Fake news

Educazione al pensiero critico, antidoto ai mali della post-verità

I media non sono sfere del sapere più semplici di altre. Per questo dovremmo tutti abituarci all’idea che, come si viene formati alla letteratura o alla matematica, si dovrebbe essere formati all’informazione, alla comunicazione. Ecco tre esempi inquietanti e significativi del regime altamente confusivo in cui viviamo

20 Mar 2020
Anna Maria Lorusso

Professore Associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi Università di Bologna


Sono ormai quattro anni – almeno da quando gli Oxford Dictionaries hanno eletto “post-verità” a parola dell’anno – che questo termine attraversa i nostri dibattiti, alludendo a un’emergenza e denunciando una patologia. Interpretata per lo più come sinonimo di falsificazione e inattendibilità, l’epoca della post-verità è diventata l’epoca delle fake news, con i relativi corollari di correttivi e (im)possibili sanzioni.

È parere di chi scrive, però, ritenere più opportuna una interpretazione più ampia del termine post-verità, che non la leghi tanto a una tendenza alla falsificazione, quanto a un vizio di discernimento: epoca della post-verità come epoca della con-fusione, di una ibridazione che non discrimina più, non ha più gli strumenti per articolare differenze.

I livelli in cui tale tendenza alla confusione emerge sono molteplici, ma due mi sembrano particolarmente gravidi di conseguenze: la confusione tra piano di realtà e piano della finzione mediatica, e la confusione fra registri e generi discorsivi.

Tre esempi di con-fusione

Cito tre esempi dell’attualità, a mio avviso esemplari:

  • 10 giugno 2018. Salvini, allora Ministro dell’Interno, pubblica su Twitter una sua foto in abito “politico”: vestito grigio, cravatta, postura frontale, sguardo diretto e serio. Hashtag: #chiudiamoiporti

Che genere di discorso è quello di Salvini in questo spazio? Un discorso politico o una forma di pura comunicazione fàtica (di intrattenimento del contatto con i propri interlocutori, secondo la classificazione delle funzioni linguistiche data da Roman Jakobson)? Un ordine ministeriale o l’opinione di un privato cittadino?

Facciamo un salto di un anno e mezzo. Siamo ai nostri giorni.

  • 3 gennaio 2020. Trump ordina un raid che uccide Qassem Soleimani, capo delle forze iraniane al-Quds. Prima ancora che l’azione venga presentata in quanto tale dal Governo americano, il Presidente pubblica una bandiera americana sul suo profilo Twitter. Nient’altro: solo la bandiera.

Di cosa si tratta? Un modo giocoso e indiretto per dire “indovinate perché” pubblico la bandiera? Un atto espressivo di orgoglio nazionale? La comunicazione quasi minacciosa di un Presidente che esprime al mondo la propria forza?

Ma vediamo un caso ancor più inquietante, questa volta non legato a Twitter.

  • 20 maggio 2019. In Ucraina viene eletto presidente Volodymyr Zelens’kyj. Zelens’kyj è stato protagonista nel recente passato di una serie TV satirica – Servo del Popolo – che lo ha lanciato nel 2015; oggetto della serie: la storia di un uomo qualunque, interpretato da Zelens’kyj, che insoddisfatto del proprio Paese, posta sui social dei commenti critici; questi divengono virali e in men che non si dica e del tutto inaspettatamente l’opaco cittadino viene eletto Presidente del Paese, acclamato da un popolo che vede incarnate in lui le proprie rivendicazioni. A pochi anni di distanza, nel 2019, “Servo del Popolo” è anche il nome di un partito, di cui Volodymyr Zelensky è il leader; così come nella serie TV da lui interpretata, diventa, con un voto quasi plebiscitario, il nuovo presidente dell’Ucraina.

Perché ho citato questi tre esempi e perché li definisco, in modi diversi, inquietanti e significativi di un regime altamente confusivo?

Perché tutti e tre ci parlano di un mondo in cui piano di realtà e piano finzionale sono difficilmente distinguibili: sono confusi nel caso ucraino, ma sono confusi anche nel caso del tweet di Salvini, se è vero che non sapremo dire mai se sta dicendo la sua opinione sui social (dove ciascuno di noi può recitare una parte, a gradi più o meno ampi di distanza dal proprio effettivo ruolo nel mondo) o sta dando un preciso ordine politico a chi deve autorizzare o meno gli sbarchi.

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E tutti e tre ci parlano un linguaggio in cui non c’è più distinzione di generi e atti linguistici: ordini, atti espressivi, rivendicazioni, rivelazioni sono su uno stesso piano e ciascun cittadino – legittimamente – potrebbe interpretare in modo diverso il tweet di Trump o di Salvini: Trump sta annunciando qualcosa di grosso, ma sta anche semplicemente titillando l’orgoglio patrio, come fa a intervalli regolari; Salvini sta giocando a fare il duro, se dipendesse da lui sappiamo cosa farebbe, ma sta anche esprimendo un’indicazione piuttosto perentoria, dagli effetti programmaticamente perlocutori: determinerà delle reazioni istituzionali, e non per caso ma per interna natura di quell’atto discorsivo (nello stesso senso in cui un ordine produce effetti empirici: non è per caso, ma perché un ordine è tale proprio perché deve produrre effetti pragmatici).

A me pare che questo regime confusivo sia cosa molto seria su cui riflettere, poco tematizzata e sostanzialmente evasa da qualunque intervento di fact-checking, presunto antidoto verso le patologie della nostra epoca di post-verità.

Fare discriminazioni e distinzioni, non correzioni e svelamenti

La post-verità non richiede correzioni e svelamenti; richiede discriminazioni e distinzioni. È cosa diversa.

Se il primo programma ha a che fare con un’idea del vero ancora corrispondentista (il vero corrisponde a uno stato del mondo), il secondo programma assume una posizione radicalmente discorsiva: seguendo Foucault, si pone il problema in termini di regimi di verità: ciò che è vero è tale dentro certi universi e secondo certi presupposti, non è tale per sempre. Non ci sono verità universali, e non ci sono verità oggettive da svelare, rispetto a cui offrire discorsi corrispondenti, perché le verità non si misurano nella corrispondenza 1:1 con la realtà, ma si danno in una catena di mediazioni, concettualizzazioni, traduzioni inevitabili per ricondurre ed esprimere il dato di dura realtà dentro un certo universo di cultura.

Le notizie che leggiamo pesano la realtà, quel mondo dei fatti che certamente da qualche parte si dà (come ogni realista – debole o forte che sia – rivendicherebbe giustamente) ma che i nostri strumenti non restituiscono tale e quale è, ma devono in qualche modo tradurre.

L’informazione è traduzione: organizzazione, racconto, definizione, delimitazione del reale. Si tratta di dare peso alle cose. E a volte si inganna intenzionalmente, e per qualche ragione e interesse si danno pesi sbagliati, altre volte si danno pesi diversi alle cose semplicemente perché si hanno valori, parametri, riferimenti diversi.

Per queste ragioni, una prudente ecologia della conoscenza e della responsabilità dovrebbe spingerci ai confronti, alle tare, alle ponderazioni, e non certo per accettare tutto come equivalente, ma per capire qual è il valore più affidabile, più accurato appunto. Spesso si confonde il relativismo concettuale con un annullamento della categoria di verità: il famoso post-moderno everything goes: tutto appiattito su uno stesso piano di equivalenza. Ponderare, viceversa, significa proprio cercare di gerarchizzare e fare distinzioni, pur senza adottare criteri che pretendono all’universalità.

Post-verità e narrativa di riferimento

Ponderare i tre casi riportati sopra significa allora capire la trama di rimandi che attivano, cogliere le contraddizioni che alimentano, saper vedere non una sola interpretazione “giusta” del caso ma le diverse letture possibili che, tutte insieme, convivono intorno a quell’atto linguistico; saper inquadrare i diversi significati di questi casi dentro le diverse “narrative” che le nutrono: la narrativa dell’orgoglio degli USA (così come quella dell’orgoglio degli Italiani); la narrativa dell’uomo nuovo che parla prima al popolo (col linguaggio del popolo) e poi ai politici, nelle sede istituzionali; la narrativa dell’uomo che fa, e che non perde tempo in chiacchiere; la narrativa dell’uomo che fa quel che farebbe chiunque, reagisce in termini di buon senso, e non di complicata e incomprensibile strategia.

La questione della narrativa di riferimento è cruciale nella nostra epoca di post-verità, e non perché ci siamo accorti oggi di quanto sia importante lo storytelling (le discipline del discorso se ne erano peraltro già accorti da tempo, dalla tradizione formalista russa alla semiotica strutturalista) ma perché ciascuna di queste cornici narrative va a legittimare un “pezzo di verità” differente, facendone convivere diverse. Molti degli atti discorsivi più tipici del regime della post-verità hanno a che fare con il rilancio di una narrativa già consolidata; non sono gesti di rottura; per quanto suonino originali e “nuovi”, fanno aggio su qualcosa di già diffuso e stabile che li legittima e ne contiene lo spiazzamento.

Teniamo presente che la logica della post-verità non procede per slittamenti ma per esasperazioni:

  • quantitative (tornano molte volte gli stessi temi)
  • qualitative (si sviluppano e rafforzano dettagli delle stesse narrative)
  • emotive (aumenta la convinzione e la reattività rispetto a quanto già si pensa, perché si ricevono per lo più conferme).

E tutto ciò non ha niente a che fare col falso, con la menzogna, con la bufala, o non è questo il punto. Anche se bufala c’è, quel che conta è che essa si inserisce in un contesto di credibilità, una narrativa già consolidata, che confonde il vero col falso e diluisce tutto in un orizzonte in cui tutto diventa in un certo modo plausibile, credibile.

Un’educazione critica all’accuratezza

Quel che servirebbe è dunque, sul piano teorico, una seria riflessione sulla verità che sia adeguata al mondo nuovo in cui viviamo (l’infosfera di cui parla Luciano Floridi[1]) e, sul piano pedagogico, culturale o più semplicemente vorrei dire civile, un’educazione critica. A cosa? Direi all’accuratezza.

Come nel suo libro ben evidenzia Floridi, l’infosfera attuale ha delle precise caratteristiche che vanno prese in conto e che non sono accidentali e contingenti:

  • una dimensione onlife in cui non ha più senso distinguere vita on line e vita off line. Tutto è sempre intrecciato e inestricabile (pensiamo a come scegliamo un ristorante – esperienza off line – consultando i consigli di TripAdvisor e arrivandoci con Google Maps);
  • una circolarità tra soggetti produttori e soggetti ricettori di informazioni, che è stata la grande rivoluzione del web 2.0: io cittadino sono ormai una fonte di informazione (coi miei post ad esempio) non diversamente dal sito del “Corriere della Sera”. Dovrebbe essere un appello alla responsabilità, ma funziona per lo più da detonatore di possibilità;
  • l’erosione del diritto di ignorare, alla luce della iper-disponibità e accessibilità del sapere su qualsiasi oggetto ed esperienza del mondo: dalla medicina alla cucina, dalla zoologia al clima. Posso forse permettermi oggi di dire, senza vergogna, che non so nulla del riscaldamento globale (anche se poi, tecnicamente, ci capisco pochissimo?)
  • la conseguente crescita esponenziale della conoscenza comune: tutti sappiamo di tutto. Non potendo più legittimamente ignorare, aumentiamo il volume del nostro sapere, un sapere che si espande (in orizzontale), senza solitamente approfondirsi.

A fronte di questi fenomeni – che, ripeto, non sono contingenti ma strutturali – dovremmo saper opporre degli antidoti: alla omologazione delle opinioni che deriva dalla diffusione del sapere comune, rivendicare una gerarchizzazione delle opinioni e delle competenze; alla circolarità delle opinioni (che si rafforzano nelle cosiddette echo chambers, le “bolle” in cui ciascuno di noi vive, con il proprio “giro di amici” online) tornare a opporre una genuina pratica del confronto, che significa uscire dal proprio territorio e confrontarsi con l’Altro; alla sollecitazione costante alla presa di parola (per cui, non essendoci più diritto a ignorare, pare che parallelamente non ci sia più diritto a tacere, a non reagire), tornare a una pratica certo meno visibile, meno rapida e più solitaria di approfondimento, che implica l’andare a fondo prima di esprimere un parere, il consolidare un sapere prima di condividerlo.

Più che di fact-checking, insomma, dovremmo preoccuparci di un critical thinking e di un’educazione all’accuratezza di cui ahimè invece non si sente affatto parlare. L’accuratezza non è questione di buon senso, non illudiamoci (se no tutti ce l’avremmo a portata di mano), ma è l’esito di un lavoro critico di formazione e di un’attitudine da acquisire negli anni con l’esercizio. Dovremmo tutti abituarci all’idea che, come si viene formati alla letteratura, alla storia, alla fisica, alla matematica, si dovrebbe essere formati alla informazione, alla comunicazione, ai media, perché non sono – i media – sfere del sapere più semplici di altre.

Ma questa coscienza sembra ancora di là da venire. Preferiamo tutti pensare che i media siano facili, che i media ci intrattengano, che i media possano salvarci con la loro promessa democratica di disponibilità di tutto per tutti. E continuiamo così a confondere le possibilità tecniche con le possibilità epistemiche.

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  1. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta cambiando il mondo, Milano, Raffaello Cortina, 2017.
FORUM PA 6- 11 luglio
Il digitale e il lavoro: da pericolo a risorsa
Risorse Umane/Organizzazione

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