Facebook e diritti umani: perché le policy non sono uguali per tutti - Agenda Digitale

l'analisi

Facebook e diritti umani: perché le policy non sono uguali per tutti

Secondo il WSJ, Facebook e le sue partecipate avrebbero creato delle piattaforme in grado di agevolare attività criminali, discriminazioni etniche e la censura di dissidenti politici opposti a regimi autoritari. Il fenomeno appare alquanto rilevante nei paesi in via di sviluppo. Perché questi due pesi e due misure?

21 Ott 2021
Giacomo Di Giulio

The Thinking Watermill Society

Maria Angela Maina

ricercatrice The Thinking Watermill Society

A volte sembra che si sia dimenticato il potere che i media hanno sull’umanità. Ricordiamo ad esempio il genocidio ruandese del 1994 innescato dalla Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM); episodio altrimenti noto come “death by radio” (morte per radio).

Nel caso di media digitali e social media, se da un lato conferiscono ampi benefici come la possibilità di interconnettersi a chilometri di distanza con chiunque, allo stesso – in assenza di controlli – possono anche volgersi a svantaggio dei nostri diritti.

Proviamo a capire perché – in base alle rivelazioni di un articolo del Wall Street Journal – c’è da domandarsi se Facebook rispetti effettivamente le sue policy contro la violenza e in generale le sue linee guida, o se queste cadano velocemente in secondo grado di fronte all’ampia crescita della sua utenza nei paesi di sviluppo e di un sempre crescente mercato pubblicitario.

Il problema di Facebook è che cresce fuori controllo: come risolvere

Facebook poco attenta ai Paesi in via di sviluppo

Attualmente il colosso digitale di Facebook pervade il mondo, basti pensare che delle 4,66 miliardi di persone che possono accedere ad internet,[1] 2,89 miliardi sono utenti registrati su Facebook.[2] L’imponenza di questa società non si ferma però alla piattaforma Facebook, ma negli anni si è ulteriormente espansa ad altri siti di social media come Instagram e WhatsApp che sono stati acquisiti dalla società nel 2009 e 2014 rispettivamente.

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Questa crescita di Facebook è divenuta fonte di preoccupazione per molti, soprattutto per una serie di controversie come lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018 e più in generale per l’approccio della società e del suo amministratore delegato e presidente, Mark Zuckenberg, alla gestione dei dati e alla privacy.

Nelle ultime settimane, a seguito della pubblicazione da parte del Wall Street Journal di una serie di rapporti ottenuti dal quotidiano attraverso informatori interni alla società, Facebook e le sue partecipate sono accusate di aver creato delle piattaforme in grado di agevolare attività criminali, discriminazioni etniche e la censura di dissidenti politici opposti a regimi autoritari. Da questi rapporti emerge che la società sembra riscontrare questi problemi a livello globale, ma con un’incidenza assai maggiore soprattutto in quelle aree del mondo dove certi problemi passano in secondo grado.

Nonostante l’impero dei social media sia in costante crescita, quello che risulta dagli informatori è che poco o nessuno sforzo venga fatto per controllare e frenare efficacemente queste attività. Ciò diventa ancora più preoccupante, se si considera che la società appare essere a conoscenza di queste problematiche, tanto da avere dei propri parametri e indici intesi a quantificare tali contenuti.

Ad esempio, nel 2020, in occasione delle ultime elezioni americane, un dipendente del colosso dei social pubblicò, sul forum interno di Facebook, un post che avvertiva i colleghi di un aumento del 45% del parametro di ‘probable violence and incitement’ (sulla tendenza alla violenza e dell’incitamento), un indice usato dalla società per determinare i pericoli in relazione ai contenuti che girano sulla piattaforma in un dato periodo.[3]

La posizione di Facebook nei riguardi della violenza e incitazione

L’attuale policy di Facebook in materia di violenza e incitamento è mirata a prevenire i danni o in generale i pericoli derivanti dalla pubblicazione di contenuti sulla piattaforma.[4] Tuttavia, la visibilità della pagina e la lingua utilizzata in un post possono inavvertitamente frenare l’attuazione di questa politica.

Osservando le postille riguardanti questa policy, Facebook essenzialmente afferma “non pubblicate minacce che riflettono la vostra intenzione di commettere atti di violenza o di incitare gli altri a farlo; soprattutto se avete un profilo pubblico”.

Questo crea quindi una scappatoia in cui gli utenti possono creare profili o gruppi privati sulla piattaforma per esaltare crimini e incitare alla violenza. Dopo tutto, se in una pagina si aggiungono solo amici che sono fondamentalmente d’accordo con le vostre opinioni su una questione, allora nessuno dei partecipanti al gruppo troverà motivo di segnalare né il vostro profilo né quello del gruppo. Questo appare essere il problema più rilevante. Tuttavia, questo non vuol dire che le pagine, tutti i profili dei gruppi e degli individui apertamente visibili al pubblico rispettino la policy di Facebook. Infatti, si annoverano casi in cui la policy non sia stata rispettata anche in queste circostanze, spesso invocando la “libertà di parola”.

Facebook è stato quindi criticato per non avere contrastato atti di discriminazione o di incitazione all’odio e alla violenza. Un’accusa che si fa ancor più pesante quando si considera che in base ai rapporti interni della società, il colosso digitale monitora da tempo queste problematiche e ciò nonostante esso appare avere fatto ben poco e in alcuni casi perfino nulla per impedirle. Il fenomeno appare alquanto rilevante nei paesi in via di sviluppo.

Il traffico di essere umani in Africa

Il 2018 Global Slavery Index[5] indica che ci sono circa 40,3 milioni di persone siano coinvolte nella schiavitù moderna, dalla quale la regione più colpita è l’Africa con 7,6 vittime per ogni 1.000 persone.

Una parte cospicua di queste vittime in Africa cadono preda di false opportunità di lavoro pubblicate sul Facebook. Per quelle persone in condizioni precarie, questo sistema di annunci sulla piattaforma sembra un modo affidabile per trovare un lavoro in quanto si ritiene che Facebook in qualche modo faccia uno screening dei i profili, così portando l’individuo in cerca di lavoro ad esercitare meno cautela specialmente da quando il social ha bandito annunci di lavoro che assicuravano costi zero per il viaggio e l’ottenimento del visto lavorativo. Nonostante questo divieto, sembrerebbe che Facebook non si sia sforzata molto per togliere queste pagine anche dopo le segnalazioni di diversi casi di donne africane, le quali con la convinzione di così poter migliorare le loro vite e aiutare le loro famiglie, sono state attirate da offerte di lavoro in Arabia Saudita.

In questo caso, Facebook è utilizzato dai trafficanti di esseri umani per pubblicizzare opportunità di lavoro con alta paga e spese di viaggio già coperte.[6] A coloro che si trovano in una situazione precaria queste offerte sembrano un sogno divenuto realtà. Tuttavia, una volta giunte sul posto di lavoro tali persone scoprono una situazione assai diversa da quella degli annunci, venendo poi rese prigioniere venendo spogliate dei propri diritti più basilari, al punto che viene loro negato accesso al cibo, all’acqua e spesso sono costrette a compiere atti sessuali. Il caso diventa ancora più preoccupante quando sia considerato che in Arabia Saudita girare senza visto è considerato un grave crimine, così che chi venga attirato in queste condizioni non può nemmeno scappare dalla prigionia, nella paura di subire conseguenze ancora più gravi se trovati in giro senza visto.

l’articolo del Wall Street Journal[7] descrive la vicenda di una donna keniana, Patricia Wanja Kimani, la quale attirata da uno di questi annunci lavorativi in Arabia Saudita, si è trovata prigioniera in quello che doveva essere un normale ambiente lavorativo. Patricia Wanja Kimani racconta anche di come in quel periodo di prigiona ha visto altre donne keniane con segni di catene intorno a polsi e caviglie. Nonostante la signora Kimani, quando ancora in prigiona avesse denunciato l’accaduto su Facebook, è stato necessario l’intervento da parte dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che ha mediato con le autorità Saudite per il rimpatrio della signora Kimani in Kenya. C’è però da domandarsi quante delle persone che finiscono in queste situazioni di moderna schiavitù possono contare sull’aiuto delle Nazioni Unite.

Anche con questi interventi, la giustizia sembra avere un occhio chiuso d’avanti ai cittadini dei paesi africani che cadono vittima di questi annunci, quando invece appare vigile quando lo stesso accade nei conforti di cittadini statunitensi. Questo è evidente nei casi portati contro Facebook
Inc. dai cittadini degli Stati Uniti vittime del mercato degli schiavi, tuttavia le vittime africane non possono fare lo stesso per questioni giurisdizionali e per una generale mancanza di risorse.
Ad esempio, nel giugno 2021, tre donne in Texas hanno intentato una causa contro Facebook Inc. davanti alla Corte Suprema texana sostenendo di esser state costrette a prostituirsi durante l’adolescenza da abusatori che sfruttarono Facebook per attirarle.[8] Al termine del processo il giudice ha stabilito che le donne potevano citare in giudizio Facebook secondo la legge statale che consente azioni legali contro coloro che beneficiano dal traffico sessuale.

L’aumento del traffico globale di esseri umani, facilitato dai social media, ha portato l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni a chiedere alle piattaforme social di rendere questo tipo di attività più difficili da perpetuare. Una richiesta che segue anche gli episodi avvenuti in Libia dove i trafficanti di esseri umani utilizzano Facebook per pubblicare annunci lavorativi capaci di attirare migranti africani. Quando però le vittime arrivano in Libia, vengono assoggettati a tortura per poi inviare le riprese su Whatsapp alle loro famiglie a fini di estorsione.
Secondo l’OIM, le discussioni con i gestori di questi social media riguardanti questi gravi eventi non hanno portato risultati.[9] Secondo l’OIM dovrebbero essere infatti le stesse piattaforme a monitorare queste pagine, ciò i gestori delle piattaforme si sono limitate a dire “Per favore, diteci le pagine e noi le chiuderemo.” Un approccio che potrebbe essere definito alquanto passivo.

Fake news, violenza e incitamento nel Sud-Est asiatico

L’Asia sudorientale è un’altra regione in via di sviluppo la cui recente storia presenta pagine oscure, e parte di queste possono essere attribuite anche all’utilizzo di Facebook. Una di queste catastrofi che non può essere ignorata è il fallimento di Facebook nel limitare l’incitamento al genocidio e alla violenza perpetrati dall’esercito del Myanmar nel 2018.
Il genocidio del Myanmar è stato sollecitato dall’esercito locale che ha creato su Facebook una serie di pagine e profili i quali con contenuti fittizi erano volti a incitare odio e atti di violenza contro la componente della popolazione di religione musulmana.[10] Queste pagine e profili infatti pubblicavano ad esempio post che sostenevano che l’Islam fosse un pericolo per il buddismo e i suoi credenti. Tali contenuti hanno pervaso gli utenti del Myamar registrati su Facebook, al tempo ben 18 milioni. Successivamente Facebook ha ammesso di aver fallito nell’impedire l’utilizzo della piattaforma per questi scopi di incitazione all’odio e alla violenza.[11] Facebook ha oltretutto ammesso che mentre la piattaforma fosse a conoscenza del fatto che circolavano contenuti di questo tipo, arrivando anche a bloccare alcuni di questi profili, la società non ha indagato su di una possibile connessione tra i profili e l’esercito.

Così Facebook limita gli sforzi di controllo anche nei casi che pongono un serio rischio alla sicurezza pubblica, nonostante le sue piattaforme siano continuamente associate a violazioni dei diritti umani e della sicurezza pubblica, come successo nel caso del Myanmar. Conseguentemente non ci si può stupire quando un rapporto del Business Social Responsibility afferma che Facebook è all’oscuro del proprio potenziale di causare gravi conseguenze e di fare poco per monitorare i fatti nel momento in cui avvengono.

La censura di dissidenti per compiacere governi e regimi autoritari

Nonostante la piattaforma si vanti di essere una promotrice dei principi democratici, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal in più occasioni Facebook ha sospeso profili e oscurato post al fine di limitare la circolazione di determinate informazioni potenzialmente scomode per le autorità.

Ad esempio, nel 2018 Facebook ha oscurato per nove mesi il profilo di Bui Van Thuan, un noto dissidente politico e aspro critico del governo autoritario vietnamita. Secondo i rapporti della società, Facebook avrebbe accettato di limitare la circolazione di contenuti critici contro il governo così che le autorità vietnamite cessassero di rallentare i server locali della piattaforma. Secondo un ex lavoratore della società, assecondare le richieste del governo vietnamite sarebbe negli interessi di Facebook così che tale società possa assicurarsi l’accesso al crescente mercato pubblicitario in Vietnam.

Secondo un articolo pubblicato da BuzzFeed durante l’ultima crisi che ha coinvolto la Palestina e Israele, Facebook ha bloccato diversi profili appartenenti a notiziari e attivisti di lingua araba e ha rimosso dalle sue piattaforme contenuti che riportassero il nome “Al Aqsa”, la famosa moschea di Gerusalemme al centro degli ultimi scontri. La società si è successivamente giustificata dicendo che fosse tutto frutto di un errore.

Contenuti violenti

Ciò nonostante, è quantomeno curioso constatare come Facebook sembri invece fallire nel bloccare e prevenire la circolazione di contenuti violenti sulle sue piattaforme. Ad esempio in India a seguito dell’uccisioni di diversi paramilitari indiani a causa di un attentato suicida, incidente successivamente addossato dall’India sul Pakistan, sono circolate immagini raffiguranti decapitazione e il corpo mutilato di un uomo di religione mussulmana, con una frequenza così elevata da portare uno dei ricercatori della società ad affermare “Ho visto più immagini di persone morte nelle ultime 3 settimane di quante ne abbia viste in tutta la mia vita”.

Lo stesso problema sembra occorrere anche in relazione alle immagini distribuite dai cartelli messicani raffiguranti omicidi e torture al fine di intimorire la popolazione o potenziali rivali, ma anche allo scopo di mostrare la propria forza per reclutare nuovi membri.

Conclusioni

Quello che risulta dai rapporti ottenuti dal Wall Street Journal è che Facebook attui un approccio troppo debole nel monitoraggio di questi contenuti e nella loro restrizione in quanto contrari alle linee guida di Facebook.

Da un lato questo può esser dovuto al fatto che certi contenuti girano solo su profili o gruppi privati, o dal fatto che chi è incaricato di monitorare determinati contenuti non sia in grado di tradurre e così capire determinati post scritti in così tante e diverse lingue, anche se il secondo dei due argomenti potrebbe esser risolto attraverso l’assunzione di personale che intenda la lingua locale.

È importante notare che oggi il 90% degli utenti mensili di Facebook è al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, con una crescita stagnante anche in Europa e con la maggior parte degli utenti provenienti da paesi in via di sviluppo. Ciò nonostante dai rapporti emerge che delle 3,2 milioni di ore spese dagli impiegati di Facebook per monitorare e bloccare contenuti ritenuti falsi, solo il 13% di queste ore sono stati usati per scrutinare contenuti all’infuori degli Stati Uniti.

Tale gestione del problema sembra dimostrare un’azione poco efficace da parte di Facebook per la regolamentazione dei contenuti che girano sulle sue piattaforme, e una scarsa attenzione verso quei profili e post provenienti da paesi al di fuori degli Stati Uniti, così rivolgendo meno attenzione a quei paesi in via di sviluppo dove determinati problemi sono sistematici. Un’istanza difficile da giustificare se si considerano i dati del precedente paragrafo, e si considera che così facendo la piattaforma possa essere utilizzata per accentuare problematiche già esistenti.

Note

  1. https://www.statista.com/statistics/617136/digital-population-worldwide/
  2. https://www.statista.com/statistics/264810/number-of-monthly-active-facebook-users-worldwide/
  3. https://www.buzzfeednews.com/article/ryanmac/facebook-internal-metric-violence-incitement-rising-vote
  4. https://transparency.fb.com/en-gb/policies/community-standards/violence-incitement/
  5. https://www.globalslaveryindex.org/2018/findings/global-findings/
  6. https://indepthnews.net/index.php/sustainability/decent-work-economic-growth/4743-report-censures-facebook-for-promoting-human-trafficking
  7. https://www.wsj.com/articles/facebook-drug-cartels-human-traffickers-response-is-weak-documents-11631812953?mod=tech_lead_pos5
  8. https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-06-25/facebook-must-face-claims-linked-to-sex-trafficking-judge-says
  9. https://www.africanews.com/2017/12/09/facebook-blasted-over-role-its-platforms-play-to-facilitate-human-trafficking/
  10. https://www.nytimes.com/2018/10/15/technology/myanmar-facebook-genocide.html
  11. https://www.nytimes.com/2018/11/06/technology/myanmar-facebook.html
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