Disinformazione e Covid-19: tutti i danni della “pandemia parallela” | Agenda Digitale

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Disinformazione e Covid-19: tutti i danni della “pandemia parallela”

Il proliferare, spontaneo e rapido, di fake news e mala-informazione riguardanti il covid-19 sui media tradizionali e sui social network ha aggravato ulteriormente l’incertezza sulle origini e l’evoluzione della pandemia. Facciamo il punto su come nascono, chi le pilota e perché

15 Mag 2020
Daniel Maresca

analista presso Hermes Bay


La pandemia globale di Covid-19 sta assumendo un ulteriore carattere di pericolosità per le campagne di disinformazione lanciate da vari attori statali. La situazione di incertezza, la scarsa comprensione di problematiche e tematiche complesse attinenti al Covid-19 e le politiche da attuare per il contrasto del contagio, hanno determinato il proliferare, spontaneo e rapido, di fake news e mala-informazione sui media tradizionali e sui social network.

La disinformazione invece si caratterizza per essere una azione ostile, intenzionale e coordinata, nella quale vengono messe in circolazione, nonché presentate o create informazioni false, fuorvianti o inesatte, con l’intento di creare un danno a chi la subisce o per trarne profitto. Considerata la gravità del momento, campagne di questo genere potrebbero avere conseguenze molto serie, generando confusione e incertezza nella sfera pubblica, nonché tra i decisori politici, arrivando perfino a minare la fiducia nelle istituzioni o nel sistema sanitario di un paese.

Già a partire dal 15 febbraio scorso, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che un grave rischio per la salute pubblica potesse derivare non solo dalla pandemia vera e propria, ma anche dal proliferare incontrollato di fake news, mala-informazione e teorie del complotto, definite dal direttore generale dell’OMS una “infodemia”. Negli stessi giorni fonti del Dipartimento di Stato americano hanno dichiarato che era in atto una strutturata campagna di disinformazione da parte della Russia. Le notizie fatte circolare andavano dalle accuse che la CIA avesse creato il virus per screditare la Cina a quelle secondo le quali gli USA volevano utilizzare il virus come strumento nella guerra economica contro la Cina stessa. Sui social network si è potuto appurare come migliaia di account già identificati in precedenza, avendo fatto circolare messaggi tendenziosi sulla guerra in Siria, sulle manifestazioni dei gilet gialli e su quelle in Cile, avevano iniziato a propagare fake news e notizie fuorvianti riguardo il nuovo coronavirus. Allo stesso tempo anche televisioni, giornali ed altri media tradizionali legati al governo russo hanno cominciato a far circolare notizie di stampo anti occidentale riguardanti il nuovo coronavirus, tanto che secondo Lea Gabrielle, direttrice del Global Engagement Center, si può parlare di un vero e proprio “ecosistema disinformativo, tutto impegnato a propagare lo stesso tipo di temi”.

La disinformazione in Italia durante la pandemia

Anche l’Italia, primo tra i paesi occidentali a dover affrontare l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del nuovo coronavirus, ha dovuto fronteggiare campagne di disinformazione da parte di stati terzi. Durante tutto il mese di marzo, nella fase più delicata dell’emergenza, queste campagne sono andate avanti, tanto che il 25 marzo il Copasir ha confermato come tali attività fossero in corso ed il presidente Volpi ha dichiarato che “entità statuali esterne” stavano facendo disinformazione on line con una “una campagna infodemica che vede nei Paesi dell’Unione Europea, e nell’Italia come obiettivo non secondario, il proprio target”. Difatti in un report di Alkemy riguardante il periodo tra il 10 ed il 20 marzo si è evidenziato come in Italia, contestualmente all’arrivo di aiuti provenienti dal governo cinese, vi sia stato un indice di coinvolgimento molto alto in riferimento ad hashtag a favore della Cina, riconducibili ad una serie di account bot che hanno twittato in media 50 volte al giorno, da mattina a sera. Oltre a propagare messaggi favorevoli alla Cina, compresi alcuni video poi rivelatisi falsi dove cittadini italiani cantavano “grazie Cina” dai balconi, si è ravvisato anche che i bot hanno rilanciato messaggi contro l’Unione Europea o che, comunque, ponevano l’accento su una sua presunta inazione. Nello stesso periodo, inoltre, alcuni media cinesi hanno riferito più volte che polmoniti sospette avevano colpito alcuni ospedali italiani, prima della diffusione del nuovo coronavirus a Wuhan, presentando, in questo modo, l’Italia come punto d’origine della pandemia.

La missione di aiuto russa in Italia è stata invece utilizzata dal governo russo per creare un clima di simpatia verso di esso e di sfiducia verso l’Unione Europea, la NATO ed altri alleati, dipinti come inattivi e inermi di fronte alla crisi derivata dal Covid-19. È stata la stessa Unione Europea, nei report della East Stratcom del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) riguardanti il mese di marzo, a rilevare come, dall’inizio della diffusione del nuovo coronavirus, l’attività di disinformazione riconducibile alla Russia sia aumentata in tutti i paesi dell’Unione. Per quanto riguarda l’Italia si è rilevato come vari account e media legati al governo russo abbiano diffuso notizie secondo cui il sistema sanitario fosse impreparato e la risposta delle istituzioni inefficace, riuscendo a far sì che informazioni e fake news arrivassero ad un maggior numero di cittadini al di fuori di quei gruppi e di quei target che già prima riuscivano a raggiungere.

L’impatto della disinformazione sulla popolazione

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Il SEAE, nel suo ultimo report riguardante il periodo fino al 22 aprile, ha evidenziato che la disinformazione comincia ad avere un impatto sulla popolazione, seppure difficile da quantificare. Tra le problematiche rilevate vi è l’esposizione a informazioni false o fuorvianti, tanto che un terzo della popolazione di paesi come Germania, Spagna, Corea del Sud, Regno Unito e USA afferma di averne lette sui social media o su applicazioni di messaggistica, per cui secondo alcuni studi un terzo dei cittadini britannici crede che la vodka possa essere usata come disinfettante per le mani, mentre la diffusione di teorie del complotto riguardo il 5G hanno portato ad atti di vandalismo in vari paesi tra cui Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Le attività di disinformazione continuano a riguardare anche la risposta dell’Unione Europea e dei paesi alleati alla crisi sanitaria, tramite la diffusione di informazioni sanitarie errate ed in palese contraddizione con le dichiarazioni ufficiali dell’OMS. Tra le più pericolose vi sono quelle relative a cure e trattamenti inefficaci, quali l’utilizzo della vitamina C, della idrossiclorichina o dello zinco per curare il Covid-19. Altre notizie, invece, cercano di minimizzare la pandemia, presentandola come un problema non così grave, ma che viene sfruttato da istituzioni e governi occidentali per esercitare un maggior controllo sulla popolazione, oppure presentando la pandemia come il pretesto per iniziare campagne di vaccinazione obbligatoria e coercitiva dannose per le popolazioni stesse e che verranno utilizzate per imporre maggior controllo sociale sui cittadini.

La disinformazione sta colpendo, oltre che i paesi occidentali, anche i paesi africani e del sud-est asiatico dove rischia di avere conseguenze gravi rendendo più difficoltosa la risposta delle autorità sanitarie che si trovano già ad operare in situazioni non ottimali, seminando sfiducia negli operatori sul campo, in particolare se occidentali, come già accaduto durante l’epidemia di ebola in Congo. In vari paesi africani alcune notizie o perfino fake news, riguardanti il nuovo coronavirus, sono state rilanciate e fatte circolare da media e account social riconducibili al governo russo, come nel caso di un’intervista a due medici francesi che proponevano di testare un eventuale vaccino contro il Covid-19 in Africa.

Le autorità di Taiwan hanno, invece, riportato una serie di istanze in cui fake news e mala-informazione riguardanti il coronavirus siano state fatte circolare tra i propri cittadini, e di come la campagna di disinformazione si sia originata in Cina, anche se, allo stato attuale, non hanno abbastanza elementi per collegarla alle autorità cinesi. Secondo il governo di Taiwan anche la campagna di disinformazione contro l’OMS e gli attacchi razzisti contro alcuni dei suoi esponenti sembrano poter essere ricondotti alla campagna di disinformazione cinese per screditare il paese, che al momento non è parte dell’organizzazione.

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