L'analisi

Don’t look up: che reazione avremo davanti al prossimo disastro?

“Don’t look up” è un film-specchio della contemporaneità: la perdita del primato della politica a favore della tecnologia, il fallimento degli esperti, i media come bolla conformista. Un’analisi. Perché non è tardi per far cambiare direzione al nostro asteroide

14 Mar 2022
Fabio De Felice

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

“Don’t look up”, non guardare in su. La pellicola già cult di Adam McKey è la metafora di un invito a “non guardare in nessun luogo”, opponendo all’allarme degli scienziati e dei tecnici lo sbarramento delle posizioni disincantate e sciagurate del sospetto come smaliziata concezione del mondo.

Questo film tocca con il dito un nervo scoperto della società, costringendoci a riflettere, stimolando dubbi o prese di coscienza riscaldate con il filo al tungsteno delle emozioni. Il richiamo al momento storico, politico sociale che viviamo è fin troppo evidente: ed al contempo è evidente che non è poi così importante se la nostra cometa si chiami Covid o Climate Change.

Quello che conta è la nostra reazione. Paradossale, dolorosa, deresponsabilizzata.

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Don’t look up: il mondo allo specchio

“Don’t look up” è un riflesso del nostro mondo. Una condizione postmoderna derivata dalla tecnologia che ridefinisce il proprio ruolo e spazio. Una comunicazione di massa che respinge scenari complessi e risposte complicate, soggiacendo con febbrile nevrosi all’agenda setting dei media, scandita dall’ultimo rilevamento a campione della doxa.

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La realtà vista attraverso le immagini quotidiane di uno specchio deformato, dove c’è posto solo per soporiferi sorrisi e “notizie” che non guastino il sonno (o il pasto) dei telespettatori, e in cui non c’è posto né spazio per la complessità, sia pure sospinta da una emergenza estrema.

Nella finzione filmica, il pericolo viene dallo spazio profondo, la catastrofe annunciata riguarda un asteroide che minaccia di colpire la Terra con la potenza di svariate testate termonucleari, promettendo la totale distruzione di ogni specie presente sul pianeta, genere umano incluso. E tuttavia il muro di gomma della tematizzazione mediatica e della agenda politica non viene scalfito. Non è la prima, né l’ultima volta che il cinema trasformi un disaster movie in uno strumento affilato di critica della società contemporanea.

“Don’t look up”: il ruolo della tecnologia e la stanza dei bottoni 4.0

“Don’t look up” ha il merito speciale di portare in scena l’orientamento post-illuminista oggi prevalente in cui la tecnica, come ci ricorda Umberto Galimberti, “diventando sempre più un coeso sistema e riducendo ogni altro sistema di funzioni sociali a suo sottosistema, si avvia a diventare essa il sistema, l’unico, il totalizzante”.

Assunti in cui risuona l’eco delle suggestioni di Aldo Masullo, compianto decano della filosofia napoletana. In un suo articolo del 2016, intitolato “Il Popolo tra pancia e tecnica”, si legge: “l’assorbimento di ogni altra specie di potere sociale in quello tecnico è un processo che porta l’uomo in un vicolo cieco. Un sistema tecnico, oggettivamente, non può avere altro scopo che il suo stesso sviluppo, cioè il potenziamento della tecnica. Se un tale sistema è totalizzante, non può non subordinare a questo scopo tutti i suoi sottosistemi. Allora niente più, né il diritto, né l’etica, né l’arte, né la scienza, potranno essere trattati se non come semplici strumenti in funzione dello sviluppo tecnico”.

Le decisioni sono demandate al principio di razionalità, che mette in cima alla catena di comando non tanto la scienza, ma gli algoritmi proposti dai guru della tecnologia.

Questi guru sono rappresentati nel film dal personaggio di Peter Isherwell, magistrale e iconico collage dei plutocrati delle big tech. Guru che perseguono, nelle intenzioni dichiarate, il bene comune e sono così potenti da non essere semplicemente invitati nella stanza dei bottoni, ma da diventare la mente che crea la stanza dei bottoni 4.0, quella in cui le decisioni si prendono sulla base della totale ed incondizionata fiducia nel potere degli algoritmi.

Una politica slabbrata, indecisa e timida nel migliore dei casi, cinica o permeata di spirito individualistico, contraddistinta da leadership paranoiche e narcisistiche, sceglie di allontanare dal proprio orizzonte problemi al di fuori della portata del singolo o percepiti come non risolvibili nel breve termine.

Don’t look up: dalla strategia della distrazione al tribalismo politico

Come afferma l’astrofisico inglese Brian Cox, di fronte a problemi fuori portata e percepiti come inaffrontabili, le persone scelgono di allontanarli da sé attraverso una sistematica strategia della distrazione.Alla base, l’infantile fiducia nel fatto che, se fingo di non vedere il problema, quello sparirà.

Il paradosso è che la stessa tecnologia che rende smart molta parte delle nostre vite, si è trasformata ultimamente in “tecnofobia”: dopo aver magnificato, sull’onda di un neopositivismo di maniera, le facoltà “democratizzatrici” del web e del digitale, ci accorgiamo che le nostre scelte sono in sostanza fortemente “eterodirette”.

Laddove la tecnica soppianta il potere politico, piuttosto che sostenerlo, laddove la vivisezione della realtà in nome della conoscenza razionale non è accompagnata dalla dimensione sociale che ne restituisca una sintesi, la realtà stessa sembra dissolversi. Scompare dall’orizzonte e rimbalzata attraverso la rete dei social, assurge a “fattoide”, che ha valore non in quanto sostenuto da argomenti, bensì per il suo livello di piacevolezza, di leggera freschezza.

Come affermato dal filosofo britannico Bertrand Russell, il “come” diventa straordinariamente più importante del “cosa”, portatore di una carica emozionale che “assume” il valore sostanziale. Ci troviamo oggi a comunicare tutto con un tweet, vale a dire con uno slogan. Nel tempo dello sloganismo mediatico la notizia deve essere veloce, leggera, fresca. Non deve farci pensare troppo, ma raggiungere la massa con rapidità e semplicità di comprensione. Questo implica necessariamente la perdita di profondità dei contenuti e il contenuto non conta più, non importa “cosa” si dice, ma “come” lo si dice.

Ogni parola, ogni espressione oltre al contenuto denotativo, porta con sé un valore emozionale (connotativo) che è divenuto enormemente più rilevante del contenuto stesso. Respinto il quale nell’indistinto dell’indifferenza, decade anche la funzione del dialogo.

Le persone parlano fra loro, ma non cambiano opinione, restando alle posizioni ideologiche di partenza e alla valutazione di quale potrebbe essere il risvolto nel mantenere o cambiare una convinzione. Ipercriticismo e partigianeria caratterizzano il dibattito pubblico, e ciò rende i sistemi politici occidentali segnati da imprevedibilità e volatilità.

La polarizzazione esasperata sfocia nella cristallizzazione di comunità politiche tenute insieme da una fedeltà alla causa. Ed infatti il tribalismo politico sta conoscendo una stagione di centralità, le fratture politiche ed elettorali (nonché sociali) emerse negli ultimi venti anni vanno in direzione non diversa, vale a dire la crescente incomunicabilità tra diversi segmenti delle opinioni pubbliche.

Don’t look up: i media non mediano ma creano un mondo conforme

Il media system mostra oggi una inequivocabile tendenza a contribuire al consolidamento del conformismo sociale, in una maniera che si può definire subliminale e che Marshall Mc Luhan, nella sua opera “Gli strumenti del comunicare” ha descritto magistralmente.

McLuhan ha focalizzato il ruolo dei media non rispetto al contenuto ma alle influenze che determinano sull’apparato percettivo-sensoriale degli utenti, e quindi sul mutamento di proporzioni, di ritmi e di schemi nei rapporti umani. I mass media modellano pertanto il pubblico di riferimento, e ciò è ancora più evidente con l’avvento dei social media.

Inserendosi nel solco del sociologo canadese, Umberto Galimberti contribuisce ad approfondire l’analisi sociale su questo versante, e giunge a dire che i mass media non descrivono o rappresentano, ma sono il mondo di oggi: “Alla base di chi parla e di chi ascolta – scrive il filosofo italiano – non c’è, come nell’epoca pretecnologica, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo”.

L’abolizione di ogni specifica differenza tra le esperienze del mondo trascina con sé il valore delle esperienze stesse, soprattutto quelle scientifiche, che affidano alla “ricerca delle differenze” la propria congruenza e reputazione. Viene facile il riferimento al caso dei virologi sollevati dal sistema mediatico al rango di opinionisti televisivi, che ha accompagnato l’intera vicenda dell’emergenza Covid in Italia.

Sta di fatto che i mezzi di comunicazione aboliscono le differenze che ancora sussistono tra uomini e gruppi, perfezionando la loro capacità di produrre omologazione, dismettendo così la loro funzione di “media”, ossia di essere elementi di mediazione tra uomo e mondo. Cessano di essere dei mezzi nel loro insieme, “perché nel loro insieme compongono quel mondo fuori del quale non è dato avere altre e diverse esperienze”.

Ad un certo punto del loro sviluppo (di mercato e quindi di diffusione di massa), puntualmente gli strumenti della tecnologia da mezzi si trasformano in fini, nel senso che creano il “loro mondo”, cui fa riferimento un pubblico reso sempre più vasto ed omologato dalla globalizzazione. Reale è solo “la trasmissibilità”, la buona riuscita della versione telecomunicata della realtà.

Conclusioni

La descrizione della realtà che nasce come mito presso gli antichi e passa attraverso le religioni come codici narrativi di visioni del mondo, perviene al linguaggio delle scienze nell’età moderna e al primato della tecnica nell’età contemporanea.

Il salto, anche a livello inconscio, non è di poco conto in quanto tutti oggi facciamo esperienza, ad esempio, di collegarci alla rete appena possibile, in qualunque posto ci troviamo, anche senza avvertire l’esigenza di assumere informazioni. E allo stesso modo accendiamo la tv, non appena arriviamo in casa, tenendola come sottofondo della nostra dimensione privata giusto per avere la percezione di essere connessi al mondo: di essere nel mondo.

L’informazione cessa di essere un “resoconto” per tradursi in una vera e proprio “costruzione dei fatti”. Anzi per paradosso, un enorme numero di azioni non verrebbero compiuti se i mezzi di comunicazione non ne dessero notizia: il mondo comunicato è l’unico che abitiamo (come sottolinea Galimberti). Ma se la descrizione delle cose ha preso il posto della realtà, allora tutti sono ammessi alla facoltà di descrivere il mondo, ciascuno alla propria maniera, basta imprimere al messaggio la giusta enfatizzazione emotiva.

Il consenso non arriva dalle cose, ma, come sostiene Mc Luhan, lo schermo televisivo diviene sistema di validazione di tutte le rappresentazioni.

Siamo ancora in tempo per deviare la traiettoria del nostro asteroide. Siamo ancora in tempo per capovolgere la narrazione in cui siamo immersi, quella che ci vuole ciechi e sordi, con il capo nascosto sottoterra. Serve un impegno condiviso, un disegno illuminato, collettivo, capace di superare i personalismi e di trovare una nuova definizione del concetto di valore, al servizio della quale operi la tecnologia.

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Bibliografia

Brian Cox, “Putting the Rabbit in the Hat: the fascinating memoir by acting legend and Succession star”, Ed.Quercus Publishing, 2021.

Bertrand Russell. “Storia della filosofia occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità a oggi”, Ed. TEA, 2004

Fabio De Felice, Antonella Petrillo, “Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0”, Ed. McGraw-Hill Education, Milano, 2021.

Marshall McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Ed. Il Saggiatore; Garzanti edizione, 2015.

Umberto Galimberti, “I miti del nostro tempo”, Ed. Feltrinelli, 2013.

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