l'analisi

Big tech, così la pandemia ne ha accresciuto il potere: i rimedi che servono

Durante la pandemia è diventato palese come il raggiungimento di risultati e obiettivi di rilevanza pubblicistica dipendano sempre più da corporation private. In un contesto in cui i confini tra potere pubblico e privato sono sempre più sfumati, serve ribilanciare gli interessi in gioco e un nuovo equilibrio costituzionale

30 Nov 2021
Giovanni De Gregorio

Postdoctoral Researcher, Centre for Socio-Legal Studies, Università di Oxford

Pietro Dunn

Dottorando in Law, Science and Technology, University of Bologna

Oreste Pollicino

Professore ordinario di Diritto Costituzionale, Università Bocconi. Co-founder DigitalMediaLaws

L’accelerazione del processo di digitalizzazione a seguito dello scoppio della recente pandemia di Covid-19 è dipesa in gran parte dall’utilizzo di infrastrutture e sistemi sviluppati e offerti da soggetti privati, in particolare intermediari digitali e piattaforme online. La pandemia, almeno in Italia, non sembra aver spinto le istituzioni pubbliche a sviluppare e utilizzare nuovi e innovativi strumenti tecnologici, quanto, piuttosto, ad appoggiarsi ai servizi offerti da società private.

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Come la pandemia ha rafforzato il ruolo delle big tech

Sulla scia di questo fenomeno, le aziende digitali, ivi incluse le “Big Tech”, hanno acquisito un ruolo sempre più centrale nella società. In altre parole, il Covid-19 sembra avere dato impulso alla transizione verso quella che, nelle celebri parole di Balkin, è stata definita quale “società algoritmica”, ove attori privati si trovano in una posizione intermedia tra quella del cittadino individuale e quella dello Stato.

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La rinnovata e accresciuta centralità degli intermediari digitali è ben rappresentata da due esempi: da un lato, quello relativo alla gestione della cosiddetta “infodemia”; dall’altro lato, quello relativo allo sviluppo di app di contact-tracing, quali strumenti di epidemiologia digitale volti a contrastare la diffusione del virus.

Disinformazione e misinformazione

Per quanto concerne il primo aspetto, è noto come il discorso relativo al Covid-19 sia stato contaminato fin dall’inizio da disinformazione e misinformazione. La comunità scientifica e medica, così come le istituzioni pubbliche e governative a livello nazionale, sovranazionale e internazionale (OMS in primis), hanno rilevato già nei primi mesi della pandemia i danni severi causati dalla diffusione in Internet di materiali e contenuti privi di fondamento scientifico. Del resto, il ruolo dei social media e dei social network nella diffusione su larga scala di “fake news” è stato ampiamente evidenziato, in passato, dalla letteratura. Invero, l’architettura algoritmica di tali piattaforme, volta a massimizzare l’engagement degli utenti e, pertanto, i profitti, tende a premiare contenuti altamente controversi.

A seguito dello scoppio della pandemia, i social media e gli intermediari digitali hanno adottato un approccio interventista senza precedenti per contrastare la diffusione di disinformazione e misinformazione collegate al virus. Le pratiche di moderazione dei contenuti da parte delle piattaforme hanno cercato di contrastare un pericolo inedito sia dalla presenza di chiare indicazioni provenienti da autorità affidabili quali l’OMS. Facebook, per esempio, ha aggiornato i propri termini e condizioni, proibendo la diffusione di affermazioni quali: i vaccini non sono efficaci nel prevenire la malattia; è più sicuro essere infettati dal Covid-19 che essere vaccinati; i vaccini sono tossici, pericolosi o causano autismo.

Il ricorso alla moderazione algoritmica

Occorre peraltro sottolineare che, per implementare tali nuove e accresciute misure, gli intermediari digitali, a fronte del volume costante del flusso di informazione in rete, fanno ampio ricorso a strumenti di moderazione algoritmica e a sistemi di intelligenza artificiale. L’utilizzo di tali strumenti solleva tuttavia non pochi problemi e preoccupazioni per quanto concerne la tutela e garanzia di diritti e libertà fondamentali degli utenti, soprattutto quando tali tecniche non siano accompagnate da un adeguato apparato di trasparenza e reclamo. Inoltre, non sembra essere verosimile un ritorno al passato: il Covid-19 ha, anzi, squarciato definitivamente il velo di neutralità di cui si erano rivestite le piattaforme agli inizi di Internet. L’inevitabile processo di accentramento da parte delle piattaforme delle pratiche di moderazione dei contenuti, tuttavia, dovrà essere guidato pro futuro da una maggiore attenzione dei principi democratici.

Lo sviluppo di app di contact-tracing

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto, e cioè lo sviluppo di app di contact-tracing, il progetto, affermatosi nel corso del 2020, aveva lo scopo di tenere sotto controllo la catena dei contagi per abbattere la diffusione del virus. L’idea di utilizzare tecnologie digitali mobili (in generale il Bluetooth dei dispositivi cellulari) suscitò immediatamente un dibattito in tutta Europa per il potenziale impatto che tali app avrebbero potuto avere sui diritti di privacy e data protection. In particolare, uno dei maggiori timori era quello relativo al possibile utilizzo dei dati estratti ai danni degli utenti stessi. A tal fine, la stessa Commissione Europea chiese agli Stati Membri di garantire l’anonimato dei dati raccolti, nonché di permettere ai cittadini di scegliere se scaricare o meno le app.

In ogni caso, sebbene i governi nazionali avessero il ruolo di definire in linea di massima il design e funzionamento delle app di contact-tracing, lo sviluppo materiale delle stesse fu affidato, ancora una volta, ad aziende digitali privati. Giganti come Google ed Apple unirono persino i propri sforzi nel tentativo di creare una tecnologia affidabile e sicura, capace di aiutare a contrastare la diffusione del virus. Un’aspirazione e finalità prettamente pubblicistica, quale la tutela della salute collettiva in epoca pandemica, era pertanto strettamente dipendente da servizi e strumenti sviluppati da soggetti privati, mossi per lo più da interessi economici. Gli attori privati assumevano in tal modo la funzione di veri e propri gatekeeper. Per di più, a tali agenti spettava altresì il compito di garantire la sicurezza e la protezione dei dati personali dei cittadini. Un ruolo che, invero, solleva non pochi problemi di tutela dei principi democratici e di legalità e trasparenza.

Nonostante il ridotto successo di cui le stesse hanno goduto, il tema dello sviluppo e implementazione delle app di contact-tracing è esemplificativo delle forme assunte dalla transizione digitale nel periodo pandemico (e post-pandemico). Nell’ultimo anno e mezzo, il processo di digitalizzazione ha subito improvvisamente un’accelerazione senza precedenti, nel contesto della quale le piattaforme private e gli intermediari digitali si sono presentati quali unici attori capaci di offrire i servizi e le infrastrutture necessari a fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Conclusioni

In questo contesto, la pandemia ha da ultimo posto in luce e accentuato un processo di trasformazione in realtà già in atto da tempo. Nella “società algoritmica”, gli intermediari e le grandi aziende digitali sono gradualmente divenuti protagonisti delle dinamiche di potere e di governo. Come posto in luce dal Covid-19, il raggiungimento di risultati e obiettivi di rilevanza pubblicistica sono sempre più dipendenti da corporation private. In questo contesto, ove i confini tra potere pubblico e potere privato si fanno sempre più sfumati, il ribilanciamento degli interessi in gioco e la ricerca di un nuovo equilibrio costituzionale appaiono quanto mai essenziali.

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