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Deepfake, tutti gli utilizzi positivi: dalla Sanità all’istruzione

I deepfake, nell’immaginario comune, rappresentano uno strumento sofisticato di manipolazione dell’informazione per fini pericolosi e fraudolenti. Ma stanno crescendo anche gli utilizzi positivi della tecnologia. Vediamoli

28 Set 2020
Francesca Michetti

PHD in Business and Behavioral Science - 'G.D'Annunzio' University; Master Degree in Law - LUISS Guido Carli University


Ad oggi, la maggior parte dei produttori di deepfake ha sfruttato il lato oscuro di questa tecnologia, spaziando dall’alveo della pornografia a quello disinformazione o satira politica.

Eppure, non mancano esempi virtuosi di utilizzo degli stessi. Scopriamone alcuni.

“Welcome to Chechnya”, documentari e deepfake

La tecnologia deepfake ad esempio è già entrata nel mondo del cinema documentario. Dal regista David France arriva “Welcome to Chechnya” (“Benvenuti in Cecenia”), un documentario intimo e potente sulle persecuzioni degli individui LGBT in Cecenia e sui coraggiosi sforzi degli attivisti per metterli in fuga e salvarli.

Dare un volto agli ‘invisibili’ mascherandone, al contempo, la reale identità. Come? È qui che entra in gioco la tecnologia di deep learning. «Abbiamo chiesto ad altre persone reali – attivisti LGBTQ, per lo più a New York – di poterli filmare. Un algoritmo ha poi mappato i loro volti sui volti delle persone nel film. È davvero una specie di trapianto digitale. Le persone fanno e dicono e reagiscono alle cose esattamente allo stesso modo. Indossano solo un volto diverso. E in molti casi, abbiamo anche sostituito le loro voci» (David France)[1].

Una scelta tecnica ingegnosa oltre che fortemente evocativa poiché rimarca come, per molti individui LGBTQ, nascondere il proprio volto sia ancora, talvolta, una questione di vita o di morte.

Possiamo fidarci di un documentario che usa i deepfake?

I documentari sono una delle aree del giornalismo più sensibili dal punto di vista etico. Tuttavia, i deepfake sono presentati come un modo sicuro per documentare i fatti. «I deepfake cambiano ciò che la gente dice e fa», afferma France. «E questo non cambia nulla. Permette ai miei soggetti di raccontare le loro storie. E restituisce la loro umanità in un modo che non sarebbe stato possibile in altre circostanze»[2].

Con le tecnologie deepfake, i volti dei testimoni possono essere alterati digitalmente, talvolta assumendo l’aspetto di qualcuno che non esiste. Anche le voci possono essere sintetizzate e rese irriconoscibili, ma l’impatto delle loro testimonianze rimane forte.

Del resto, «tutta la tecnologia ha un duplice scopo morale», afferma il regista. «Ciò che il nostro film dimostra è che questo può essere fatto nel modo giusto»[3].

Danza con deep fake

Finora l’attenzione si è concentrata principalmente sui volti falsi. Ma un altro ramo della tecnologia deepfake è in rapida evoluzione: i deepfake a corpo intero (full body).

L’approccio è lo stesso: algoritmi di intelligenza artificiale trasferiscono i movimenti del corpo di una persona, in un video sorgente, ad un’altra persona in un video di destinazione.

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Potrete, ad esempio, cimentarvi con la danza e fingere di eseguire i passi di un’étoile. Merito di un gruppo di ricercatori dell’Università della California di Berkeley che, con il progetto “Everybody Dance Now[4], ha sviluppato un sistema di apprendimento automatico per imitare i movimenti di popstar e maestri della danza.

Spot educational e cinema

Un ulteriore utilizzo virtuoso della tecnologia deepfake riguarda la sfera educativa. È il caso dello spot creato dalla società di intelligenza artificiale Synthesia, che vede il leggendario calciatore David Beckham parlare in ben nove lingue diverse per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’iniziativa “Malaria Must Die“. Lo spettatore sente, attraverso Beckham, le voci di uomini e donne di tutto il mondo, compresi i sopravvissuti alla malaria e i medici che combattono la malattia, dal Regno Unito alla Cina alla Nigeria. La voce cambia ma la bocca di Beckham sembra restare in sintonia con le parole; il tutto grazie alla tecnologia deepfake che manipola i suoi movimenti facciali, generando l’illusione visiva che stia – realmente – pronunciando le parole in ogni lingua[5]. Un modo innovativo per abbattere le barriere linguistiche e rendere i contenuti accessibili in tutto il mondo.

Quanto all’uso della voce, pochi minuti di registrazione consentono di ricreare al computer la voce di chiunque: si tratta di Project VoCo, il nuovo software della Adobe. Definito un “Photoshop per la voce”, esso offre alcuni usi benefici per l’industria cinematografica e televisiva in quanto consente di correggere battute errate – senza dover ripetere la registrazione – nonché di creare doppioni di attori che parlano lingue diverse nelle versioni doppiate di un film.

Sanità e deepfake

E non solo. La tecnologia deepfake può restituire la voce a coloro che hanno perso la capacità di parlare a causa di malattie come la SLA. In proposito, il progetto Revoice mira a «ricreare pienamente l’essenza unica di qualsiasi voce e a costruire un clone di voce digitale per l’uso quotidiano con dispositivi di Comunicazione Aumentata/Alternativa (AAC)».

Infine, risvolti positivi anche nel campo della sanità digitale, tra i quali l’utilizzo del deep learning con le tecniche di Generative adversarial network tipiche dei deepfake per sintetizzare dati realistici che aiuteranno i ricercatori a sviluppare nuovi modi di trattare le malattie senza i dati reali dei pazienti[8]. In sostanza si mettono due algoritmi in competizione per allenare l’intelligenza artificiale. All’americana Mayo Clinic viene fatto per addestrare la macchina a riconoscere un tumore nelle immagini di risonanza magnetica.

Istruzione

Nell’ambito dell’istruzione, i deepfake possono (ri)dare vita a personaggi che hanno fatto la storia.

In proposito, il team di CereProc, azienda inglese specializzata in tecnologia audio, ha analizzato le registrazioni di 831 discorsi del presidente John F. Kennedy per costruire la sua voce e (ri)creare il discorso che avrebbe dovuto tenere a Dallas il giorno del suo assassinio.

Presso l’Illinois Holocaust Museum and Education Center, invece, – il primo al mondo a utilizzare questa tecnologia in uno spazio espositivo permanente – le registrazioni delle interviste olografiche, abbinate alla tecnologia di riconoscimento vocale, consentono ai sopravvissuti all’Olocausto di raccontare le proprie storie e di rispondere alle domande del pubblico, invitando i visitatori ad una conversazione individuale e personalizzata.

Non solo la storia, ma anche l’arte prende vita con i deepfake. Chiedetelo alla Monna Lisa, vi risponderà muovendo gli occhi, la testa e la bocca[6]; se visiterete il Dalí Museum di San Pietroburgo, in Florida, invece, verrete accolti da Salvador Dalì in persona, che vi introdurrà alla sua arte e, udite udite, vi proporrà persino di scattare un selfie[7].

Verità e post-verità

Tuttavia, gli utilizzi – notoriamente non sempre virtuosi – della tecnologia deepfake destano sempre maggiori timori e perplessità.

«Quid est veritas?» (Qual è la verità?)  (Gv. 18:38).

Il web ha da tempo, ormai, assunto i connotati di una dimensione “post-verità“, ossia “oltre la verità”.

Secondo Aviv Ovadya – capo tecnologo del Center for Social Media Responsibility dell’Università del Michigan – siamo più vicini di quanto si possa pensare ad una potenziale “Infocalisse” (“apocalisse informativa”)[9]; in cui la minaccia principale non sarà tanto venire ingannati, quanto arrivare a considerare tutto come un inganno. Quel che Ovayda definisce “l’apatia per la realtà“.

Come orientarsi, dunque, nell’epoca post-verità? Armandosi di un certo grado di scetticismo, purché non si ecceda nell’esercizio del dubbio, ma soprattutto, imparando a (ri)conoscere e a sfruttare i benefici della tecnologia. Ex malo bonum, dicevano i latini. Anche dal lato più oscuro e insidioso della tecnologia, possiamo ricavare qualcosa di buono.

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  1. Needham A. 2020. Welcome to Chechnya: the harrowing film about the regime’s gay purge. The Guardian
  2. Rothkopf J. 2020. Deepfake Technology Enters the Documentary World. The New York Times.
  3. Rothkopf J. 2020. Deepfake Technology Enters the Documentary World. The New York Times
  4. Chan C., Ginosaur S., Zhou T., Efros A. (2019). Everybody dance now. Proceedings of the IEEE International Conference on Computer Vision, pp. 5933-59
  5. Kalmykov M. 2019. Positive Applications for Deepfake Technology
  6. Mona Lisa ‘brought to life’ with deepfake AI (2019). BBC News
  7. Deepfake Salvador Dalí takes selfies with museum visitors. (2019)
  8. Chandler S. (2020). Why Deepfakes Are A Net Positive For Humanity.
  9. Charlie Warzel, “He Predicted the 2016 Fake News Crisis. Now He’s Worried About An Information Apocalypse”. BuzzFeed News (blog), February 11, 2018; Franklin Foer, “The Era of Fake Video Begins,” The Atlantic, April 8, 2018.
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