WIAD

Ecco il “design inclusivo”: creare innovazione dalla diversità, nell’era digitale

Rifugiati, migranti, diversamente abili sono portatori di un enorme potenziale che rischia di rimanere inespresso e questo anche perché nell’immaginario sono percepiti come un “problema” da risolvere. Ecco perché invece sono una risorsa

05 Mar 2019
Massimiliano Dibitonto

dottore di ricerca in Ingegneria Informatica, UX researcher, UNILINK

wiad2019

Valorizzare le differenze per creare innovazione. E’ questa, o almeno dovrebbe, la missione della progettazione e del cosiddetto inclusive design: superare i pregiudizi, eliminare il concetto di utente medio, scardinare i bias.

In sostanza, progettare per includere le differenze e usare il design per fare la differenza, valorizzare le peculiarità e riuscire a creare sistemi armonici, avvalendosi anche delle nuove tecnologie: dagli oggetti smart all’intelligenza artificiale.

E’ su questi temi che si sono confrontati i partecipanti al World Information Architecture Day – Roma, che si è tenuto il 23 Febbraio presso Link Campus University

Design, inclusione e sviluppo sostenibile

Il World Information Architecture Day, la giornata mondiale dell’architettura dell’informazione, è un evento nato nel 2011 su iniziativa dell’ Information Architecture Institute. 58 città e 24 paesi in tutto il mondo partecipano il 23 febbraio 2019 all’iniziativa, con eventi di formazione e confronto sui temi legati all’Information Architecture.

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Il design è sempre più visto come una metodologia in grado di uscire dai singoli domini (product design, user experience design ecc.) ed essere applicata per produrre un impatto sistemico anche su temi di rilevanza globale come inclusione e sviluppo sostenibile.

La giornata è stata aperta dai saluti di Carlo Frinolli, CEO di Nois3, Digital Experience Agency che organizza ogni anno WIADRome e di Eugenio Menichella, vicepresidente di Architecta, Società Italiana di Architettura dell’Informazione, sostenitrice dell’evento.

Tra i messaggi lanciati nel corso della giornata, quello di Valentina Primo, founder di Startup Without Borders si è focalizzato sulle opportunità in termini di sviluppo e crescita derivanti dalla creazione di un ecosistema di startup fondate da migranti e rifugiati.

Rifugiati e migranti sono portatori di un enorme potenziale che rischia di rimanere inespresso e questo anche perché nell’immaginario sono percepiti come un “problema” da risolvere. Creare un ecosistema significa progettare a livello sistemico per creare le condizioni affinché queste potenzialità possano esprimersi, come, ad esempio, favorendo il networking, creando percorsi formativi di alto livello, valorizzando la diversità come fonte di innovazione e comunicando le storie di successo che inizino a trasformare l’immagine di migranti e rifugiati da cercatori di lavoro a creatori di posti di lavoro, dai consumatori di tecnologia ad innovatori.

Ethan Bonali, attivista transgender & CEO di Meta, ha esplorato gli spazi marginali utilizzando il linguaggio come strumento in grado di dare forma a processi e sistemi. Gender queer, gender fluid o gender blurring sono termini che hanno a che fare con identificazione e genere, per chi non si riconosce nelle classiche distinzioni o perché in transizione o perché le sue caratteristiche non appartengono a tale insieme.

Una persona che sfugge ai criteri non detti della distinzione uomo-donna non viene compreso e riconosciuto, non riuscendo a codificare tale informazione. Manca di un lessico riconosciuto da tutti in grado di descrivere tutta la varianza di genere. La seconda conseguenza è essere invisibili, non vedendo riconosciuti i propri diritti, non rientrando nelle statistiche o nelle leggi. Creare un linguaggio significa diventare intelligibili e riconosciuti, rimuovendo il senso di imbarazzo e ostilità che proviamo di fronte a qualcosa che non riusciamo a comprendere.

Dopo questo è necessario risignificare i classici termini di identificazione per poter poi negoziare la propria identità. Grazie alla Rete è stato possibile mettere in contatto persone e far emergere questa subcultura. Il fallimento dell’identificazione in un genere prestabilito appartiene al nostro modo di codificare la realtà perché abituandosi a decodificare in modo diverso la realtà capiamo meglio il contrasto tra la norma e gli elementi che la mettono in discussione. Grazie a questo processo dalla subcultura si riesce invece a far parte di un discorso creando un cambiamento sociale di ordine macroscopico.

Sfruttare le differenze per generare valore

Secondo Federico Badaloni, capo dei team di Progettazione e di Grafica della divisione digitale di GEDI, il gruppo editoriale che edita i quotidiani La Repubblica, le differenze nel mondo che ci circonda possono essere sfruttate per generare valore. Per creare innovazione è necessario utilizzare il pensiero divergente cambiare le culture aziendali che non sanno più dare risposte. Siamo sicuri che il problema che ci viene dato da risolvere sia “il” problema o, attraverso una ridefinizione “divergente” della prospettiva, possiamo identificare problemi “migliori” da risolvere? Di solito i modelli organizzativi aziendali tendono a porre problemi da risolvere fornendo già un perimetro di soluzioni possibili, che portano con grande probabilità a un risultato prevedibile non aperto all’innovazione.

Le innovazioni, soprattutto quelle “disruptive”, in grado di cambiare repentinamente le regole del gioco, impongono agli utenti un rapido processo di adattamento culturale e chiedono ai designer di guidare questo processo di transizione e di cambiamento di mentalità. In un’auto che si guida da sola non siamo più guidatori ma passeggeri, dobbiamo cedere il controllo a un’intelligenza artificiale e fidarci di “lei”. E se nella realtà siamo in grado di capire quanto fidarci del guidatore umano, guardando le sue espressioni e il suo comportamento, la sfida dei nuovi sistemi autonomi è di costruire relazioni e fiducia con i propri utenti, nell’attesa che questa interazione diventi “normale”.

Ma la progettazione può anche aumentare le differenze, incorporando dei pregiudizi nella progettazione e nel funzionamento dei sistemi interattivi. La maggior parte degli assistenti vocali, ad esempio, ha una voce femminile e un atteggiamento passivo. Alcuni sistemi progettati per riconoscere il volto delle persone (ad esempio per sbloccare dispositivi o per accedere a servizi) falliscono nel riconoscere tratti somatici propri di alcune razze perchè addestrati con dataset parziali, creando esclusione.

E’ normale essere diversi e la diversità è una condizione che noi viviamo e dobbiamo vivere come normale è l’esordio dell’intervento di Debora Bottà, Service e UX Design Lead in Digital Entity, design studio di NTT Data, e autrice del libro edito da Hoepli: “User eXperience design. Progettare esperienze di valore per utenti e aziende”. La diversità è la cosa che ci rende unici e come designer non possiamo non rivolgerci al mondo della diversità.

Il ruolo dell’inclusive design

L’Inclusive Design ribalta le modalità di progettazione eliminando il concetto di utente medio ma puntando a includere tutta la gamma delle diversità. Fare design inclusivo significa passare da un target del 20% (gli utenti medi) a uno dell’80%. Essere diversamente abili non significa necessariamente avere qualche problema fisico ma semplicemente avere un diverso modo di relazionarsi e interagire con un prodotto o servizio. La disabilità è una mancata corrispondenza tra aspettative e realtà ed il designer si deve considerare responsabile di questo disallineamento ma è anche chi può scegliere di progettare qualcosa in grado di includere o escludere qualcuno.

La diversità può essere fisica, sociale, economica ecc progettare in modo inclusivo significa progettare modi per avere un’esperienza con un prodotto o servizio. Il primo passo per progettare in maniera inclusiva è allenarci a riconoscere le esclusioni che possiamo generare riconoscendo l’ampiezza, quanti tipi diversi di utenti abbiamo, e la profondità di tale diversità.

Il secondo passo è riconoscere i bias che derivano dalle nostre supposizioni che, quindi, vanno messe costantemente in discussione.

Il terzo passo è progettare modi equivalenti di fruire l’esperienza, consentendo alle persone di scegliere in maniera libera di come fruire dell’esperienza. Ad esempio le rampe presenti sui marciapiedi non sono dirette solo a chi è su una sedia a rotelle ma anche per chi cammina con un passeggino o con un trolley.

Progettare per una diversa abilità significa portare un vantaggio anche a chi sperimenta quella situazione temporaneamente. Per creare un vero processo di design inclusivo è necessario coinvolgere gli “esclusi” in un processo di co-creazione, nella user research e con i test dei prototipi. E progettare in questo modo può far scaturire innovazioni produrre un grande impatto perché progettare per pochi può portare vantaggi per molti.

Durante l’evento è stata lanciata una call for papers, promossa da Link Campus University sul tema del design for difference(s) per raccogliere i contributi emersi durante l’evento e stimolare la prosecuzione della discussione all’interno della comunità.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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