la riflessione

Con l’intelligenza artificiale prende forma la “post-verità”: i rischi che corriamo

Lo stato permanente di disinformazione massiva indotto da un’intelligenza artificiale sempre più performante rende prossima a materializzarsi una nuova era caratterizzata da una prospettiva incerta e instabile di “post-verità” o possiamo ancora contenere la deriva della tecnologia? Il quadro è allarmante, vediamo perché

Pubblicato il 04 Mag 2023

Angelo Alù

studioso di processi di innovazione tecnologica e digitale

fake news

Più si espande l’impatto pervasivo delle tecnologie emergenti, più sembrano aumentare le insidie generate dallo sviluppo di nuove sofisticate applicazioni, potenzialmente in grado di determinare, su larga scala, rischi massivi per gli individui e la società nel suo complesso.  Fino a che punto sarà possibile contenere le implicazioni negative provocate dal perfezionamento esponenziale dei sistemi di Intelligenza Artificiale?

Educazione al pensiero critico, antidoto ai mali della post-verità

Le crescenti preoccupazioni che cominciano ad allarmare una buona parte di esperti, studiosi, giornalisti, attivisti e osservatori di fronte alle evidenze empiriche dell’attuale scenario tecnologico, e tenuto conto delle teoriche ipotesi formulate sulle prospettive configurabili nell’imminente futuro, devono essere prese davvero sul serio?

I timori paventati rappresentano, in chiave pessimistica, soltanto un’esasperazione apocalittica troppo concentrata a rilevare i pericoli, presunti o reali, identificati allo stato effettivo del corrente progresso innovativo, oppure forse offrono una lettura verosimilmente lungimirante su quali potrebbero essere i risvolti nocivi provocati dalla rapida crescita dell’Intelligenza Artificiale fuori controllo e in graduale performante auto-apprendimento?

Rispetto alla legittima enunciazione di interrogativi aperti e ancora irrisolti, malgrado le relative risposte si rivelino senz’altro utili per tentare di comprendere e ricostruire i possibili tratti di una nuova era immersiva (trans)umana, è innegabile che, sul piano empirico, i recenti progressi dell’Intelligenza Artificiale stiano già ora alimentando paure, non certo infondate, legate alle dilaganti ondate di disinformazione online che, a causa di meccanismi manipolativi, divisivi e polarizzati, amplificati dal flusso comunicativo tossico sulla percezione dell’opinione pubblica, potrebbero non solo inficiare il processo decisionale di libera autodeterminazione individuale delle persone, ma persino arrivare a compromettere la tenuta dei sistemi democratici esistenti, con conseguente irreversibile collasso delle attuali strutture politiche su cui si basa la pacifica e stabile convivenza sociale della collettività dei consociati, come inevitabile effetto collaterale della progressiva perdita di credibilità e fiducia generale massivamente riposta nei confronti di qualsivoglia istituzione e/o autorità precostituita.

In altri termini, una sorta di “reset” tecnologico destinato a riedificare, appunto, una nuova era?

Le tecnologie come catalizzatori di fake news

Se si focalizzano talune circostanze che si palesano nella concreta prassi, la prospettiva ivi delineata pare non così remota e irrealizzabile come mera suggestione fantascientifica, sia pure al netto di un insieme di variabili ancora non del tutto chiare e decifrabili in grado di influire, secondo un approccio analitico di indagine “learning by doing”, sulla teorica formulazione delle congetture attualmente ipotizzate.

In questo senso, ad esempio, è emblematico un recente articolo pubblicato dal New York Times che evoca, sin dal titolo, il sospetto dubbio sulla concreta possibilità di stabilire e verificare, in condizioni di ragionevole certezza, cosa sia effettivamente reale o meno, ove frutto di informazioni fuorvianti, falsificate e manipolate sebbene iperrealistiche, materializzandosi il volto ingannevole e dannoso delle tecnologie, come pericolosi strumenti catalizzatori di fake news, divisioni politiche e repressioni autoritative, al punto da porre l’inquietante domanda se: “Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo?

A riprova di ciò, come riporta il NYT, dalle scorse settimane sono diventate subito virali le foto, realizzate mediante un generatore di immagini, che ritraggono Papa Francesco in abiti civili “casual” alla moda, o l’ex presidente USA Donald Trump nell’atto di consegnarsi all’ufficio del Procuratore distrettuale di Manhattan a New York per rispondere delle accuse penali contestate.

Malgrado nessuno di tali eventi si sia effettivamente verificato, online la circolazione delle citate fotografie si è diffusa rapidamente tramite i noti sistemi di condivisione interattiva che caratterizzano il flusso comunicativo veicolato nell’ambiente virtuale.

Ma davvero la maggior parte degli utenti ha compreso e riconosciuto la natura fittizia delle immagini?

Non c’è più confine tra realtà e finzione

Fino a che punto è possibile tratteggiare una precisa linea di confine tra realtà e finzione, senza considerare, secondo la “legge dei grandi numeri”, l’impatto deformato e distopico determinato sulla percezione della complessiva opinione pubblica dalla pubblicazione di contenuti fuorvianti fruibili da una variegata ed eterogenea platea di utenti localizzati in tutto il mondo e dotati di differenti background culturali, sociali e ideologici?

Al di là dei profili più o meno spassosi e divertenti prodotti dalla creazione di simili fotografie, desta preoccupazione lo scenario delineato.

In particolare, il NYT sottolinea il rischio che immagini estremamente realistiche, generate dai sistemi di Intelligenza Artificiale, possano minare la fiducia della collettività verso la generalità delle fonti informative, dal momento che non sempre gli individui riescono a distinguere con facilità i contenuti non autentici diffusi da “media artificiali” rispetto ai quelli veri ed autorevoli che circolano online, anche in ragione del progressivo perfezionamento tecnico di sistemi tecnologici in grado di produrre notizie all’apparenza credibili e oltremodo convincenti.

Esistono, a dire il vero, indici sintomatici utilizzabili per accertare l’esistenza di creazioni manipolate di immagini, video o testi, desumibili da inequivocabili, sia pure spesso minimi, dettagli visibili con maggiore attenzione, ma si tratta, in ogni caso, di errori e refusi non percepibili indistintamente dalla massa delle persone (anche alla luce dei differenti livelli di scolarizzazione, nonché del grado di analfabetismo funzionale e digitale ancora troppo diffuso) e che, comunque, la stessa rapidità evolutiva delle tecnologie emergenti potrebbe presto correggere nell’ambito del costante processo di perfezionamento del suo funzionamento operativo (si pensi, ad esempio, al recente lancio della versione 5 del servizio offerto da Midjourney, in grado di produrre immagini realistiche e personalizzate – migliorando, tra l’altro, la rappresentazione delle mani con il numero corretto di dita – sempre meno distinguibili dalla raffigurazione dei tratti tipici del corpo umano).

E se, raggiunta una capacità di addestramento tecnologico performante e infallibile da parte degli algoritmi, si arrivasse persino alla concreta eventualità di generare intenzionalmente contenuti testuali multimediali per danneggiare rivali, avversari e individui, al fine di ricattare, delegittimare, diffamare e vessare le persone?

Conclusioni

Seguendo tali supposizioni emerge un quadro estremamente allarmante che, oltre a destare comprensibili preoccupazioni, dovrebbe soprattutto e a maggior ragione incentivare, sul piano pratico, una riflessione immediata e incisiva, indirizzata, ben oltre il dibattito teorico, all’effettiva elaborazione di soluzioni efficaci e conformi alla salvaguardia necessaria di un approccio regolatorio “umano-centrico”, in grado di fronteggiare le insidie rilevate, evitando così il paradosso di ricorrere, in assenza di valide alternative, al supporto delle tecnologie emergenti per cercare di risolvere i problemi che esse stesse stanno progressivamente generando, con il rischio di esporsi, astrattamente, a ulteriori possibili effetti manipolativi e ingannatori provocati proprio dalle applicazioni sviluppate per identificare i contenuti artificiali. In altre parole: oltre il danno, la beffa, come sembra ipotizzare, in questo senso, un articolo a cura del “The Wall Street Journal”.

Basterà acquisire una maggiore consapevolezza su tali criticità per invertire la rotta involutiva dei sistemi di Intelligenza Artificiale nello sviluppo applicativo di applicazioni sempre più complesse e sofisticate, oppure è ormai inevitabile e prossimo a materializzarsi l’avvento imminente di una nuova era caratterizzata, appunto, da uno stato permanente di disinformazione massiva in una prospettiva incerta e instabile di “post-verità”?

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