi riconducibili, con buona approssimazione, ad un un’unica piattaforma d’informazione governativa. In Russia iniziano invece a comparire alcune crepe nella pur monolitica e monocratica informatia/disinformatia.

La Russia nel medioevo dell’informazione

Difficile valutare quale incidenza possano avere queste “incursioni” di democrazia comunicativa sull’architettura complessiva di un sistema mediale che si avvia sempre più speditamente verso l’autarchia. Un processo in corso da tempo a Mosca che dispone di una sua rete intranet RuNet, in grado di rendersi autonoma rispetto all’Internet globale e ha creato il potentissimo motore di ricerca Yandex su cui filtrare informazioni e pubblicità. Non va neppure dimenticato il fenomeno delle “redazioni in esilio”[4]: secondo il Comitato della protezione dei giornalisti (Cpj) almeno 150 dei pochi redattori indipendenti rimasti in Russia hanno lasciato il loro paese raggiungendo la Lituania (Vilnius è diventata un vero e proprio punto di riferimento per dissidenti e perseguitati politici), ma anche la Lettonia, la Georgia e altri Stati, spingendo la Russia in un vero e proprio “Medioevo dell’informazione”. L’obiettivo del Cremlino sarebbe esattamente questo, staccare il giornalismo critico dai suoi lettori, e dunque la priorità è quella di fornire supporti molto concreti ai redattori in esilio: permessi di soggiorno, alloggi e strumenti logistici che consentano loro di continuare a svolgere il proprio lavoro.

Tutto questo fa pensare a prima vista che c’è una chance (se non una elevata probabilità) di attingere a informazioni che possano essere verificate come attendibili e veritiere. Non è sempre così, poiché la stessa possibilità tecnica di verificare l’affidabilità è frustrata dal contesto di guerra e dai bombardamenti non solo mediatici (ma certamente anche mediatici). Persino i pochi corrispondenti prossimi ai campi di battaglia non sembrano in grado di sceverare la veridicità delle notizie, almeno in tempo reale, anche se straordinari strumenti di verifica si sono rivelati quelli dei droni e delle immagini satellitari. Va sottolineato che la stessa attivazione di reti social private impedisce che sulla vicenda ci sia soltanto la voce del più forte (come insegna Simone Weil, “la verità scappa dal campo dei vincitori”).

Una nuova architettura comunicativa per una nuova Resistenza

Siamo dunque in presenza di una nuova architettura comunicativa, che sembra quasi rendere antiquariato la vecchia nomenclatura dei media, al punto da mettere in difficoltà (o almeno in tensione) la pur generosa e impegnata informazione occidentale. Siamo di fronte a media così potenti, e al tempo stesso sfuggenti, da profilare una vera e propria rivoluzione comunicativa strategica, di cui solo a distanza si potrà valutare adeguatamente l’impatto anche sulle narrazioni delle singole puntate, ma soprattutto sull’exit strategy. Non è detto che il nome più appropriato possa essere in futuro quello di una nuova Resistenza imperniata sulle tecnologie.

Fenomeni come questi hanno bisogno, per definizione, di una governance più o meno riconoscibile, ma anche di una vasta rete di operatori (quelli che nella vecchia teoria della comunicazione americana avremmo chiamato opinion leaders). Sono spesso volontari, giovani acculturati e familiarizzati alle tecnologie; ma non club ristretti. Qui va citata anche quella che apparentemente sembra una connessione infrastrutturale che al momento non ha conosciuto crolli clamorosi, anche per sostegni offerti da grandi proprietari (l’imprenditore Elon Musk ha assicurato in Ucraina una copertura internet gratuita garantita dalla struttura satellitare Starlink).

Il nodo della verità

Resta ovviamente aperto il nodo della verità. Impossibile dichiararla pienamente oggi, ma la dinamica dei tempi è destinata a fortificarla ex post, anche a distanza di pochi giorni dagli eventi. Ciò non toglie che lo schieramento social già oggi sembra rappresentare un elemento di correzione dello squilibrio delle forze in campo, che altrimenti volgerebbero automaticamente a vantaggio del più forte (il lupo nella narrazione di Esopo). Dunque, non verità certificate dei testi, ma una straordinaria capacità di mettersi in mezzo. La storia sarà certamente più precisa.

Le élite politiche, culturali e generazionali ucraine hanno saputo mettere in campo una risorsa riduttiva delle asimmetrie, grazie a un’intelligenza di vision sicuramente eccitata dal bisogno e dall’emergenza. A confronto, il gruppo dirigente russo solo nelle caricature, già oggi, può essere definito intellighenzia.

Le difficoltà delle istituzioni sovranazionali

Sempre nei limiti di una rischiosa “storiografia dell’istante”, occorre però cominciare ad ammettere qualche difficoltà di tenuta, di credibilità pubblica e addirittura di percezione di costosa inutilità per alcune Istituzioni sovranazionali, a partire dall’ONU. Questo si rivela particolarmente crudele a fronte della presa d’atto che le emergenze più angosciose della cronaca esaltano la necessità di sedi dedicate alla rivendicazione di diritti universali. Se questa tematica non sarà coerentemente fatta propria dai Governi nazionali e dalle Istituzioni internazionali, ci sarà da domandarsi cosa resterà dei valori democratici. Senza contare che l’attivazione tempestiva di Commissioni d’inchiesta sul campo da parte di organismi indipendenti come l’Onu o la Croce Rossa Internazionale avrebbe potuto e potrebbe aiutare la ricostruzione della verità, evitando la nascita di imbarazzanti contrapposizioni mediatiche fra propagande di segno opposto inevitabilmente presenti in ogni conflitto bellico, tanto più se ibrido.

Cosa succede nell’informazione mainstream in Italia

Nel febbrile lavoro di ricostruire l’impatto della comunicazione, vale la pena di riflettere a quello che succede in Italia nei confronti dell’informazione mainstream soprattutto a valere su quella del Servizio Pubblico (senza tacere che molte altre testate hanno dato straordinarie prove di coraggio informativo, non dimenticando la testimonianza di chi è più vicino ai veri e propri campi di battaglia).

Non è una novità che soprattutto le trasmissioni abituate a sollecitare l’intervento degli ascoltatori abbiano scoperto da tempo, con particolare crudezza durante il Covid, il fenomeno in forza di cui un’informazione in molti casi persino autoriflessiva e dunque attenta a ripetere che non tutte le notizie sono verificate in una narrazione complessa come la guerra, diventino bersaglio di attacchi sbrigativi e spesso personalizzati, ricorrendo ad una lingua che è già troppo gentile definire di ripugnante violenza verbale.

È noto che una larga parte di tali interventi non può essere messa in onda, ma c’è da sperare che la Rai consenta in qualche forma di approfondire la corriva testualità di questi messaggi, che offrirebbe un ritratto abbastanza sconvolgente di quanto l’apertura all’interattività con i pubblici si possa tradurre in una vera e propria cacofonia espressiva, sempre ai limiti del Codice penale. Una strategia sistematicamente formulata in termini di slogan, ostinatamente estranea al congiuntivo, che riesce a costruire un negazionismo da salotto, sicuro della propria impunità, in cui la gestualità libertaria si accontenta della chance di gridare.

Conclusioni

Si imparano dunque molte cose dai tempi che viviamo, anche in riferimento alla potenza della comunicazione. Avevamo chiaro che essa colma i vuoti in nome dell’horror vacui. Ma chi poteva immaginare tante trasformazioni così radicali, a ridosso di bisogni umani di sicurezza e sopravvivenza? Sarà difficile dimenticare un case study come questo quando si farà la contabilità e la storia delle mirabili chance di una comunicazione che non si è fatta sedurre dall’horror belli.

*Intervento al Convegno “La guerra in Ucraina: Politica, economia, comunicazione” (LUISS, 8-4-2022)*

Note

  1. *Programma completo e relatori al link La guerra in Ucraina: politica, economia, comunicazione | LuissIl riferimento letterario è a un celebre testo di G. Greene, Il terzo uomo, Sellerio, Palermo 2021.
  2. Per uno sviluppo di questo tema rinvio ad una mia intervista rilasciata a Diego Motta “I valori dell’Europa stanno vincendo. Chiudere i media? È un boomerang” (Avvenire, 10-3-2022).
  3. Cfr. Figura 1: “La domanda per le reti private virtuali (VPN) in Russia nel periodo che va dal 24 febbraio al 10 marzo è aumentata del 1.092%”. Fonte: elaborazione sito top10vpn.com.
  4. Questo il titolo dell’articolo di Steve Hendrix sul Washington Post, pubblicato dalla Rivista Internazionale del 18 marzo 2022.

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