agenda digitale 2018

Fuggetta: “Per innovare l’Italia ciò che serve è una ‘buona politica’”

Tanti i passi realizzati, ma ancora lunga la strada. E nel 2018 scadranno i mandati di Samaritani e Piacentini. Molto dipenderà dalle prossime elezioni e da come verrà impostato il percorso sul piano politico, strategico, operativo. Cambieremo l’Italia solo se la politica farà – finalmente – la sua parte

11 Dic 2017
Alfonso Fuggetta

professore di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano

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In questo periodo si succedono interventi e dibattiti su quanto è stato fatto nel corso del 2017 in tema di agenda digitale e su quello che è lecito e augurabile aspettarsi per il 2018. Molti sottolineano (a ragione) alcuni importanti passi in avanti fatti in questi mesi, a partire dalla crescita degli investimenti in banda larga, dallo sviluppo del Piano Industria 4.0 e dal lancio del Piano Triennale per la Digitalizzazione delle Amministrazioni Pubbliche del Paese. Di conseguenza, si moltiplicano le voci che auspicano per il 2018 una continuazione e anzi una accelerazione dei processi che sono stati avviati in questo periodo.

Senza in alcun modo contraddire o negare quanto di buono in questi mesi è stato avviato e sviluppato, è indubbio però che tanta sia la strada ancora da fare e che molto dipenderà da come verrà impostato il percorso dei prossimi anni sul piano politico, strategico e operativo. Non possiamo infatti dimenticare che abbiamo di fronte a noi un passaggio particolarmente importante e critico che dominerà gli eventi del 2018 e che determinerà il reale sviluppo dell’agenda digitale del paese nei prossimi anni: le elezioni politiche. Ma per capire come gestire questo passaggio è utile e indispensabile fare alcune considerazioni preliminari.

Bilancio di una legislatura

Nel 2013, a valle del suo insediamento, il governo Letta nominò un commissario straordinario (Francesco Caio) che operò per alcuni mesi impostando tre progetti chiave: ANPR, Fatturazione Elettronica e SPID. Ancor più importante, cercò di costruire un metodo di lavoro basato su una gestione multistakeholder e professionale dei progetti. Nei pochi mesi di attività, Caio lanciò alcune iniziative che alla fine sono rimaste tra le poche portate avanti nel corso di questi anni.

Agli inizi del 2014, con la caduta del governo Letta, Caio si dimise. Il nuovo governo cambiò una prima volta il Direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale e nominò i vertici degli organismi di gestione dell’Agenda (in particolare, il comitato di indirizzo e il comitato degli esperti). Venne quindi proposto il documento Crescita Digitale che aveva profondi limiti strutturali: era fortemente incentrato sul front-end (Italia Login) e ignorava o sottovalutava o dava per risolto il problema sostanziale che doveva (e deve) essere affrontato: l’integrazione dei back-end cioè l’interoperabilità. Si è poi investito tempo per varare una sostanzialmente inutile dichiarazione dei principi di Internet e una pletora di proposte di legge per controllare i social network e Internet in generale. In conclusione, sono passati tre anni senza che nulla di sostanziale e positivo sia accaduto.

Con l’arrivo di Diego Piacentini le cose si sono rimesse in marcia. Si è intervenuto in modo deciso e competente su alcuni progetti fermi da anni (come ANPR). Ma soprattutto si è messo mano al piano triennale per la digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche, documento chiave per indirizzare e guidare le attività in tema di digitale, con contenuti e approcci finalmente in linea con le aspettative e i bisogni del paese.

A che punto siamo ora?

Tra pochi mesi scadrà il mandato di Piacentini. È in scadenza anche il mandato del direttore generale di AgID. Il nuovo governo, tuttavia, non dovrà “semplicemente” rimpiazzare queste cariche o rinnovarne il mandato. In realtà in questi anni non si è stati capaci di impostare una governance credibile dei processi di innovazione digitale (o non si è voluto? o non si era interessati?). La Funzione Pubblica non è stata in grado di fornire una guida forte e autorevole. Come è noto ed evidente a chiunque conosca la materia, le strutture esistenti (AgID, comitato di indirizzo, commissario), non costituiscono una formula organizzativa e strategica in grado di gestire un programma ampio e di lungo respiro di innovazione digitale. In questo vuoto, gli altri dicasteri hanno agito in modo autonomo, anche con risultati positivi (si veda il Piano Industria 4.0 e il piano BUL), pur in assenza di una governance e di una strategia complessiva.

Il digitale è stato usato come slogan e strumento per ottenere consenso da alcuni, combattutto da altri e ignorato dai più. Questo è il dramma di questi anni.

È stato da poco pubblicato il documento finale della commissione di inchiesta sulla digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche che ha prodotto risultati per molti versi scontati e noti fin dall’inizio della legislatura. Massimo rispetto per i lavori dei commissari, ma c’era bisogno di arrivare alla fine della legislatura per “scoprire” quanto viene riportato nel rapporto? Non è forse l’ennesima occasione perduta?

Il digitale è una priorità?

Qualche giorno fa ho chiesto ad un autorevole e competente parlamentare cosa pensassero di proporre in tema di digitale in vista delle prossime elezioni. La risposta (onesta e sincera) di una persona che stimo e apprezzo è stata disarmante: “in questo momento questo tema non è nel radar della politica”.

È così ahimè. Il digitale non è un tema che interessa. Ci sono politici che addirittura dicono che “si è speso troppo” e che non serve. Altre questioni sono ritenute più “importanti” e utili per ottenere consenso. A chi interessa il digitale? Ai cittadini? Alle imprese? Ai politici? Forse a pochi, ed è questo uno dei drammi di questo paese: non capire che il digitale non è un lusso, un hobby o una spesa accessoria, ma una delle principali leve per uscire dalle secche nelle quali ci troviamo.

Il problema è politico

Per il 2018 non basta dire che dobbiamo portare avanti le iniziative lanciate o rivitalizzate nel corso del 2017. Non basta nemmeno dire che dobbiamo accelerare. È vitale imprimere un cambio di passo, produrre una discontinuità forte: non basta correre più veloci, dobbiamo cambiare modo di correre. Per farlo, serve la Politica, con la “P” maiuscola.

È solo grazie alla buona politica che si possono risolvere problemi che sono innanzi tutto strategici e, per l’appunto, “politici”.

  • Se il digitale e l’innovazione sono temi veramente importanti, perché non si vara una governance efficace e forte? Perché si continua a gestire il digitale come una questione di “Serie B”, senza padri o con tanti padri tutti in altre faccende affaccendati? Perché non ripartire in modo bipartisan dalle esperienze del passato o di altri paesi per mettere mano ad una governance che possa sia portare avanti progetti specifici in modo deciso e efficace, sia incidere in modo trasversale sull’operato di tutto il Governo? A chi spetta questo compito se non alla Politica?
  • Se il digitale e l’innovazione sono temi veramente importanti, perché non si seleziona la classe dirigente del paese sulla base di vere competenze in materia e non invece sulla base di operazioni di self-promotion o grazie alle famigerate “relazioni”? A chi spetta questo compito se non alla Politica?
  • Se il digitale e l’innovazione sono temi veramente importanti, come è possibile che il procurement pubblico sia gestito secondo regole che vanno (forse) bene per ponti e strade, con procedimenti che trattano i servizi e progetti digitali alla stregua di commodity e con prezzi schiacciati in modo irresponsabile verso il basso? Da chi dipendono e a chi rispondono Consip e SOGEI? È con questi processi che valorizziamo le competenze digitali di cui tanto parliamo? E sul digitale che si taglia la spesa pubblica? Perché non si rivalutano e riqualificano le procedure di procurement del digitale? A chi spetta questo compito se non alla Politica?

È la politica che deve decidere se il digitale è parte essenziale del nostro futuro o, al contrario, un costo da comprimere, uno specchietto delle allodole per attrarre una parte dell’elettorato o, peggio, una minaccia che deve essere gestita per evitare che rompa gli equilibri esistenti.

I problemi tecnici, culturali e organizzativi sono noti. Se si vuole, si sa come indirizzarli e affrontarli. Il problema oggi è politico: abbiamo la volontà di affrontarli sul serio?

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